Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti d’America e Repubblica islamica dell’Iran, pone fine, almeno temporaneamente, alle ostilità fra i due Paesi, cominciate con l’attacco statunitense del 28 febbraio. La guerra è durata più di tre mesi, portando una scia di morte e distruzione che ha coinvolto anche i vicini Paesi del Golfo e il Libano nel frattempo attaccato da Israele, con pesanti conseguenze soprattutto economiche in tutto il mondo (cfr. sul tema Riggio G., Alternative possibili al disordine mondiale, in Aggiornamenti Sociali, 4 [2026] pp. 219-223 e Id., L’effetto farfalla della guerra in Iran, in Aggiornamenti Sociali, 5 [2026] pp. 291-294).
I punti dell’ultimo accordo (che prevede ulteriori negoziati da svolgersi nel termine di sessanta giorni), come praticamente tutti gli osservatori hanno rilevato, appaiono sostanzialmente favorevoli al regime iraniano, la cui componente militare esce rafforzata. Al di là del dettaglio dei contenuti dell’intesa, tale esito (si vedrà se duraturo o solo interlocutorio) rivela impietosamente l’immoralità, la sprovvedutezza e la sostanziale inutilità dell’intera guerra. Nonostante tra le motivazioni ufficiali dell’attacco vi fossero l’obiettivo di rovesciare un regime fondamentalista e dittatoriale e quello di prevenire il rischio di attacchi nucleari, non si può non rilevare che le operazioni sono state condotte dagli Stati Uniti e da Israele in notevole sprezzo delle norme del diritto internazionale umanitario, con diffusi e ormai normalizzati attacchi anche a strutture civili, e comunque senza che venissero prese sufficienti precauzioni per evitare il più possibile che vi fossero vittime fra i civili. Il fatto che l’Iran si sia macchiato di simili e peggiori crimini non può essere portato come giustificazione da Paesi che si definiscono democratici.
Inoltre, Trump esce da questo accordo non solo senza aver ottenuto nulla di quanto si era prefissato, ma addirittura in posizione di maggior debolezza, a livello interno e internazionale. Gli Stati Uniti e l’intera comunità internazionale faticheranno a riassorbire i danni economici e le pesanti ripercussioni geopolitiche degli eventi degli ultimi mesi: l’effetto più immediato pare essere quello di un mondo gettato ancor più nel caos, e ancora più a rischio di ricadere in altre guerre, data l’accelerazione della corsa agli armamenti e l’ulteriore erosione della fiducia tra i vari attori internazionali.
Si vede come la guerra, che si vuole oggi sempre più normalizzata come metodo di soluzione dei conflitti internazionali, dimostra ancor più, insieme alla sua barbarie, la sua inefficacia nel portare a un ordine più giusto fra le nazioni. Si è già da più parti amaramente osservato che gli Stati Uniti e i loro alleati avrebbero potuto ottenere molto di più proseguendo il percorso negoziale già avviato con una Repubblica islamica che era già considerevolmente indebolita. In questo contesto, risuonano ancora più chiare e forti le parole di Papa Leone XIV, che nell’enciclica Magnifica humanitas di recente pubblicata ha affermato che alla base di questa propensione all’attacco armato “sta un falso ‘realismo’, fondato non solo sull’invalsa logica della forza, ma anche su una convinzione culturale e antropologica, come se la guerra fosse inevitabilmente parte della natura umana. […] Invece, ciò che è veramente irresponsabile è la Realpolitik, questa forma di ‘realismo’ politico, che semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o irrazionali, che ignorano i rischi in campo. Al contrario, la pace non è una speranza ingenua né soltanto un’assenza di guerra: è frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità” (n. 205).
Tali vie di giustizia e di carità sono oggi ovviamente ancor più in salita, e nelle mani soprattutto della resistenza della società civile, particolarmente chiamata a scoprire la sua dimensione globale, più che dei singoli Stati, specie in tale contesto di crisi del multilateralismo e di ideologica esaltazione della “cultura della potenza”, come richiamata sempre da Papa Leone XIV in Magnifica humanitas. Tuttavia, la constatazione in questo caso più evidente del fallimento della via dell’attacco armato potrebbe cominciare a far intravvedere le prime crepe nella narrazione dominante della guerra come strumento più diretto ed efficace di risoluzione dei conflitti.
*Caporedattore di Aggiornamenti Sociali
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