“Tu non sei il primo giornalista che mi cerca dopo l’aggressione in stazione Certosa. Tutti a chiedermi delle pandillas. Invece nessuno mi ha domandato un parere su tanti altri casi di disagio, emarginazione o violenza che coinvolgono persone di origine straniera. Non ultimo il caso, tragico, dei braccianti bruciati vivi in un’auto ad Amendolara, in Calabria”. Don Alberto Vitali (nella foto) è capace di spiazzarti. Responsabile dell’Ufficio per la pastorale dei migranti della diocesi di Milano, guida la “parrocchia dei migranti”, dedicata a Santo Stefano Maggiore, nel cuore della città. Un ambiente aperto, vivace, dove si respira la voglia di incontrarsi e una fede profonda, alimentata da celebrazioni molto partecipate.
Al giornalista che lo interpella sul recente omicidio accaduto a Milano, non si sottrae. “Direi che c’è anzitutto un disagio sociale che talvolta esplode, a prescindere dalla provenienza o dall’etnìa”. Poi racconta: “Accadeva qualcosa di molto simile 35 anni fa, quando in piazza Prealpi c’era la gang dei preadolescenti. Ed erano tutti italiani”.
E qui arriva “la controprova”, come afferma don Vitali: “Ci sono migliaia di ragazzi e giovani latinoamericani e nordafricani che, come i coetanei italiani, studiano, vivono tranquillamente in famiglia, fanno sport, frequentano i nostri oratori”. Ragazzi che definiremmo “integrati”. Eppure “c’è un problema di enfatizzazione di alcuni fenomeni, certo preoccupanti, da parte dei media e da una certa politica, da una demagogia che a qualcuno fa comodo. Se vogliamo andare avanti così, occorre essere onesti, e affermarlo esplicitamente”. Altrimenti? – gli chiediamo. “Diversamente servono alleanze educative a cui nessuno può sottrarsi: la società civile, le istituzioni, la scuola, le famiglie, le parrocchie e le associazioni, le società sportive i quartieri, le imprese… Se ciascuno si desse da fare nel suo campo, e si costruissero percorsi positivi, i problemi del disagio e della emarginazione, o autoemarginazione, potrebbero essere affrontati con maggiore efficacia”.
Ci sono segnali in questa direzione? “Certamente. Proposte educative, di aggregazione, volontariato, espressioni di solidarietà sono già in azione, promosse da varie realtà, laiche o religiose. Ma si deve fare di più”.
A don Alberto chiediamo di raccontare della sua particolare parrocchia. “Anzitutto direi che in diocesi abbiamo una trentina di comunità di origine straniera: alcune si ritrovano per nazionalità, come ad esempio cinesi ed egiziani, in altre convergono persone e famiglie aggregate da una medesima provenienza continentale, magari con la lingua in comune. La parrocchia di Santo Stefano è formata da una quindicina di diverse comunità, seguite, oltre che da me, da altri otto vicari. La più numerosa è quella filippina. Numerosa è anche la comunità latinoamericana, comprendente varie nazionalità. Ci si ritrova in diverse occasioni. Di grande importanza sono le celebrazioni liturgiche, ben curate, vivaci. Poi ci sono momenti di festa, sempre apprezzati; non manca qualche proposta culturale. Ricorderei il progetto ‘Camminando’, con un operatore e alcuni volontari che si occupano di integrazione scolastica”.
Il parroco segnala però “i problemi di accesso alle scuole per quei ragazzi che non hanno i regolari permessi di risiedere in Italia: in questi casi, senza una residenza registrata, si fatica a farli entrare in classe”. Per quelli che hanno più di 16 anni, superata quindi l’età dell’obbligo scolastico, “si può aprire ad esempio l’esperienza dei corsi Enaip, che aiutano a recuperare gli anni scolastici o a prepararsi per un lavoro”.
I temi da affrontare sono molteplici: le condizioni delle famiglie, il problema della casa e quello del lavoro, gli aspetti sociosanitari: “Cominciamo a registrare – dice – casi di solitudine e depressione nelle persone di origine straniera. Quegli stessi problemi che viviamo anche noi italiani”, conclude.
Sullo stesso tema, in seguito all’aggressione alla stazione di Certosa, si è espresso un altro milanese che da anni si occupa di immigrazione in Italia: il sociologo dell’Università degli Studi, Maurizio Ambrosini, che ad Avvenire ha dichiarato: “La repressione dell’illegalità è necessaria, ma non basta. Come non basta gridare allarmi senza proporre soluzioni. Se vogliamo costruire un futuro di convivenza pacifica e di coesione sociale dobbiamo farci carico della componente più fragile e minoritaria della popolazione giovanile, italiana, straniera, mista o naturalizzata. Nel caso specifico, significa contendere il terreno alle pandillas violente, offrire ai giovani a rischio delle alternative di lavoro, sostegno scolastico, sport, aggregazione, socialità. Se non ci fossero gli oratori, bisognerebbe inventarli, con nuovi don Bosco per le strade alla ricerca dei ragazzi sbandati”.
Milano, dopo il caso-Certosa. Don Vitali: “C’è un disagio sociale, a prescindere dalla nazionalità”
Scritto il 08/06/2026