Lampedusa attende il Papa: mons. Damiano (Agrigento), “guardare i migranti negli occhi cambia la storia”

Scritto il 10/06/2026
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Il percorso di racconti e testimonianze che ci accompagnerà fino al prossimo 4 luglio, giorno della storica visita di Papa Leone XIV a Lampedusa, non darà voce soltanto agli abitanti dell’isola, ma si arricchirà dello sguardo e delle riflessioni di autorevoli esponenti del mondo ecclesiale.
Dopo l’intervento di mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e già presidente della Commissione Cei per le Migrazioni abbiamo hanno intervistato l’arcivescovo di Agrigento, mons. Alessandro Damiano, pastore della diocesi direttamente coinvolta dalla prossima visita del Pontefice.

Eccellenza, Lampedusa è spesso percepita come simbolo mondiale delle migrazioni, ma prima di tutto è una comunità concreta della Chiesa agrigentina. Che cosa significa per lei essere pastore di un’isola che porta su di sé una responsabilità così grande?
La Chiesa Agrigentina ha sempre avuto un’attenzione particolare per la comunità cristiana di Lampedusa. Fin dalla sua nascita la parrocchia è stata legata alla cattedrale, con cui ancora condivide il titolo, che provvedeva ad ogni sua esigenza. E così in ogni tempo, ancor prima del fenomeno migratorio moderno, i vescovi di Agrigento hanno cercato di far sì che la periferia fosse solo geografica. A maggior ragione negli ultimi tempi, in cui l’Isola si trova al centro della cronaca migratoria, è necessario mantenere stretto questo legame che ricordi ai lampedusani di non essere soli ma membri di una Chiesa che li accompagna e li sostiene. Allo stesso tempo essere pastore della Diocesi in cui si trova Lampedusa comporta la responsabilità della testimonianza evangelica. Anche se a livello numerico Lampedusa non è certo il centro della questione, lo è, ormai, a livello simbolico e mediatico ed è per questo motivo che diventa il luogo in cui la Chiesa gioca la sfida della testimonianza e del farsi voce dei piccoli e dei fragili.

Foto Agorà Spazio Migrante(S)

La visita di Papa Leone a Lampedusa non riguarda solo un luogo simbolico, ma una comunità della sua diocesi…
Se la comunità lampedusana non può essere separata dalla Chiesa Agrigentina, allora è proprio a questa Chiesa che il Santo Padre si rivolge: con questa Chiesa volgerà lo sguardo ai migranti pregando per i vivi e per i defunti, riconoscendo in essi la visita del Signore, secondo l’insegnamento del Vangelo; questa Chiesa viene a confermare nella fede; da questa Chiesa ha scelto di parlare al mondo, come papa Francesco, innalzando uno scoglio a pulpito da cui ammonire i potenti e confortare i piccoli. Certamente dalla visita e dalle parole del Papa emergeranno tanti cammini da intraprendere e la prima ad essere interpellata sarà questa Diocesi.

Agrigento ha ospitato un Forum sulle migrazioni intitolato “L’indifferenza, la paura, la fraternità”. Sono tre parole che sembrano descrivere bene anche il modo in cui oggi l’Italia e l’Europa guardano alle migrazioni. Come si passa dall’indifferenza e dalla paura alla fraternità?
L’indifferenza nasce dalla paura e preclude la fraternità. Anche in una società che continua a dirsi cristiana, a volte più culturalmente che nella fede, l’incontro con l’altro genera disagio specialmente quando si tratta del povero. Il ricco, anche se straniero, non ci fa paura ma il povero ci mette davanti ai nostri limiti. Per dimostrare che la gestione dei flussi non sia un problema né un’emergenza basta accostarsi ai dati reali e non alla propaganda, invece per trasformare la paura e l’indifferenza occorre una vera conversione dello sguardo.

In una sua intervista lei ha detto che è importante “guardarsi negli occhi con i migranti”, pensando non solo a chi arriva oggi sulle coste italiane, ma anche a chi vive già da tempo nelle nostre città. Che cosa cambia quando il migrante smette di essere una categoria e diventa un volto?
Cambiare prospettiva è cambiare la storia. Nessuno deve essere ridotto ad una categoria. Tale atteggiamento porta solamente alle polarizzazioni che tanto emergono nel nostro tempo ma che non aiutano a scendere in profondità. Se Lampedusa è il segno dell’accoglienza, è anche luogo di passaggio; la vita delle persone migranti, quando ciò viene permesso, ritrova una certa normalità sulla “terra ferma”, dove le comunità civile ed ecclesiale sono chiamate all’accoglienza nel rispetto della diversità e della unicità di ciascuno.

La diocesi di Agrigento conosce insieme immigrazione, emigrazione e spopolamento…
La mobilità è un fenomeno che accompagna l’umanità fin dalla sua comparsa sulla terra e che nessuno potrà mai fermare, se non al prezzo della vita di molti, come già avviene. La terra agrigentina è testimone di arrivi e partenze che non possono non essere accostate. Nessuno vorrebbe strappare le proprie radici se non si sentisse costretto dal bisogno o dal desiderio di una vita che comprende si realizzerà meglio
altrove. Con sofferenza il nostro territorio assiste ad uno spopolamento sempre maggiore, specialmente nelle zone interne, davanti al quale non possiamo limitarci ad essere spettatori. Né l’immigrazione né l’emigrazione possono essere ridotte ad emergenza di cui prendere semplicemente atto. La mobilità è positiva solo se accompagnata dalla libertà.

Se dovesse consegnare una parola alla comunità di Lampedusa in vista della visita di Papa Leone, quale parola sceglierebbe?
Coraggio. C’è necessità di trovare il coraggio di uscire da sé stessi, di prendere posizione, di dare voce a chi non ne ha; coraggio di essere
testimoni credibili di un Vangelo che ci richiede di non essere neutrali.

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