“La crisi in Myanmar non è solo politica o militare; è fondamentalmente una crisi umana che colpisce milioni di persone comuni. L’assistenza umanitaria continua, la protezione dei civili e gli sforzi a lungo termine per la pace rimangono tra i bisogni più urgenti del Paese”. È il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, a parlare al Sir della situazione umanitaria in Myanmar dopo che Acled (Armed Conflict Location & Event Data) ha pubblicato un Rapporto con dati devastanti. Il cardinale conferma e delinea un bilancio preoccupante. “Il Myanmar – spiega – oggi si trova ad affrontare quella che molte organizzazioni umanitarie descrivono come un’emergenza a più livelli, in cui conflitto, sfollamento, difficoltà economiche e disastri naturali si rafforzano a vicenda anziché verificarsi separatamente”. Le emergenze che lo preoccupano maggiormente sono “la protezione dei civili” perché il conflitto armato in corso continua a esporre i civili a raid aerei, bombardamenti, mine antiuomo e sfollamento. “Molte famiglie sono state costrette a fuggire dalle proprie case più volte e l’accesso umanitario rimane difficile in molte aree colpite dal conflitto”. C’è poi la crisi umanitaria. Secondo il Piano delle Nazioni Unite per i bisogni e la risposta umanitaria del 2026, circa 16,2 milioni di persone, quasi un terzo della popolazione, necessitano di assistenza umanitaria. Milioni di persone sono sfollate internamente e spesso vivono in alloggi inadeguati, con mancanza di assistenza sanitaria, acqua potabile e servizi igienico-sanitari. Preoccupa anche l’insicurezza alimentare e la malnutrizione.
Il Programma Alimentare Mondiale ha avvertito che oltre 12 milioni di persone soffrono di fame acuta.
Critica la situazione dei bambini che oltre a subire anni di interruzione degli studi a causa di conflitti, sfollamenti e disastri corrono rischi di sfruttamento, reclutamento in gruppi armati, tratta di esseri umani e traumi psicologici. Ospedali e cliniche in molte parti del paese lottano contro la carenza di medicinali, attrezzature e personale. Il 2025 è stato l’anno del devastante terremoto che ha aggravato le vulnerabilità esistenti distruggendo case, scuole, ospedali e infrastrutture di trasporto in regioni già fragili. Inondazioni, cicloni e caldo estremo continuano ad aumentare i bisogni umanitari. Infine, ci sono la carenza e le restrizioni di accesso dei fondi finanziari che mettono in seria difficoltà le organizzazioni umanitarie e fanno sì che molte comunità vulnerabili ricevano poca o nessuna assistenza, nonostante i gravi bisogni.
Eminenza, lei ha giustamente ricordato il terremoto dello scorso anno. Com’è la situazione nei luoghi più colpiti dalle scosse?
Sono ancora in difficoltà… Sì. Più di un anno dopo il devastante terremoto del marzo 2025, molte delle comunità più colpite, soprattutto nelle regioni centrali di Mandalay, Sagaing, alcune zone di Nay Pyi Taw e la parte meridionale dello Stato Shan hanno ancora un grave bisogno di assistenza umanitaria. L’emergenza si è trasformata da una fase di soccorso immediato a una fase di recupero prolungata, ma permangono diverse esigenze urgenti. Migliaia di famiglie vivono ancora in rifugi temporanei o in case danneggiate. La ricostruzione è stata lenta a causa della carenza di fondi, degli alti costi di costruzione e dell’insicurezza. Molti ospedali e cliniche sono stati distrutti o rimangono solo parzialmente funzionanti. Le squadre sanitarie mobili continuano a fornire assistenza essenziale in molte comunità. Molte famiglie hanno perso le loro case, le fattorie, le attività commerciali o le fonti di reddito. L’ accesso all’acqua potabile, ai servizi igienico-sanitari e a scuole sicure rimane una delle principali preoccupazioni in numerosi villaggi.
Il terremoto ha inoltre colpito un Paese che stava già affrontando un conflitto armato e sfollamenti su larga scala.
La sovrapposizione di queste crisi continua a rendere difficile per le organizzazioni umanitarie raggiungere tutte le persone bisognose, in particolare nelle zone colpite dai conflitti.
Su quali fronti la Chiesa cattolica in Myanmar è più impegnata?
