Pasqua, malgrado la guerra, nei quattro angoli del mondo

Scritto il 03/04/2026
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La guerra genera altre guerre, riproducendo ovunque sofferenza e distruzione. Ma la speranza della Pasqua sfida il buio della paura. Dove la morte ogni giorno presenta i suoi bilanci, l’attesa della Risurrezione di Cristo si incarna nella quotidianità di popoli sofferenti, e spogliati di tutto. Eppure pronti a rinascere al primo segnale di pace. Dovunque la Pasqua torna a ricordarci la speranza che brilla (a volte fioca) nei cuori di chi crede in un futuro migliore per i figli, per la propria terra, per l’umanità tutta.

(Foto Popoli e Missione)

Rimanere, come le donne del Vangelo. I missionari e le missionarie che vivono in zone di conflitti danno voce ai sentimenti della gente tra cui testimoniano il Vangelo. “Vivere la Pasqua in Terra Santa significa celebrarla in una realtà dove i cristiani sono minoranza, dove molti non credono in Gesù né nella sua Risurrezione. Significa proclamare la vita in mezzo a conflitti antichi e ferite sempre aperte, in un contesto che spesso assomiglia a un eterno Venerdì Santo o alla lunga notte del Sabato Santo – spiega suor Cecilia Sierra (nella foto), comboniana –. Qui, in Terra Santa, come più di duemila anni fa, vogliamo imparare dalle donne del Vangelo, da Maria di Nazaret, a rimanere. Rimanere ai piedi della croce. Rimanere accanto ai tanti crocifissi della storia. Rimanere quando tutto parla di morte. Rimanere anche quando la nostra presenza appare fragile, povera, quasi insignificante”. Suor Cecilia vive con le comunità beduine del deserto di Giuda con presenza ad Al Azariyah dal 2011. Le missionarie Comboniane in un contesto di conflitto, condividono la vita dei più vulnerabili, seminando speranza e dignità, accompagnando tra l’altro 12 comunità, soprattutto bambini e donne, con progetti educativi e formativi come Hilos de Paz che sostiene 200 donne nel ricamo palestinese. Le famiglie beduine minacciate da evacuazioni forzate, vivono nella precarietà, senza garanzie, senza sicurezza, spesso senza voce. “Eppure custodiamo un dono: crediamo in Gesù risorto – spiega suor Cecilia –. Crediamo che proprio in questa Terra la morte è stata vinta nella sua carne. Crediamo che la risurrezione, ancorata a questa storia e a questa terra, continua a manifestarsi. È questa fede che sostiene la nostra speranza e ci permette di restare. Come donne all’alba, vulnerabili anche noi, scegliamo di stare accanto a loro. Così vogliamo vivere la Pasqua: lasciando che la nostra presenza diventi segno, piccolo ma reale, che Dio non ha dimenticato i poveri

Kiev underground. Un inverno particolarmente duro per il quarto anno dall’invasione russa in Ucraina. Francesco Fornari, coordinatore progetti di Caritas italiana in Ucraina, risponde da Kiev. “Buona parte della vita di Kiev si svolge sottoterra, c’è il wifi, si possono usare i computer. Mancano tante cose ma la gente sembra essersi abituata. Il riscaldamento in casa non funziona, l’elettricità e l’acqua corrente arrivano solo qualche ora al giorno”. Fornari parla di una surreale quotidianità in cui grandi magazzini e ristoranti sono aperti, le macchine degli oligarchi sfrecciano per strada, mentre la città si sveglia dopo l’ennesima notte con gli allarmi dei bombardamenti. “È un’atmosfera un po’ distopica, si passa una settimana senza luce a casa. La gente va al cinema o a teatro, c’è la stagione lirica come tutti gli anni, poi per strada vedi tanti mutilati, chi alle gambe, chi alle braccia o al volto. Kiev è piena di mercenari, la guerra ha segnato tutte le famiglie che hanno una persona al fronte. In questo momento milioni di uomini sono in servizio, il fronte si muove in continuazione. Arrivano storie da far accapponare la pelle, moltissimi hanno parenti spariti o in campo di prigionia, io stesso giro sempre col passaporto perché la polizia ferma gli uomini in età di leva e li manda a combattere”. Nella Pasqua ortodossa è molto importante che la comunità si riunisca per pregare e festeggiare, ma ora molti nuclei sono dispersi tra sfollati, emigrati o persone rimaste uccise. Se nella capitale la notte del 12 aprile (a una settimana di distanza dalla Pasqua cattolica), le chiese ortodosse si illuminano per le funzioni religiose, nei villaggi, le comunità – composte soprattutto da anziani e bambini –, si riuniscono per andare a pregare insieme. E la luce di ogni candela accesa significa la stessa cosa: pace!

