“Fermatevi! Convertitevi!”. E’ la “parola chiara” e il forte appello pronunciato da Leone XIV, nella Plaza de Cristo di San Cristobal de la Laguna, a Tenerife, ultima tappa del suo viaggio apostolico in Spagna, e rivolto “a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare”.
“Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a lui”,
tuona il primo papa ad aver raggiunto le Isole Canarie, davanti a centinaia di migranti accolti nella frontiera Sud d’Europa, in un mare che ha visto e vede morire molti loro fratelli e sorelle in cerca di speranza e di un futuro migliore, inghiottiti dalla rotta atlantica: “Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro”, il monito ai trafficanti:
“Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina.
Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio. Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione”. “L’ultima parola non può averla la paura, né l’indifferenza, né la violenza di chi specula sulla vita umana”, garantisce il Papa: “L’ultima parola spetta a Cristo, che si identifica con lo straniero, tocca le ferite dell’umanità e ci chiama a riconoscerlo in ogni fratello che ha bisogno di essere accolto, protetto, valorizzato e integrato”. “Una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare”, ribadisce il Pontefice:
“ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana”.
Perché non ci sono solo i morti: “esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità”.
“Integrare significa impedire questo secondo naufragio”,
spiega il Papa in un discorso che è una vera e propria lezione sull’integrazione: “Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità”. “L’’integrazione richiede di imparare a leggere in modo diverso”, la tesi di Leone XIV: “il Vangelo ci educa a una lettura più profonda della realtà: quella che nasce dalla vicinanza, dalla pazienza e da mani capaci di soccorrere, accompagnare, orientare, insegnare e aprire strade”.
La solidarietà non è filantropia, e la presa in carico dei migranti è un processo: “L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcare la soglia. L’assistenza mette un balsamo sulla ferita e l’integrazione ricostruisce il futuro”. “Integrare non significa cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci alle spalle tutto ciò che fa parte della sua memoria”, precisa Leone XIV:
“Non significa nemmeno creare mondi paralleli,
chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente. Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro”.
Ai migranti, il Papa chiede di aprirsi con fiducia alla comunità che li accoglie, “imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni”. Ogni società che accoglie, a sua volta, “ha dei doveri nei confronti di chi arriva”, perché i migranti sono “persone create a immagine e somiglianza di Dio, prima che di categorie giuridiche o di problemi da gestire”: “Dopo viaggi difficili e, a volte, diversi tentativi, cercano qualcuno che dica loro, con i gesti prima che con le parole: la tua vita non è uno scarto, la tua sofferenza non è invisibile, la tua dignità non si è dissolta nelle acque che hai attraversato”.
Ma i migranti, per Leone XIV, “cercano anche qualcos’altro: una possibilità concreta di ricominciare, di imparare, di lavorare, di servire, di partecipare, di non rimanere rinchiusi per sempre nella condizione di vittime”.
Di qui il ringraziamento “alle tante realtà ecclesiali e civili che vanno oltre il primo soccorso e accompagnano percorsi di protezione, promozione e integrazione”, ma anche ai “tanti migranti che, provenienti dall’America Latina, dalle Filippine e da altre latitudini, sono già parte viva della comunità e, con la loro fede, il loro lavoro e i loro doni, contribuiscono a rinnovarla”.
“Lasciatevi anche evangelizzare da loro”,
l’invito ai presenti, rilanciato anche nell’omelia della messa nel Porto di Santa Cruz. “L’integrazione non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario”, l’indicazione di rotta per i cattolici: “Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, di un tetto, di una lingua, di lavoro e di protezione, e deve anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, percorsi per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona”. La seconda e ultima giornata nelle Canarie è cominciata con l’incontro con centinaia di migranti del Centro La Raìses, alcuni salutati uno per uno dal Papa, che è entrato in una delle tende dove sono accolti: “Tutti siamo migranti. Al di là del nostro luogo di provenienza, l’amore di Dio non conosce confini, non fa distinzioni, si dona a tutti e ci raccoglie nell’unità”.
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