Quarantuno tonnellate di cibo, un camion senza bandiere né contrassegni, la strada principale tra Adi-Daero e Adi-Nebried, nel Tigray nord-occidentale. Il 20 settembre il mezzo, partito da Mekelle e diretto al centro per sfollati interni di Sheraro, è stato colpito durante attacchi con droni segnalati lungo il percorso. “Siamo molto sollevati che l’autista sia sopravvissuto senza riportare ferite”, spiega dall’Etiopia Zemede Zewdie, rappresentante nel Paese di Catholic Relief Services (Crs), l’agenzia umanitaria internazionale dei cattolici statunitensi. Il bilancio materiale è più pesante e misura quanto sia diventato fragile, a quasi quattro anni dall’accordo di Pretoria del novembre 2022, il corridoio che porta cibo a chi ha dovuto lasciare la propria casa.
Metà del carico agli sfollati
L’impatto ha incendiato la cabina di guida e danneggiato o distrutto parte delle derrate, “interrompendo un’assistenza tempestiva alle famiglie sfollate”, osserva Zewdie. Fonti locali citate da Addis Standard riferiscono però di ustioni a una mano per l’autista e di una ragazza di 13 anni ferita. Metà del carico è stata recuperata e consegnata. Il camion viaggiava per la Joint Emergency Operation (Jeop), programma alimentare finanziato dal governo statunitense e realizzato “in coordinamento diretto con partner locali di fiducia come Caritas Etiopia-Adigrat”. Secondo l’eparchia cattolica di Adigrat era uno dei circa venti mezzi contrattati dal Segretariato cattolico diocesano, e il campo di Sheraro accoglie 56.273 sfollati. Nel complesso Crs ha individuato come destinatari oltre 674mila sfollati interni, stanziando più di 9.060 tonnellate di cibo. Quanta parte arrivi davvero non viene quantificata. “Stiamo valutando attivamente la situazione, mentre continuiamo a consegnare l’assistenza necessaria ai destinatari previsti a Sheraro”, precisa il rappresentante di Crs. Il 22 settembre il Dipartimento di Stato statunitense ha condannato l’attacco e chiesto alle autorità un’indagine completa.
Da Pretoria alla ripresa del conflitto
L’intesa del 2022 non è mai stata pienamente attuata, e a luglio le autorità regionali espresse dal Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf) l’hanno dichiarata di fatto fallita. A settembre il Tplf ha stretto con altri gruppi armati un’alleanza per rovesciare il governo del primo ministro Abiy Ahmed e il 23 ha preso il controllo dei tre aeroporti della regione, attaccando in Amhara e Afar. Il 1° ottobre l’Etiopia, che accusa l’Eritrea di sostenere le forze ostili al governo, ha chiuso l’ambasciata ad Asmara, e Asmara ha rotto le relazioni. Due giorni dopo il Tplf ha lasciato Mekelle, dove sono entrati i miliziani della Tigray Peace Force e l’esercito federale. Nella sola regione di Afar i combattimenti hanno costretto alla fuga almeno 150mila persone, secondo fonti umanitarie. Il 4 ottobre un drone ha colpito il campo di Sheraro, destinazione del camion: almeno otto morti, secondo fonti umanitarie e locali. Il 30 settembre, al termine dell’udienza generale, Leone XIV aveva rivolto “un accorato appello a tutte le parti perché scelgano la via del dialogo”, auspicando un contributo “generoso e tempestivo” della comunità internazionale perché gli aiuti raggiungano chi ne ha bisogno.
Carburante, contanti e corridoi sicuri
Sul terreno, le difficoltà principali riguardano carburante e contanti, oltre all’alto costo del trasporto delle merci, sottolinea Zewdie. A febbraio l’Agenzia per il commercio e l’export del Tigray denunciava lo stop delle forniture di carburante alla regione da gennaio, accusa respinta dall’Autorità federale per il petrolio e l’energia. Si aggiungono i rischi per la sicurezza di personale, veicoli e rifornimenti. “Qualsiasi interruzione lungo le vie di transito o danno ai carichi umanitari rappresenta una grave battuta d’arresto per popolazioni già provate da dure condizioni di bisogno”, avverte il rappresentante di Crs. Per questo è importante, aggiunge, che tutti i soggetti coinvolti e le autorità riconoscano che i carichi umanitari trasportano “beni salvavita per persone nel bisogno”. Sulla stessa linea l’eparchia di Adigrat, che chiede garanzie di sicurezza per le rotte umanitarie. Crs si dice impegnata a rafforzare la sicurezza con autorità e partner umanitari. Ma un punto, insiste Zewdie, resta essenziale: “Deve essere garantita una protezione attiva a tutto il personale e a tutti i beni e mezzi umanitari, affinché gli aiuti possano muoversi in sicurezza e senza interferenze”.