Delpini e la consolazione controcorrente: “Amare ancora la vita” nel tempo delle guerre

Scritto il 25/07/2026
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“In un certo senso devo scusarmi per la pubblicazione di questo libro”. È una excusatio, non un proclama, ad aprire il libro di mons. Mario Delpini. “Amare ancora la vita. Parole di consolazione per tempi difficili” (Piemme) mette in fila omelie, meditazioni e interventi dell’arcivescovo di Milano, ma sceglie di presentarsi con il tono più disarmato: una prefazione in forma di epistolario, lettere immaginarie a santi e beati ambrosiani e, in chiusura, al lettore.
Non è un trattato, né una silloge di alta teologia. È – per ammissione dello stesso autore – “un contenitore di testi già scritti e di omelie già pronunciate”, consegnato “più per una confidenza che per una lettura”. Da questa postura, insieme umile e ostinata, nasce la cifra del volume: un vescovo che non pretende di spiegare il tempo, ma prova ad abitarlo con una parola.

Il primo tratto è proprio lo sguardo di chi scrive. Delpini si descrive come chi pubblica “un vagabondo” senza sapere “se troverà casa da qualche parte”, e non nasconde il sospetto che le parole si accumulino fino al fastidio, “parole di fuoco” che “si spengono in una specie di fumo”. È un’autoironia che diventa metodo: dichiara i limiti del dire per riscattare ciò che, nel dire, resta essenziale.
Il secondo nucleo è la speranza, declinata come resistenza. Contro una cronaca costruita “per scoraggiare l’umanità”, l’arcivescovo rivendica l’appartenenza a “quelli dell’invece”: quelli che, mentre il mondo racconta Caino, raccontano “miliardi di uomini e donne che fanno del bene”. È la pagina più politica del libro, dove la fraternità universale non è “un’utopia fantasiosa”, ma “la vocazione dell’umanità”, e dove perfino la tecnica trova posto: si può essere, scrive, “entusiasti del bene che si può fare con le macchine e con l’intelligenza artificiale”.

Le pagine più originali sono quelle dedicate alla metropoli. Delpini rifiuta le valutazioni “manichee” che oscillano tra esaltazione e lamento e individua “la radice di ogni sofferenza” nel “furto della speranza” perpetrato a danno di una generazione. La città che ha promesso libertà, lavoro e benessere restituisce spesso “invece della libertà, la solitudine; invece del lavoro, lo sfruttamento”. Eppure la metropoli non è condanna, ma “occasione”, compito da assumere. Ne è emblema una prosa quasi lirica come “Come si sveglia Milano?”, dove il risveglio della città diventa “una professione di fede”.

Il registro si fa più grave quando il libro si misura con il dolore e la guerra. In “Senza più parole”, meditazione sotto la croce, il vescovo elenca i vocaboli che gli sono stati cancellati – pace, giustizia, verità, perdono, riconciliazione – fino a un silenzio che è già preghiera: “non ci resta che rimanere lì, sotto la croce”. Alla logica della “deterrenza” e del “riarmo” Delpini oppone “l’elogio del tempo carezza”, quello che “versa olio sulle ferite”, contrapposto al “tempo di palta” e al “tempo mercato”, che si vende “con un po’ di vita in meno”.

Ne esce un libro sobrio e coeso, che non concede nulla né al pessimismo né alla consolazione a buon mercato. La forza non sta nella novità dei temi, ma nella tenuta di uno sguardo che, di fronte alle guerre e allo “sperpero di ogni risorsa”, continua a scommettere sulla stima ostinata di Dio per l’umanità. Non a caso il titolo non invita a spiegare la vita, ma ad amarla “ancora”: un avverbio che, in tempi difficili, suona come una scelta più che come un sentimento.

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