“Dobbiamo notare che si è registrato l’ennesimo naufragio nel Mediterraneo: non possiamo rassegnarci alla logica della morte in cui la speranza prende forma della disperazione con le conseguenze tragiche che ben conosciamo e alle quali non potremo mai abituarci”. A ribadirlo è stato il card. Matteo Zuppi introducendo i lavori del Consiglio Permanente della Cei dopo in riferimento al nuovo naufragio avvenuto nei giorni scorsi a largo della Tunisia, malgrado l’ONG Alarm Phone avesse già segnalato il tragitto dell’imbarcazione.
“Questo nuovo naufragio – dice al SIR sr. Lina Guzzo, missionaria scalabriniana, da anni impegnata nell’accoglienza ai migranti – interroga anzitutto il mondo delle istituzioni richiamando i politici alle loro responsabilità. Inoltre, credo che l’assenza di vie legali e sicure di accesso unita ad una progressiva crescita delle difficoltà nelle operazioni di soccorso e a una gestione dei confini improntata al controllo se non al respingimento contribuiscono a esasperare una situazione che spesso finisce col sacrificio di vite umane. Persone provenienti da Paesi diversi si sono ritrovate in mare senza ricevere una risposta adeguata di accoglienza e soccorso. Molte di morti potevano essere evitate. Penso però sia ancora possibile intervenire, rafforzando i salvataggi in mare e costruendo alternative concrete ai viaggi della disperazione”.
Foto Scalabriniane
Nonostante anni di allarmi, interventi e dibattiti, continuiamo ad assistere a tragedie come queste. Perché questo accade ancora e quali cambiamenti strutturali ritiene indispensabili per interrompere questo ciclo di sofferenza?
Le tragedie si ripetono perché il Mediterraneo è stato trasformato in un confine di morte. Le politiche migratorie attuali non aiutano riguardo la protezione delle persone. Senza un cambiamento strutturale e un ampliamento dello sguardo, senza l’intensificazione dei corridoi umanitari, una reale condivisione delle responsabilità tra gli Stati e una tutela effettiva dei diritti umani, questo ciclo di sofferenza e di morte non potrà interrompersi.
Voi, religiose che vivete da sempre accanto ai migranti, come accogliete e vivete queste notizie nelle vostre comunità?
Come Suore Missionarie Scalabriniane viviamo queste notizie con dolore profondo e partecipazione diretta, perché i nomi e i volti delle vittime spesso assomigliano a quelli delle persone che incontriamo quotidianamente. Nelle nostre comunità il lutto si intreccia alla preghiera e alla responsabilità di continuare a stare accanto a chi arriva, vivo o ferito, nei porti di sbarco. In anni di esperienza abbiamo potuto affiancare gli operatori della questura, della sanità e dello Stato, offrendo una presenza discreta ma concreta: mani tese, sorrisi fraterni, parole di conforto e poi il necessario soccorso nel rifocillare i naufraghi appena giunti a terra.
Qual è l’impatto emotivo e umano di tragedie così ricorrenti sul vostro servizio quotidiano? Che cosa vi sostiene e vi permette di continuare ad accompagnare queste persone?
L’impatto umano di ogni naufragio è forte e cumulativo: lascia segni profondi anche in chi accompagna e serve. In noi si insinua un interrogativo doloroso e persistente: chi è morto avrà mai un nome e un’identità? Quanto a lungo le famiglie rimaste nei Paesi d’origine continueranno ad attendere notizie? Allo stesso tempo, la vicinanza concreta alle persone salvate, la loro resilienza e la fiducia che ci accordano diventano una sorgente di forza. È questo legame umano che ci permette di continuare il servizio, nonostante la fatica e il dolore.
Quale valore porta la presenza religiosa tra i migranti e con i migranti, soprattutto in contesti di vulnerabilità e incertezza?
La presenza religiosa delle Suore Missionarie Scalabriniane rappresenta anzitutto una risposta concreta e profetica di fedeltà al carisma della Congregazione e all’eredità del Santo Fondatore, il vescovo Giovanni Battista Scalabrini. Accanto ai migranti essa diventa testimonianza di prossimità, difesa della dignità umana e segno di speranza. In contesti segnati da trauma, precarietà e smarrimento offriamo ascolto, vicinanza nei corridoi dei pronto soccorso, giorno e notte, continuità e uno spazio di riconoscimento. Stare accanto significa non lasciare sole le persone nel momento più fragile e impotente della loro vita, quando la speranza sembra spezzata ma non spenta.
C’è una storia, un incontro o un volto che, più di altri, può aiutarci a comprendere cosa significhi stare accanto a chi affronta questi viaggi e queste ferite?
Portiamo nel cuore il volto di un giovane sopravvissuto a un naufragio, arrivato in silenzio, con lo sguardo perso e il corpo segnato dal mare. Nei giorni successivi ha iniziato lentamente a raccontare la perdita dei compagni di viaggio. Portiamo nel cuore poi anche il volto di un altro giovane che, rivolgendosi ad una consorella, ad occhi sbarrati, ripeteva continuamente: “ho fame, ho fame”. Un suo amico, cogliendo il disagio della religiosa, con voce dimessa e comprensiva disse in portoghese: “Mãe, não te preocupes, nós agora comemos a liberdade” — “Mamma, non preoccuparti, ora mangiamo la libertà”. È attraverso storie come queste che comprendiamo il peso reale e concreto di queste tragedie.