“Volevamo solo divertirci”. Hanno spiegato così due ragazzi di 16 e 17 anni che nella notte tra il 4 e il 5 ottobre hanno aggredito cinque persone nel quartiere Monteverde di Roma. Tra le vittime, la più grave è l’attore Davide Iacopini, finito in terapia intensiva. Per i ragazzi accusati di tentato omicidio sarà la magistratura a fare il suo corso, ma come sempre accade quando fatti di cronaca vedono protagonisti dei minori viene da chiedersi cosa li abbia spinti a compiere questi gesti. A spiegarlo è Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro.
“Oggi ci troviamo di fronte a una generazione che ha difficoltà a mentalizzare, a esprimere le emozioni. È un fenomeno che non riguarda solo situazioni di marginalità sociale o di famiglia, ma colpisce trasversalmente tutti i giovani. Un tema questo che esiste da almeno dieci anni, da prima del Covid. Bisognerebbe semmai interrogarsi sui motivi per i quali gli adulti continuino a raccontarsi quella che io chiamo “lava coscienza” o la “favoletta” – spiega Lancini –, ovvero si raccontano che il problema è dovuto al fatto che i loro figli hanno avuto troppo: troppo ascolto, troppa mamma, troppo accudimento, tanto da non saper tollerare le frustrazioni, che sarebbe colpa dei social o della musica dei rapper.In realtà viviamo in una società che non ha legittimato in nessun modo le emozioni, ha promesso ascolto, ma in realtà la paura, la tristezza e la rabbia vengono subito messe a tacere e poi ha sdoganato una violenza individuale senza precedenti che viene attribuita alla rete, ma che in realtà riguarda come ci comportiamo ogni giorno come adulti nei gruppi di WhatsApp dei genitori, come ci si comporta come adulti a scuola, ma anche nella politica: una violenza dove la morte dell’altro è diventata quasi la normalità”.
Giovani che sono frutto della società in cui sono nati e cresciuti, dove non esiste più il senso del limite e per divertimento si tirano calci e pugni senza pensare alle conseguenze. Ma quale divertimento si può provare nel fare del male a qualcuno?
Quando uno stato mentale, che chiamiamo noia, depressione, trova una mente collettiva, è già successo in famose vicende di omicidi di coppia o di gruppo, si crea una mente, che in qualche modo porta a cercare di mettere a tacere gli stati depressivi. Può succedere che l’amicizia metta in piedi un progetto distruttivo per anestetizzare dei vissuti emotivi, che sono la noia, la tristezza e la rabbia. Questo è un tema ben diffuso in questo momento nella nostra società. Non dimentichiamo che negli ultimi anni la modalità attraverso la quale i ragazzi esprimono il disagio è distruttività verso di sé: pensiamo all’aumento dei suicidi, al ritiro sociale maschile, di cui si parla troppo poco, ma che è l’equivalente della anoressia femminile, all’ansia generalizzata che non è più l’ansia prestativa.
Ma se la colpa di tutto è del modo in cui sono stati cresciuti questi ragazzi, in che modo si possono aiutare genitori e figli?
Qualsiasi provvedimento oggi venga preso, qualsiasi relazione affettiva, qualsiasi cosa che faccia uno psicologo, un insegnante, un genitore, un politico con un giovane deve prevedere che l’adulto si faccia tre domande ad alta voce: lo faccio per me o per te? La seconda domanda: lo faccio per me o per te? La terza: lo faccio per me o per te? Se c’è un minimo di consapevolezza o un collegamento con una coscienza, la risposta dell’adulto sarà che lo fa per sé. Noi facciamo tutto per noi dicendo che lo facciamo per loro.Basta pensare a cosa succede con l’intelligenza artificiale, non gliela facciamo usare a scuola mentre la usano tutti i docenti universitari. I ragazzi si rivolgono all’intelligenza artificiale perché lì possono parlare di suicidio, perché non ne parlano mai a scuola, in famiglia e diciamo che è colpa dell’intelligenza artificiale se uno si è suicidato. I ragazzi si radicalizzano in rete e grazie al fatto che esprimono molta rabbia in rete molti non escono fuori e diciamo che è la rete a renderli aggressivi. Qualsiasi provvedimento sia stato preso o qualsiasi interpretazione prevede sempre che l’adulto ne esca bene e non si tolga niente e sia sempre colpa dei ragazzi. Questo devono fare ogni giorno i genitori. Oppure, la sera bisognerebbe riunirsi con i propri figli e parlare insieme per dire cosa si pensi di ciò che è successo con la minicar, cosa si pensi della lettera che ha scritto il ragazzo a Trescore Balneario prima di accoltellare l’insegnante. Siccome queste cose gli adulti, la scuola, la famiglia e la politica non la vogliono fare perché gli disturba affrontare le emozioni e la disperazione giovanile, noi non ne parliamo dicendo che se no li istighiamo.
L’unica vera forma di prevenzione è legittimare le emozioni dell’adolescente.
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