“Grazie a Dio sei vivo”. In Ucraina anche il saluto quotidiano è diventato una testimonianza della guerra. Una frase semplice, quasi ordinaria, che restituisce però il senso di una vita sospesa, nella quale l’incolumità di una persona non è più data per scontata e la gratitudine per un incontro diventa una forma di preghiera. È in questa terra segnata dalla guerra che l’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, Nunzio apostolico in Ucraina, continua a svolgere la propria missione diplomatica e pastorale. Lituano, nato a Klaipėda il 14 maggio 1974 e ordinato sacerdote il 19 luglio 1998, è entrato nel Servizio diplomatico della Santa Sede nel 2004. Prima della nomina a Nunzio apostolico in Ucraina, nel 2021, ha prestato servizio nelle Rappresentanze pontificie in Libano, Paesi Bassi e Federazione Russa, presso la Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato e in Kenya. Il Sir lo ha incontrato ieri a Odessa, a margine dell’incontro di preghiera interconfessionale per la pace in Ucraina e per le vittime del conflitto, promosso dal Mean (Movimento europeo di azione non violenta) svoltosi nel Parco Tarasa Ševčenka. Qui, lungo il viale centrale, si trova la Aleia Heroiv (Алея Героїв), la “Via degli Eroi”, inaugurata il 29 agosto 2024 e dedicata alla memoria dei militari caduti. È un luogo nel quale la guerra cessa di essere un dato astratto e torna ad assumere il volto concreto di persone, famiglie e storie spezzate. Davanti alle fotografie dei caduti, la memoria si fa preghiera e la preghiera diventa anche un atto di resistenza all’assuefazione. È da qui che mons. Kulbokas parla della vita quotidiana in un Paese nel quale la morte è diventata una presenza familiare, della necessità di non smarrire il senso della sofferenza, della responsabilità delle autorità religiose, dell’impegno diplomatico della Santa Sede e della presenza della Chiesa accanto a una popolazione provata da anni di guerra.
Eccellenza, in Ucraina ci si saluta ormai dicendo: “Grazie a Dio sei vivo”. È una frase che, nella sua drammatica semplicità, sembra racchiudere la condizione di un popolo che da anni vive nella precarietà e nella paura. Che cosa significa vivere in una società nella quale persino un saluto quotidiano porta con sé la consapevolezza della morte?
È vero. Me lo raccontavano anche le persone che visitano i villaggi che si trovano proprio sul fronte. Ieri abbiamo parlato con una di queste persone e ci raccontava che cosa dicono i bambini. E ciò che dicono è impressionante nella sua semplicità: la cosa più bella è sentire il canto degli uccelli, aprire le finestre e vedere che la casa del vicino è ancora lì, che le persone sono vive. Questa realtà entra anche nella mia vita quotidiana. A Kiev, per esempio, quando saluto altre persone, il saluto più abituale è: “Grazie a Dio sei vivo, sono felice di vederti”. La guerra ci insegna, purtroppo, che queste sono le difficoltà dell’umanità. Io sono grato al Signore per avere la possibilità di vivere qui, nell’epicentro della guerra. Certamente vivo una condizione diversa da quella dei prigionieri o dei soldati, che affrontano sofferenze ancora maggiori, ma essere qui mi permette di non coltivare illusioni superficiali. La realtà che vediamo ogni giorno ci mostra che la pace va costruita con un lavoro molto più intenso rispetto a quello che stiamo facendo finora.
Lei ha espresso anche una forte preoccupazione per il fatto che alcuni leader religiosi arrivino a benedire la guerra. Quando la religione viene utilizzata per giustificare la violenza, quale responsabilità ricade su coloro che esercitano un’autorità spirituale? E che cosa significa, per un uomo di fede, trovarsi davanti a una simile contraddizione?
