Si apre oggi a Città del Messico, allo stadio Azteca, ribattezzato Banorte Stadium, il campionato del mondo di calcio più grande di sempre: quarantotto squadre e sedici città ospitanti distribuite in tre paesi, Stati Uniti, Canada e Messico. Un evento planetario per il quale sono attesi oltre un milione di visitatori. A fare da sfondo lo slogan della Fifa, la “Fédération Internationale de Football Association”: “Il calcio unisce il mondo”. Sarà proprio così? Domanda lecita se si pensa che una quota significativa delle finaliste proviene da aree instabili o segnate da conflitti, soprattutto, Medio Oriente, Africa ed Europa orientale. Squadre come Iran, Iraq, Repubblica Democratica del Congo, Arabia Saudita, Stati Uniti, Marocco, Bosnia-Erzegovina, Qatar, Corea del Sud, Haiti, e Giordania scenderanno in campo portando con sé il peso di tensioni geopolitiche interne, guerre e crisi umanitarie che sono lo specchio del mondo di oggi e che troveranno nel campionato di calcio un’ulteriore cassa di risonanza.
Un assaggio lo abbiamo avuto in questi giorni: Omar Artan, arbitro somalo selezionato per i Mondiali, è stato respinto alla frontiera di Miami, sabato scorso, perché il Dipartimento della Homeland Security lo ha “ritenuto inammissibile per motivi di sicurezza”. La Somalia rientra, infatti, nella lista dei paesi colpiti dal ‘travel ban’ di Trump, che impedisce alle persone provenienti da determinati paesi di entrare in America. Come ricorda l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, “l’amministrazione Trump ha implementato un travel ban che colpisce parzialmente o totalmente i cittadini di ben 19 paesi. Quattro di questi – Haiti, Iran, Costa d’Avorio e Senegal – hanno squadre qualificate al Mondiale. I tifosi di quei paesi non potranno assistere alle partite giocate negli Stati Uniti. Per i cittadini di Algeria, Capo Verde, Costa d’Avorio e Senegal è stata, inoltre, introdotta una cauzione da 15mila dollari come condizione per il visto non-immigrante, una soglia che molti non potranno permettersi”.
Dal fronte al campo. L’esempio più evidente è quello dell’Iran. La nazionale di Teheran è presente al Mondiale mentre il Paese continua a occupare una posizione centrale nelle tensioni mediorientali, tra il confronto con Israele, la guerra con gli Stati Uniti e il peso delle sanzioni internazionali. Per gli iraniani il calcio rappresenta spesso uno dei pochi spazi di unità nazionale in un contesto politico e sociale complesso. Curiosità: il calendario prevede un potenziale match Iran-Usa agli ottavi di finale, il 3 luglio ad Arlington, in Texas. Anche l’Iraq arriverà negli Usa con alle spalle decenni di guerre e instabilità. Sebbene la situazione della sicurezza sia migliorata rispetto agli anni più cruenti della lotta contro lo Stato Islamico, il Paese resta minato da fragili equilibri politici e dalla presenza di milizie armate. La qualificazione rappresenta per molti iracheni un raro motivo di orgoglio nazionale. Nello stesso quadrante geopolitico si collocano Arabia Saudita e Giordania. Riad è oggi uno degli attori più influenti del Medio Oriente, impegnato in una profonda trasformazione economica e diplomatica ma anche coinvolto nei delicati equilibri regionali. La Giordania, invece, vive all’ombra delle crisi che la circondano: dalla guerra a Gaza all’instabilità siriana e irachena, passando per la crisi iraniana.
Africa. Dall’Africa arriva uno dei casi più significativi. La Repubblica Democratica del Congo continua a essere teatro di un conflitto dimenticato che negli ultimi anni ha provocato migliaia di vittime e milioni di sfollati nelle province orientali. Mentre i riflettori del mondo saranno puntati sul Mondiale, nel Kivu continueranno a combattersi guerre che raramente conquistano le prime pagine internazionali. Anche il Marocco porterà al torneo il peso delle tensioni regionali. La disputa sul Sahara Occidentale e il gelo diplomatico con l’Algeria continuano a influenzare gli equilibri del Maghreb. Pur non essendo un conflitto aperto, rappresentano una delle principali linee di frattura del Nord Africa.
Il caso Haiti. Ma l’esempio più drammatico è quello di Haiti. Lo Stato caraibico è oggi travolto dalla violenza delle bande armate, che controllano ampie zone del territorio e hanno messo in ginocchio le istituzioni. Se la nazionale haitiana dovesse essere protagonista del torneo, rappresenterebbe il volto sportivo di una delle più gravi crisi umanitarie dell’emisfero occidentale. Anche il Messico, pur essendo uno dei Paesi organizzatori, convive con una sfida interna che da anni assume caratteristiche quasi belliche: la violenza dei cartelli della droga. Intere regioni del Paese restano segnate da scontri armati, criminalità organizzata e insicurezza diffusa. Sul versante europeo, la Bosnia-Erzegovina resta uno dei simboli delle ferite irrisolte dei Balcani. A trent’anni dagli accordi di Dayton, il Paese continua a convivere con profonde divisioni etniche e istituzionali che periodicamente riaccendono timori sulla sua stabilità.
Mondiale, un’arena unica. Dall’11 giugno al 19 luglio, giorno della finale che si giocherà al MetLife Stadium di New York, il calcio proverà a far dimenticare paure, divisioni e conflitti, per alimentare le speranze di un mondo sempre più polarizzato. In questo senso, il Mondiale 2026 non sarà soltanto il più grande della storia. Potrebbe essere anche il più geopolitico. Come fa notare Antonio Missiroli, Senior Advisor dell’Ispi, “i Mondiali di calcio sono per antonomasia una competizione fra squadre nazionali, che i tifosi di ciascun paese tendono a sostenere al di là delle loro preferenze a livello di club. La popolarità e, oramai, la quasi universalità dello sport rendono quindi la Coppa del Mondo un’arena unica per misurare non solo la ‘ricchezza delle nazioni’ – almeno in termini calcistici – ma anche lo stato delle relazioni internazionali”.
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