A Port-au-Prince con le mamme e i bambini. Nella periferia di Port-au-Prince le suore Ministre degli infermi di San Camillo curano i più bisognosi nell’ospedale Foyer Saint Camille in “una condizione ogni giorno più difficile per la crisi politica e l’instabilità economico-sociale. Tempo fa il console brasiliano ci ha chiamate e ci ha consigliate di rientrare in patria se volevamo salvare la nostra vita. Noi però abbiamo deciso di rimanere, perché con i nostri confratelli Camilliani, siamo al servizio di una ottantina di ragazzi che hanno danni neurologici e sono stati abbandonati dai loro genitori. Ma come lasciare senza assistenza questi nostri fratelli così fragili e bisognosi?”. Suor Elizangela Silva Gomez parla della Pasqua incarnata nella difficile realtà di Haiti dove le Ministre degli infermi di San Camillo celebrano quest’anno il 25° anniversario di presenza. Racconta del clima difficile a cui non ci si abitua mai, in cui le persone “hanno molta paura, c’è molta miseria, non c’è lavoro”. I giovani finiscono per essere reclutati dalle gang che terrorizzano Haiti, soprattutto a causa della mancanza di lavoro. Anche la via dell’emigrazione (clandestina) verso la Repubblica Dominicana è preclusa perché le espulsioni sono continue, le frontiere sono state bloccate. “Aiutiamo molte mamme sole che vivono la gravidanza in condizione di grande povertà e fragilità: accogliere queste donne con i loro bambini, nutrirle e curarle è per noi un prolungamento della missione materna che ci è stata affidata dalla madre fondatrice Maria Domenica Brun Barbantini e dalla Chiesa. Dopo la nascita seguiamo i bambini, curando la loro salute, nei primi anni di vita”.

Suor Libel nei villaggi del Myanmar. “Da tanti anni viviamo in una precarietà continua: bombardamenti improvvisi, villaggi svuotati, famiglie in fuga verso le foreste o nei campi di raccolta, scuole chiuse, ospedali senza medicine. La paura è diventata una compagna quotidiana. Eppure, dentro questo scenario fragile e ferito, la fede non si è spenta”. Le Ancelle missionarie del Ss. Sacramento-Amss vivono a Loikaw nello Stato di Kayah nel Myanmar orientale, vicino al confine con la Thailandia. “Quando ci sono attacchi, dormiamo in rifugi improvvisati, camminiamo per ore per raggiungere famiglie isolate – dice suor Libel –. Abbiamo deciso di restare ma non siamo eroine, siamo donne consacrate. Le comunità cristiane si radunano quando è possibile, in modo semplice e nascosto. La Parola di Dio viene proclamata sotto i tendoni, sotto gli alberi, talvolta in luoghi che cambiano ogni settimana per ragioni di sicurezza. L’Eucaristia, quando può essere celebrata, diventa davvero ‘pane spezzato’ dentro un popolo spezzato. Per la Pasqua, molti dicono: ‘Se Cristo è risorto, allora anche questa notte finirà per noi’. La nostra speranza non è ingenua ma coraggiosa, è una speranza pasquale, che passa attraverso la croce. La Chiesa è diventata ancora più famiglia, ancora più fonte di forza e speranza. E siamo convinte che questo semplice ‘restare’ diventa annuncio”.

(*) Popoli e Missione

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