Siamo tutti veramente di fronte a Dio. E soprattutto i capi religiosi che benedicono la guerra – mi riferisco ai capi religiosi in Russia – devono chiedere perdono al Signore. Perché, alla fine, quali conti potranno fare con Dio? Benedire la guerra è mettersi contro Dio. Eppure, proprio per questo, prego anche per loro.
In questi giorni l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali della Santa Sede, è impegnato in una missione diplomatica a Mosca, dove sta incontrando esponenti delle autorità russe, del Patriarcato di Mosca e della comunità cattolica. La visita arriva poco più di un mese dopo il suo viaggio in Ucraina e si inserisce nel costante impegno della Santa Sede a mantenere aperti i canali di dialogo anche nel pieno della guerra. Quale significato attribuisce a questa missione e che cosa si aspetta possa emergere da questi colloqui?
L’arcivescovo Gallagher è stato in Ucraina il mese scorso e immagino quindi che, nel corso della sua missione a Mosca, riprenderà anche le tematiche affrontate qui. È importante che il dialogo continui e che possano essere riprese le questioni che riguardano la guerra, la situazione umanitaria e la ricerca di possibili vie verso la pace. La Santa Sede cerca di mantenere aperti i canali di comunicazione anche nelle situazioni più difficili. La missione dell’arcivescovo Gallagher va dunque vista anche in questa prospettiva: continuare il dialogo, ascoltare, confrontarsi e verificare ciò che può concretamente essere fatto per favorire la pace e affrontare le conseguenze della guerra. Poi vedremo quali saranno gli sviluppi e quali risultati potranno maturare da questi incontri.
Dopo più di quattro anni di guerra, esiste il rischio che la comunità internazionale finisca per assuefarsi alla sofferenza dell’Ucraina, fino a considerare il conflitto una realtà ormai ordinaria? Lei stesso vive quotidianamente questa guerra: come si può impedire che il dolore degli altri diventi qualcosa a cui ci si abitua?
Questo succede, purtroppo. È abituata. E non soltanto la comunità internazionale: c’è un’abitudine alla guerra da molte parti, e questo per certi aspetti è anche comprensibile. Parlando con i miei colleghi del Servizio diplomatico della Santa Sede, alcuni di loro mi hanno detto: “Finché le bombe e i missili non sono caduti anche sulla mia Nunziatura, non riuscivo a cogliere in profondità la guerra in Ucraina”. Questo fa comprendere quanto sia difficile percepire veramente la sofferenza quando non la si vive, almeno in qualche modo, sulla propria pelle. Per questo, a volte, diventa persino una grazia di Dio poter partecipare in qualche modo alla sofferenza. Come dice anche la Chiesa, meditiamo le sofferenze di Cristo, perché senza meditarle non riusciamo a cogliere che cosa Dio ha fatto per noi. Lo stesso vale per la guerra. Se non si partecipa in qualche modo alla sofferenza – almeno attraverso gli aiuti umanitari, attraverso una vicinanza concreta – è difficile comprenderne fino in fondo la gravità. E allora è facile abituarsi, a qualsiasi livello. Questo vale anche per la preghiera. Perché la preghiera sia veramente efficace, è necessario almeno conoscere le persone per le quali si prega. Quando conosco quelle persone, quando conosco i loro volti e le loro storie, la preghiera diventa molto più esistenziale.
Papa Leone XIV continua a chiedere con insistenza la fine delle ostilità, cos’ come ha fatto incessantemente Papa Francesco nel suo pontificato. Quale eco hanno questi appelli nella società ucraina? E quanto può incidere, in un conflitto così complesso, l’autorità morale del Papa, che viene ascoltata anche oltre i confini della Chiesa cattolica?
