L’intelligenza artificiale non è soltanto una rivoluzione tecnologica. È anche una questione energetica, economica e sociale, destinata a incidere sugli equilibri tra Paesi, sulla distribuzione della ricchezza e sul mercato del lavoro.
(Foto Lumsa)
A sottolinearlo è Giovanni Ferri, professore ordinario di Economia e gestione aziendale, Management, Finance and Data Analytics e Relazioni internazionali all’Università Lumsa, che analizza le opportunità e i rischi della trasformazione in corso. Secondo Ferri, la disponibilità di energia abbondante e a basso costo diventerà un vero fattore competitivo, mentre la concentrazione della tecnologia nelle mani di pochi grandi operatori potrebbe accentuare le disuguaglianze. Al tempo stesso, l’AI può produrre importanti guadagni di produttività e contribuire alla crescita del Pil. Una trasformazione che, proprio per questo, richiede investimenti, formazione, regole e una riflessione sul rapporto tra innovazione, democrazia e bene comune.
L’intelligenza artificiale sta diventando anche una questione energetica: quanto può incidere il suo crescente fabbisogno di elettricità sugli equilibri economici mondiali?
L’intelligenza artificiale è molto energivora. Inizialmente si pensava che fossero soprattutto le fasi di training ad assorbire energia, ma ci si sta rendendo conto che la crescita del consumo diffuso di AI genera un assorbimento ancora maggiore. La disponibilità di energia è quindi molto importante ed è indubbiamente un fattore competitivo avere energia in abbondanza a basso costo per poter sviluppare e consumare AI.
Siamo davanti a una nuova grande fase di investimento produttivo o esiste il rischio di una bolla speculativa?
Ultimamente si è diffusa la percezione che possa esserci una bolla speculativa, cioè un eccesso di investimenti rispetto alla capacità delle imprese AI di generare ricavi e, ancor più nel lungo periodo, profitti. Gli investitori sembrano però privilegiare le imprese che dimostrano di saper generare ricavi più velocemente. Se ci fosse uno scoppio della bolla AI, probabilmente non avrebbe effetti così generalizzati come quello della bolla dot-com all’inizio del nuovo millennio, perché gli investitori stanno guardando in maniera più selettiva.
Quali saranno le principali ricadute economiche: maggiore produttività e crescita o redistribuzione della ricchezza verso grandi aziende e Paesi più avanzati?
Ci saranno entrambi gli effetti. L’AI abbassa i costi e aumenta la capacità di produrre più velocemente, quindi ci saranno inevitabilmente maggiore produttività e crescita. Ma ci sarà anche un impatto redistributivo importante a vantaggio dei nuovi padroni di questa tecnologia. Come è accaduto in tutte le rivoluzioni industriali, coloro che riescono per primi a possedere la nuova tecnologia e i nuovi capitali produttivi possono accumulare una ricchezza spropositata, generando sfruttamento nei confronti di chi non ha accesso. Servono quindi aggiustamenti nelle istituzioni, nelle prassi e nelle regole etiche, per evitare che questa ricchezza sia talmente concentrata da spostare gli equilibri non solo economici, ma anche politici, persino mettendo in discussione la democrazia.
L’AI richiede enormi investimenti in energia, reti e infrastrutture. Questo potrebbe trasformare l’accesso a energia abbondante e a basso costo in un nuovo fattore di competitività tra Paesi?
È abbastanza assodato che i Paesi più avanzati abbiano un vantaggio comparativo importante nell’introdurre l’AI. Stati Uniti e Cina sono più avanti rispetto agli altri grandi aggregati economici e istituzionali, ma anche l’Europa riuscirà in qualche modo a sviluppare qualcosa. Tutte le parti del mondo cercheranno di sviluppare proprie forme di AI per non essere strategicamente dipendenti da fornitori che possono utilizzare a loro vantaggio questa risorsa. L’energia abbondante a basso costo diventa quindi un fattore di competitività di breve, medio e lungo periodo.
Quali economie rischiano maggiormente di rimanere indietro nella corsa all’AI e quali, invece, potrebbero beneficiare maggiormente della nuova domanda di infrastrutture, energia e capacità di calcolo?
I Paesi più avanzati e ricchi hanno un vantaggio sia nel generare AI – con Stati Uniti e Cina nettamente più avanti – sia nell’utilizzarla. Questo genera un ulteriore problema di “piove sul bagnato”: le economie più povere tendono a essere meno avvantaggiate dalle nuove tecnologie. È quindi un fattore che genera un aumento delle disuguaglianze all’interno dei Paesi e, con tutta probabilità, un ulteriore aggravio delle disuguaglianze tra Paesi.
Quanto è realistico aspettarsi che i guadagni di produttività dell’AI si traducano in crescita del Pil?
Credo sia del tutto realistico. Basti pensare ai tempi di esecuzione di un compito, che si semplificano e si velocizzano enormemente. Il tempo di lavoro richiesto a un umano, finché parliamo di un “umano in the loop” (ndr. cioè con una persona che mantiene un ruolo di controllo e supervisione), si riduce: lo stesso umano, nello stesso tempo, può svolgere più compiti. La qualità dell’AI generativa, da ChatGPT a Gemini, avrà quindi impatti importanti sul Pil.