La Chiesa cattolica in Myanmar serve una popolazione che si estende ben oltre i suoi fedeli. I cattolici rappresentano solo circa l’1% della popolazione del paese, ma i servizi umanitari, educativi e sanitari della Chiesa sono offerti a persone di tutte le religioni e comunità etniche. Nell’attuale crisi, la Chiesa è diventata una delle poche istituzioni che continua a raggiungere le comunità vulnerabili in molte parti del paese. Le sue principali priorità sono l’assistenza umanitaria e l’assistenza sanitaria. Attraverso la Karuna Mission Social Solidarity (KMSS), uffici diocesani, congregazioni religiose e comunità parrocchiali, forniscono cibo, acqua potabile, alloggi di emergenza, vestiti, medicinali e assistenza in denaro agli sfollati interni e alle famiglie colpite da conflitti e disastri naturali. La Chiesa sostiene cliniche, équipe mediche mobili, programmi di salute materno-infantile, supporto psicologico e assistenza medica di emergenza, soprattutto nelle aree remote dove i servizi pubblici sono collassati. Con molte scuole chiuse a causa dei conflitti, parrocchie e comunità religiose organizzano programmi di istruzione informale, centri di apprendimento, formazione professionale e borse di studio per evitare che i bambini perdano anni di scuola. Infine, siamo impegnati nella costruzione della pace, invocando costantemente il dialogo, la riconciliazione, la protezione dei civili e il rispetto della dignità umana.
Ma le risorse di cui disponete, sono sufficienti?
La risposta onesta è no. I bisogni sono cresciuti molto più rapidamente delle risorse disponibili.
Il conflitto in corso rende molte comunità difficili o pericolose da raggiungere. L’inflazione e l’instabilità economica hanno aumentato drasticamente il costo di cibo, medicine, carburante e trasporti. Alcune aree rimangono inaccessibili. Le stesse comunità ecclesiali locali sono spesso colpite da sfollamento e povertà mentre cercano di aiutare gli altri. Di conseguenza, la Chiesa deve costantemente dare priorità ai bisogni più urgenti e lavorare a stretto contatto con partner internazionali come Caritas Internationalis, Catholic Relief Services, il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, altre chiese cristiane, organizzazioni della società civile locale e agenzie umanitarie internazionali.
Nonostante le risorse limitate, la forza più grande della Chiesa è spesso la sua stessa presenza.
Come Papa Francesco ha ripetutamente sottolineato durante il suo pontificato, la Chiesa cerca di essere “un ospedale da campo”, presente dove la sofferenza è maggiore. Questa visione continua a guidare la missione della Chiesa in Myanmar: servire ogni persona bisognosa, indipendentemente dall’etnia, dalla religione o dall’affiliazione politica, continuando al contempo a promuovere la pace, la giustizia e la riconciliazione.
La pace è ancora lontana. Le comunità cattoliche sono al sicuro?
La sicurezza delle comunità cattoliche in Myanmar varia notevolmente da una regione all’altra, ma nel complesso la situazione rimane fragile. In molte parti del paese, i fedeli cattolici continuano a praticare il culto con coraggio nonostante l’insicurezza, gli sfollamenti e l’incertezza. Diverse realtà sono particolarmente preoccupanti. In Stati come lo Stato di Chin, lo Stato di Kayah (Karenni), alcune parti dello Stato di Kachin e la Regione di Sagaing, chiese e villaggi cattolici si sono talvolta trovati vicino ad aree di conflitto armato. Alcuni edifici ecclesiastici sono stati danneggiati o distrutti, mentre altri sono stati utilizzati come rifugi per famiglie sfollate. Sacerdoti, suore e catechisti spesso rimangono con la loro gente, celebrando i sacramenti in rifugi temporanei, campi o villaggi, quando le condizioni lo permettono. Sebbene le comunità cattoliche non siano generalmente prese di mira solo per la loro fede, sono profondamente colpite dal conflitto in generale. Insicurezza, raid aerei, bombardamenti, chiusure stradali e interruzioni dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria hanno interessato molte diocesi. Nonostante queste difficoltà, la Chiesa continua la sua missione in modi straordinari.
Molte chiese sono diventate luoghi di preghiera, assistenza umanitaria e speranza per le comunità locali.
Eminenza, ha un messaggio da lanciare alla comunità internazionale?
La Chiesa in Myanmar continua a chiedere alla comunità internazionale non solo assistenza umanitaria, ma anche un sostegno costante per la pace, il dialogo e la protezione dei civili. Finché non si raggiungerà una pace giusta e duratura, molte comunità cattoliche continueranno a vivere nell’incertezza, testimoniando la propria fede attraverso la perseveranza e il servizio.
“Non dimenticate il Myanmar”.
È il mio appello ai governi, alle organizzazioni internazionali, alle Chiese e alle agenzie umanitarie affinché continuino a impegnarsi per la popolazione. Cinque anni dopo il colpo di stato del 2021, molti in Myanmar si sentono abbandonati dal mondo, ma c’è ancora speranza in Myanmar. La speranza cristiana non è un ottimismo ingenuo; nasce dalla Croce e dalla Risurrezione. Ma chiede anche la fine immediata della violenza; la protezione dei civili e dei luoghi di culto; l’accesso umanitario per tutti coloro che ne hanno bisogno; il dialogo e la riconciliazione nazionale; una solidarietà internazionale costante con il popolo del Myanmar; e preghiere per una pace giusta e duratura.
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