Europa e Usa dopo il midterm. Cerniglia (economista): “Ci aspettano due anni di instabilità”

Scritto il 06/11/2026
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Dopo il voto di metà mandato il mondo è tornato a guardare con occhi diversi agli Stati Uniti. Il Presidente Donald Trump, definito “anatra zoppa”, ha subito una battuta d’arresto, molti elettori hanno premiato gli avversari democratici. L’entourage trumpiano sembra sfilacciarsi. In Europa sostenitori e detrattori del tycoon si stanno riposizionando. Le analisi delle elezioni statunitensi interrogano Bruxelles, Pechino, Tel Aviv, Kiev, Mosca… Nel frattempo, i mercati finanziari traballano.

(Foto Cerniglia/Università Cattolica)

Quali i possibili sviluppi dalla politica di Washington? Abbiamo rivolto alcune domande a Floriana Cerniglia (nella foto), professoressa ordinaria di Economia politica presso la facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica di Milano e direttrice del Centro di ricerche in Analisi economica e sviluppo economico internazionale (Cranec, Università Cattolica). I suoi campi di ricerca principali sono la finanza pubblica e il governo multilivello. È autrice di numerose pubblicazioni nazionali e internazionali, cura con Francesco Saraceno i rapporti annuali sugli investimenti pubblici in Europa.

Professoressa, le elezioni di midterm negli Stati Uniti hanno modificato la “geografia” del Congresso. Un segnale forte dall’elettorato americano… Come si può leggere questo cambio nell’opinione pubblica a soli due anni dall’elezione di Trump? Quanto possono aver pesato i fronti di guerra aperti dal Presidente e l’aumento del costo della vita?
Il voto americano conferma una regola antica: alle elezioni di metà mandato si vota soprattutto con il portafoglio. Trump aveva promesso di sconfiggere l’inflazione e di abbassare i tassi d’interesse e i costi dell’energia, ed è accaduto l’opposto. La guerra con l’Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno fatto salire il prezzo del gasolio di circa il 65% da febbraio. L’inflazione ha raggiunto il 3,7% a settembre e la Federal Reserve è stata costretta ad alzare i tassi invece di tagliarli. Va ricordato che le famiglie americane, a differenza di quelle europee, consumano molto e spesso a debito: carte di credito, prestiti al consumo, mutui. Sono quindi molto più esposte sia all’aumento dei prezzi sia a quello dei tassi, e negli ultimi mesi si sono verificati entrambi. Con i mutui trentennali oltre il 7%, il costo della vita è diventato il tema decisivo: secondo l’exit poll della Cnn, per l’88% degli elettori ha avuto un peso decisivo o importante. Lo ha ammesso lo stesso vicepresidente Vance: “Abbiamo perso a causa della guerra”.

Le due sponde dell’Atlantico a suo avviso potrebbero riavvicinarsi? Gli scenari internazionali – fra conflitti, instabilità politiche, sfide economiche, innovazioni del digitale, migrazioni, solo per fare alcuni esempi – lo richiederebbero…
Dovrebbero, certo: nessuna delle sfide che lei ricorda, dai conflitti alla transizione energetica, dal digitale alle migrazioni, si affronta da soli. Ma sarei realista. Il voto di midterm non riporta le relazioni transatlantiche alla situazione di prima. Ci aspettano due anni di instabilità e di scenari complessi. Avremo un Presidente indebolito, ma ancora libero di muoversi in politica estera e commerciale, un Congresso ostile e il rischio di una paralisi istituzionale. Anche tra i democratici c’è una forte componente protezionista, quindi difficilmente i dazi spariranno. E le tensioni di quest’anno hanno lasciato il segno sulla fiducia reciproca, da entrambe le parti dell’Atlantico. Anche sull’Ucraina si aprono scenari difficili da prevedere. Per Trump la guerra resta in larga parte un problema europeo, mentre il nuovo Congresso potrebbe spingere per una linea più dura verso Mosca. Sullo sfondo, però, ci sono non solo i rapporti con la Russia di Putin ma, ancor più, quelli con la Cina, che resta il vero tema strategico. È sulla Cina che si giocano la competizione tecnologica, il controllo delle materie prime critiche e la sovraccapacità industriale, ed è da lì che potrebbero arrivare nuovi rischi geopolitici. Su questo Europa e Stati Uniti avrebbero ogni interesse a muoversi insieme. Invece procedono divisi.

