Il 27 ottobre oltre 7,3 milioni di israeliani saranno chiamati alle urne per eleggere i 120 membri della Knesset. Un voto segnato dal trauma del 7 ottobre 2023, dalla guerra a Gaza e dal confronto tra il premier Benjamin Netanyahu e il fronte delle opposizioni guidato dall’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot. Al centro della campagna elettorale ci sono la sicurezza, il futuro della leadership di Benjamin Netanyahu e la capacità delle opposizioni di proporsi come alternativa credibile.
Arturo Marzano (Foto Uni Roma Tre)
Sullo sfondo restano irrisolte le questioni che riguardano Gaza, il conflitto israelo-palestinese e il ruolo crescente della destra nazionalista e religiosa. Di questi temi parliamo con Arturo Marzano, docente di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, esperto di storia del sionismo, dello Stato di Israele e del Medio Oriente contemporaneo.
Quanto pesa il 7 ottobre su queste elezioni? Si voterà soprattutto sulla sicurezza oppure nel frattempo sono emerse, in campagna elettorale, altre priorità?
Il 7 ottobre pesa moltissimo perché rappresenta la più grande tragedia che abbia colpito Israele in termini di vittime in un arco di tempo così breve. In poche ore ci sono stati circa 1.200 morti israeliani, oltre a 251 ostaggi. Quell’attacco ha riattivato la grande paura degli israeliani, cioè l’incubo che “tutti gli arabi li vogliano uccidere”. Si è così rafforzato quel trauma che collega il 7 ottobre, in una prospettiva storica molto lunga, ai pogrom europei, alle persecuzioni antiebraiche e, naturalmente, alla Shoah. Israele ha quindi vissuto il 7 ottobre in modo drammatico perché la preoccupazione per la sicurezza e il timore che un altro attentato terroristico possa accadere nuovamente restano elementi centrali. In campagna elettorale è questo il tema principale. Tra i temi più discussi e divisivi durante la campagna elettorale c’è anche la coscrizione obbligatoria degli ultraortodossi, vista da molti come parte dell’impegno collettivo richiesto per la sicurezza nazionale.
(Foto: AFP/SIR)
L’immagine di Benjamin Netanyahu di leader capace di garantire la sicurezza del Paese si è incrinata oppure rimane ancora credibile agli occhi dell’elettorato?
È il tema più conflittuale della campagna elettorale. Netanyahu continua a presentarsi come il leader più capace di garantire la sicurezza di Israele, richiamando i risultati ottenuti sul piano militare contro Hezbollah, Iran e Houthi, insieme alle operazioni in Siria. I suoi sostenitori ritengono che queste operazioni abbiano rafforzato la sicurezza del Paese. Al contrario, i suoi avversari vedono nel 7 ottobre il fallimento delle sue politiche e lo considerano tra i principali responsabili di quella debacle troppo grave per essere dimenticata. Per questo la questione centrale del voto resta la sicurezza e chi sia realmente in grado di assicurarla.
Quanto possono incidere sull’elettorato, specie quello degli indecisi, le inchieste sulle responsabilità politiche, militari e dell’intelligence per il 7 ottobre, insieme ai procedimenti giudiziari che coinvolgono Netanyahu e la sua famiglia?
Non credo che questi ultimi elementi siano centrali. Per i detrattori di Netanyahu rappresentano certamente un problema, ma non sono al centro dell’attenzione. Il fallimento del 7 ottobre pesa molto di più dei processi per corruzione. Anche il tema della tenuta democratica del Paese, dei rapporti tra Esecutivo e potere giudiziario, oggi passa in secondo piano. Al centro resta il 7 ottobre. Per quanto riguarda gli indecisi va tenuto conto anche un altro tema importante.
Quale?
Netanyahu continua a utilizzare un argomento che in passato si è rivelato efficace: sostiene che l’opposizione potrebbe governare solo con il sostegno dei partiti arabi che rappresentano i cittadini palestinesi di Israele. Un tema che può influenzare gli elettori indecisi e che dice molto anche sulla tenuta democratica di Israele: il fatto stesso che questi partiti vengano presentati come pericolosi in quanto espressione dei palestinesi cittadini di Israele evidenzia l’esistenza di un problema interno molto serio. Non a caso il premier insiste su questo punto, mentre le opposizioni evitano di legarsi apertamente a queste forze politiche arabe.
Nella campagna elettorale Palestina e Gaza sono praticamente scomparsi, sia nel blocco Likud sia in quello guidato da Eisenkot.
È assolutamente vero. Ed è forse il problema più grande: gran parte degli israeliani non riconosce che da quasi sessant’anni Israele occupa militarmente un altro popolo, quello palestinese, che rivendica il diritto all’autodeterminazione. La maggioranza delle forze in campo concentra l’attenzione sulla sicurezza, senza affrontare il nodo dell’occupazione e dell’autodeterminazione dei palestinesi.
Gli israeliani chiedono, comprensibilmente, sicurezza, ma non si rendono conto che non può esserci sicurezza duratura continuando a mantenere un intero popolo sotto un’occupazione militare.
Il fatto che non se ne parli è già di per sé un problema. Ma non se ne parla perché nessuno appare in grado di affrontare e risolvere politicamente la questione.
Ci sono forze politiche in campo potenzialmente in grado di farlo?
L’unica forza che potrebbe affrontare questo tema è quella dei Democratici, nata dall’unione tra ex Laburisti ed ex Meretz. Tuttavia, anche il loro leader, Yair Golan, evita di mettere al centro la questione palestinese per non perdere consensi e allontanare l’elettorato moderato. Di fatto, né il governo né l’opposizione propongono una chiara strategia sul futuro dei palestinesi. Per questo, qualunque sia l’esito del voto, è difficile immaginare cambiamenti significativi nella politica israeliana.
