“Tornate sui vostri passi!”. L’appello di Leone XIV al superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, don Davide Pagliarani, era datato 29 giugno, solennità dei Santi Pietro e Paolo. Due giorni dopo, il 1° luglio, nel seminario di Écône, in Svizzera, mons. Alfonso de Galarreta – assistito da mons. Bernard Fellay – ha consacrato quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio. Il 2 luglio il Dicastero per la dottrina della fede ha preso atto della rottura: una nota esplicativa e un decreto dichiarano lo scisma della Fraternità e la scomunica dei presuli coinvolti. A trentotto anni esatti dal motu proprio Ecclesia Dei adflicta, la storia di Lefebvre si ripete.
Le scomuniche e le conseguenze per i fedeli
Il decreto, firmato dal card. Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, dichiara che mons. de Galarreta e i quattro sacerdoti da lui ordinati – Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier – sono incorsi ipso facto nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede apostolica, prevista dai canoni 1387 e 1364 § 1 del Codice di diritto canonico. Nella stessa pena è incorso mons. Fellay, come conconsacrante. La nota esplicativa allarga lo sguardo: i ministri della Fraternità “sono nello scisma e devono pertanto essere considerati scismatici”, mentre i fedeli laici che vi aderiscono formalmente sono a loro volta scismatici e scomunicati. Ne discende una conseguenza pesante: i sacerdoti della Fraternità “amministrano illecitamente i sacramenti”, e la penitenza e il matrimonio da loro assistiti “sono invalidi”. La porta resta aperta a chi vuole tornare alla piena comunione. I due provvedimenti recano il numero di protocollo 99/2009, quello del fascicolo aperto nel 2009 presso l’allora Congregazione per la dottrina della fede, quando presero avvio i colloqui dottrinali.
(Foto SIR)
Le ragioni di una frattura dottrinale
Il dissenso affonda le radici nel Concilio Vaticano II, di cui Lefebvre contestò alcuni sviluppi. Al centro delle riserve ci sono la dichiarazione sulla libertà religiosa, l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, la collegialità episcopale e, soprattutto, la riforma liturgica: i lefebvriani considerano la messa tridentina in latino, con il sacerdote rivolto all’altare, l’unica espressione autentica del culto e non riconoscono come equivalente il messale rinnovato da Paolo VI nel 1969. Su questo si innesta il principio dello “stato di necessità”: secondo Lefebvre la crisi postconciliare autorizzava misure eccezionali per salvaguardare il sacerdozio e la liturgia tradizionale, rendendo leciti atti altrimenti proibiti, a partire dalle ordinazioni senza mandato. È la stessa logica invocata ieri per le consacrazioni di Écône. La Fraternità, del resto, respinge l’accusa di scisma: professa devozione al Papa, prega per lui durante la messa e rivendica la fedeltà alla dottrina cattolica. Per la Santa Sede, al contrario, il Concilio appartiene al magistero della Chiesa e non è un’opzione interpretativa, mentre ordinare vescovi contro la volontà del Papa colpisce il cuore della comunione: l’autorità del Successore di Pietro nella scelta dei pastori.
Trentotto anni tra scomuniche e aperture
La rottura arriva al termine di un lungo avvicinamento. Dopo la scomunica del 1988, Benedetto XVI aveva revocato nel 2009 le censure ai quattro vescovi ordinati da Lefebvre, e Papa Francesco aveva concesso ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di confessare validamente e, a determinate condizioni, di assistere ai matrimoni. Passi che non avevano mai sanato la distanza dottrinale. Nella lettera del 29 giugno Leone XIV aveva riconosciuto “l’attaccamento alla vita liturgica” di molte comunità legate alla Fraternità – oltre settecento sacerdoti e centinaia di migliaia di fedeli nel mondo -, chiedendo di desistere “con animo addolorato, ma ancora pieno di speranza”. Il giorno seguente Pagliarani aveva replicato domandando tempo e negando ogni intento scismatico. Le due lettere condividono un’immagine, quella della tunica di Cristo: il superiore generale rivendica di voler “ricucire la tunica di Cristo”, il Papa ammonisce che “lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità”. Sulla stessa immagine, Roma e la Fraternità leggono ora la realtà in modo opposto.