Un’AI più efficiente potrebbe però produrre un “effetto rimbalzo”, aumentando comunque i consumi?
Sì, l’effetto Jevons è da mettere in conto: quando si velocizzano i meccanismi di calcolo si tende ad assorbire meno energia, ma anche a generare più domanda. La domanda può quindi crescere al di là della riduzione dei costi e dei bisogni energetici. L’energia torna a essere un fattore sempre più importante. Per assicurare la propria indipendenza strategica sarà importante avere una produzione locale di energia e le rinnovabili diventano particolarmente preziose, soprattutto per i Paesi che non dispongono di fonti fossili. Energie fossili il cui utilizzo dovremmo sempre più mettere in discussione alla luce anche degli eventi catastrofici del clima che stiamo sperimentando
Quale impatto possiamo aspettarci sul mercato del lavoro? L’AI rischia di distruggere più posti di quanti ne crei oppure può generare una nuova fase di occupazione e professioni?
Gli impatti saranno molto profondi e asimmetrici. Ci sarà una domanda crescente di nuove professionalità e, attraverso upskilling e reskilling (ndr. aggiornamento e acquisizione di nuove competenze professionali), persone già occupate potranno diventare capaci di esercitare funzioni come il prompting, cioè interrogare l’intelligenza artificiale per risolvere problemi. Rischiano molto i cosiddetti unskilled, lavoratori con basse professionalità, perché molte funzioni potranno essere robotizzate o gestite attraverso l’AI. Ma all’estremo opposto rischiano anche professioni come la mia, perché l’AI può diventare uno strumento sofisticato di formazione. A rischiare meno sono quelle professionalità dove c’è una componente di manualità e artigianalità sofisticata. Ci sarà quindi una grande esigenza di formazione per portare chi è più a rischio verso le nuove professionalità che si genereranno. Il prompt designer (ndr. professionista specializzato nel formulare istruzioni efficaci per l’AI) per esempio è certamente una figura professionale di cui c’è un’enorme richiesta e ci sarà in futuro
Dal punto di vista economico, come dovrebbe intervenire la politica: lasciare che sia il mercato a guidare questa trasformazione oppure servono investimenti pubblici, regole e politiche industriali specifiche?
C’è bisogno di intervenire, soprattutto in Paesi come quelli dell’Unione europea che al momento non hanno una propria capacità di produzione di AI. Servono investimenti pubblici, ma soprattutto regole e politiche industriali specifiche. Senza regole, le disuguaglianze e l’accumulazione di ricchezza dei “tecnocapitalisti” possono essere molto pericolose. La classe media si sente insidiata e questo può generare malcontento e fenomeni politici dirompenti. C’è una polarizzazione in atto nelle società più ricche che mette a repentaglio la democrazia, come negli Stati Uniti ma anche in Europa. I movimenti sovranisti rappresentano un tentativo di affrontare questi problemi, dando delle risposte che a mio modo di vedere sono sbagliate ma al tempo stesso possono mettere in fibrillazione le nostre democrazie. Dunque c’è bisogno assolutamente di regole. Anche la gestione dei social network è essenziale, perché hanno avuto un ruolo fondamentale nella polarizzazione e nella costruzione di verità spesso basate sulle fake news. Difendere la democrazia è quindi fondamentale. C’entra l’etica e c’entra molto quello che Papa Leone XIV ha descritto con dovizia di ragionamenti e di dettagli nella sua recente enciclica Magnifica Humanitas.
Qual è, infine, il principale rischio e la principale opportunità economica dell’AI nei prossimi dieci anni?
La principale opportunità e il principale rischio sono collegati. L’enorme balzo nella capacità tecnica e scientifica che l’AI consente può essere una grande benedizione: può migliorare la vita di tutti e ridurre i disagi. Il principale vantaggio sarebbe trasformare l’aumento della produttività in un beneficio condiviso e mirato a risolvere i grandi problemi del futuro, a cominciare dalla crisi climatica, ambientale e sociale, che sono in qualche modo tra di loro collegati come è stato scritto nell’enciclica Laudato Si e come è stato ribadito anche dai messaggi e nell’enciclica da Papa Leone. Il rischio è l’altra faccia della medaglia: che questa grande ricchezza sia trattenuta nelle mani di pochi e utilizzata per costruire armi, strumenti di dominio e di sfruttamento anziché essere condivisa. Questo può persino mettere in crisi le democrazie. Dobbiamo lavorare tutti, nel nostro ambito, perché l’AI sia una benedizione e non una maledizione. Lasciata a se stessa rischia di diventare una maledizione e non possiamo permettercelo perché questo rappresenterebbe una violazione, non solo per chi ha il dono della fede e ascolta i nostri pontefici, ma per quel principio di responsabilità che tanti anni fa sollevava Hans Jonas il fondatore del pensiero della sostenibilità.
The post IA, energia e disuguaglianze: Ferri (Lumsa), la sfida economica della rivoluzione tecnologica first appeared on AgenSIR.