Ho sempre sentito tante parole di gratitudine, sia durante il pontificato di Papa Francesco – e sono state tantissime – sia oggi per gli appelli di Papa Leone. Aggiungerei anche che le persone più qualificate, quelle che hanno esperienza nel campo dei negoziati, apprezzano questi appelli ancora di più. Perché sanno che, a qualcuno, possono sembrare semplicemente parole. Ma chi ha esperienza diretta del negoziato comprende quanto siano importanti. Prima di tutto ci danno più energia, ci incoraggiano. E, al di là di quello che si può dire, il Papa possiede un’autorità morale che va oltre il mondo cattolico. La sua voce viene ascoltata. Per questo sono molto importanti sia gli appelli del Papa sia la sua preghiera.
La diplomazia della Santa Sede mantiene aperti diversi canali di dialogo e di intervento, anche sul piano umanitario. Quali risultati concreti ritiene più significativi di questo lavoro? E, accanto all’azione diplomatica, quale importanza assume la presenza quotidiana della Chiesa sul territorio, nelle parrocchie, nelle cappellanie e nelle comunità?
La presenza della Chiesa sul territorio è importantissima, innanzitutto perché la guerra uccide i corpi; ma, se non c’è un accompagnamento spirituale e pastorale, rischia poi di uccidere anche le anime. Si rischia di cadere nell’odio oppure nella disperazione. Per questo la presenza delle Chiese, delle cappellanie e delle semplici parrocchie è molto importante. È importante soprattutto per ricordare che la fiducia e la speranza le fondiamo in Dio. Ma c’è anche un’altra dimensione. Le parrocchie sono impegnate nell’attività umanitaria e sociale e partecipano anche ai percorsi di riabilitazione, compresa quella psicologica. Per quanto riguarda i canali di dialogo che la Santa Sede mantiene aperti, questa è la missione della Chiesa: rivolgersi attivamente a tutti. Quando pongo alle autorità ucraine una domanda concreta sui risultati di questo lavoro, sottolineano soprattutto l’aspetto umanitario. Parlano, per esempio, dei minorenni che sono potuti tornare in Ucraina e dei prigionieri. A volte è difficile comprendere e quantificare fino in fondo i risultati, ma è molto importante anche la voce morale. Le autorità ucraine ci dicono che questo è un lavoro che si fa insieme. L’Ucraina ha diversi partner, tra cui la Santa Sede. È un lavoro nel quale ogni atto è importante.
Lei vive a Kiev da anni e ha conosciuto da vicino il popolo ucraino nella prova più drammatica della sua storia recente. C’è una testimonianza, un incontro o un tratto umano e spirituale che questo popolo le ha consegnato e che sente di portare particolarmente dentro di sé? Qual è ciò che più l’ha colpita o commossa?
Sarebbero tantissime le cose che si potrebbero condividere. Mi colpiscono molto positivamente i militari. Di tanto in tanto vengono a parlare con me, cattolici e non cattolici, e mi colpisce il modo in cui alcuni di loro parlano della preghiera, soprattutto quando dicono semplicemente: “Io prego”, e condividono testimonianze profonde della loro esperienza spirituale. Per esempio, ho conosciuto attraverso il vescovo di Kharkiv un militare che mi ha raccontato di aver sognato, una notte, due russi che aveva ucciso. Nel sogno, quei due uomini venivano da lui e gli chiedevano: “Perché ci hai uccisi?” E lui diceva: 2La logica mi dà delle scuse, perché stavo difendendo la mia terra”. Ma, dal punto di vista spirituale, quella esperienza lo aveva interrogato profondamente. E mi ha detto: “Sono andato dal Vescovo e gli ho chiesto di celebrare la Messa”. Anche i militari, dunque, condividono esperienze spirituali molto profonde, forse più di tutti. E poi ci sono quelli che raccontano di pregare per se stessi e per i propri commilitoni. Sono testimonianze che mi colpiscono molto, perché mostrano che, anche dentro una guerra, anche quando l’uomo è costretto a confrontarsi quotidianamente con la violenza e con la morte, rimane dentro di lui la domanda su Dio e sulla propria coscienza.
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