Itamar Ben Gvir (Foto ANSA/SIR)
In questo contesto assumono un peso particolare figure come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, esponenti di un nazionalismo religioso sempre più influente. Che cosa prevede per il loro schieramento?
Ben Gvir e Smotrich rappresentano un blocco sociale ben definito, legato ai coloni della Cisgiordania e ai settori più nazionalisti e religiosi della società israeliana, sempre più spostata a destra. Il loro elettorato appare compatto e poco sensibile alle critiche per i toni spesso aggressivi, razzisti e ostili usati verso i palestinesi. La principale incognita è la possibile frammentazione della destra radicale, con nuove forze che potrebbero sottrarre voti e seggi come il partito guidato dall’ex generale Ofer Winter, Amcha Yisrael (“Il tuo popolo, Israele”). Pur rappresentando una minoranza significativa, stimata attorno al 15% della popolazione, il loro peso politico può risultare determinante negli equilibri di governo e nella formazione delle coalizioni. Eventuali alleati potrebbero cercare di contenerne gli aspetti più radicali, soprattutto per limitarne l’impatto negativo sull’immagine internazionale di Israele.
Il blocco di opposizione a Netanyahu, che fa riferimento al partito Yashar guidato da Eisenkot, viene in diversi casi presentato come una forza moderata o di centro. È una definizione che condivide?
Direi di no. I Democratici di Yair Golan possono essere considerati una forza di centrosinistra, molto progressista sui diritti civili e le questioni sociali, ma neppure loro esprimono posizioni particolarmente avanzate sulla questione palestinese. Gli altri partiti dell’opposizione non sono affatto di centro. Avigdor Lieberman è un esponente della destra, così come Gadi Eisenkot e Naftali Bennett, che appartiene a una destra ancora più marcata. Eisenkot è il principale teorico della cosiddetta ‘dottrina Dahiya’, elaborata con riferimento al quartiere di Dahiya, nella periferia meridionale di Beirut, e basata sull’idea di una risposta militare sproporzionata contro le aree da cui provengono minacce armate. Questa dottrina è stata poi applicata a Gaza, seppur in maniera molti più devastante. Per questo, trovo fuori luogo che Eisenkot venga definito di centro. È vero che questi partiti sono più favorevoli di Netanyahu alla tutela delle istituzioni democratiche israeliane e all’indipendenza della Corte Suprema. Tuttavia, sul conflitto con i palestinesi non possono essere considerati centristi.
Cosa rende Eisenkot un avversario temibile per Netanyahu?
Eisenkot rappresenta un pericolo reale per Netanyahu perché proviene dall’establishment militare e può apparire credibile sul tema della sicurezza, soprattutto agli occhi di quegli elettori che ritengono Netanyahu responsabile del fallimento del 7 ottobre. Inoltre, il figlio di Eisenkot è morto combattendo a Gaza, mentre il figlio di Netanyahu vive negli Stati Uniti. Un elemento che ha un forte impatto simbolico sulle famiglie israeliane che hanno perso figli, parenti o amici nel conflitto. Tuttavia, il blocco anti-Netanyahu resta un insieme eterogeneo di partiti, uniti soprattutto dall’opposizione al premier e dalla volontà di estendere la coscrizione agli ultraortodossi. Al di là di questo, hanno poco in comune e perciò, se anche avessero più seggi della coalizione di Netanyahu, non sarebbero in grado di dare vita ad un governo coeso.
Pensa che dal voto potrà emergere una reale alternativa a Netanyahu oppure verrà confermato l’attuale equilibrio politico?
Penso che si arriverà a una situazione di sostanziale pareggio. Né il blocco di Netanyahu né quello dell’opposizione sembrano oggi in grado di raggiungere da soli la maggioranza di 61 seggi necessaria per governare. È probabile che non si riesca a formare un nuovo governo e che Netanyahu rimanga in carica come primo ministro ad interim, in attesa di una nuova tornata elettorale. Per questo considero queste elezioni un referendum su Netanyahu, ma un referendum che potrebbe non produrre un risultato definitivo e che non segnerà necessariamente la sua uscita di scena.
Quanto al cambiamento del Paese?
Devo ammettere con tristezza che non lo vedo all’orizzonte. I sondaggi hanno mostrato un ampio sostegno alla guerra a Gaza. Le mobilitazioni più significative hanno riguardato la sorte degli ostaggi israeliani, non quella dei civili palestinesi. Si tratta di una società ferita dal 7 ottobre e comprensibilmente spaventata, ma che ha scelto di affidarsi prevalentemente alla forza militare come risposta ai palestinesi e, più in generale, ai paesi del Medio Oriente. Io non credo che questa strada possa portare a una soluzione duratura.
La forza può garantire risultati temporanei, ma la violenza tende a generare altra violenza. Per questo non vedo cambiamenti rapidi all’orizzonte.
Se dalle urne non dovesse emergere una svolta politica, quale ruolo potrebbe giocare la comunità internazionale nel favorire una soluzione del conflitto?
Credo che l’unica strada percorribile sia una forte pressione internazionale, soprattutto da parte di Stati Uniti e Ue, per indurre il governo israeliano a riconoscere ai palestinesi i diritti che rivendicano. Non vedo alternative politiche praticabili.
Sono convinto che la salvezza di Israele passi da quella della Palestina e la salvezza della Palestina da quella di Israele.
I destini dei due popoli sono troppo intrecciati per immaginare una soluzione che garantisca sicurezza e diritti soltanto a uno dei due.
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