Negli States l’economia occupa sempre – e giustamente – un ruolo essenziale. Com’è lo stato di salute di quella americana?
C’è un fattore che in Europa si tende a sottovalutare: la fragilità della finanza pubblica americana. Tassi di interesse in aumento, deficit e debito pubblico molto elevati e in continua crescita stanno rendendo i mercati sempre più inquieti. Con una Casa Bianca e un Congresso in conflitto, anche passaggi tecnici come l’innalzamento del tetto del debito possono trasformarsi in momenti di forte tensione. Non escluderei una crisi del debito americano. Lo ha detto in questi giorni anche Kenneth Rogoff, già capo economista del Fondo monetario internazionale. Secondo Rogoff gli Stati Uniti oggi non hanno alcuna disciplina di bilancio, e nessuno dei due partiti sembra volerla introdurre. Una crisi potrebbe essere innescata da nuovi shock geopolitici, e con un debito così elevato la capacità di reagire sarebbe minore. Rogoff aggiunge un secondo fattore di rischio: le bolle che si sono gonfiate in mercati poco regolamentati, a partire da quello dell’intelligenza artificiale. Se dovessero scoppiare, sarebbe uno tsunami per l’economia mondiale, Europa compresa.

Nel “Codice per una nuova Europa”, alla cui stesura lei ha partecipato, un capitolo è dedicato a un’economia integrata, sostenibile e inclusiva. È una prospettiva realizzabile?
È la prospettiva che abbiamo indicato nel Codice, e ritengo che la crescita europea, e il progetto europeo stesso, potranno andare avanti solo se l’economia dell’Unione sarà davvero integrata, sostenibile e inclusiva. In concreto, nel dibattito di questi mesi e nel negoziato sul bilancio 2028-2034, significa che politica industriale e politiche per la coesione non possono essere disgiunte. Competitività e coesione territoriale non sono obiettivi alternativi, si rafforzano a vicenda. L’Europa non può aspirare alla leadership tecnologica o a quella politica lasciando ampie parti del suo territorio e dei suoi cittadini fuori dai processi di innovazione e di trasformazione produttiva. Per questo il negoziato sul bilancio va seguito con grande attenzione. Al Consiglio europeo di ottobre non c’è stata intesa: i Paesi “frugali” e gli “amici della coesione” restano distanti. Ma solo la coesione può tenere insieme il progetto europeo. Se i cittadini non vedono i benefici dell’Europa arrivare nei luoghi in cui vivono, smetteranno di sostenerla.

In questi giorni è rimasta dietro le quinte la parola “pace”. Eppure, la spesa militare –anche quella europea e italiana – lievita e a Bruxelles non si parla che di guerra, armamenti, investimenti nell’industria bellica. Cosa ne pensa?
Il punto è proprio questo: la parola pace è sparita dal lessico europeo, sostituita da “riarmo” e “prontezza”. Sia chiaro, io credo che una difesa comune europea vada costruita: è uno dei tasselli che mancano al progetto europeo. Ma non con queste basi. ReArm Europe non è un progetto politico di difesa comune. Somma quasi 800 miliardi, ma per la gran parte (650) non sono risorse europee: è spazio di deficit concesso ai singoli Stati attraverso le clausole di salvaguardia nazionali. Ne beneficia di più chi ha i conti in ordine, Germania in testa, oppure chi, come la Polonia, è in prima linea. Alla fine, diventa una politica industriale per riconvertire alcuni settori manifatturieri in crisi verso la produzione bellica, decisa Paese per Paese. Non si creano beni pubblici europei, non si mette in comune una catena di comando, non si sceglie insieme che cosa difendere e come. È un meccanismo che ci trascina: una spesa che, una volta avviata, crea filiere produttive e interessi difficili da invertire, e che rischia di portarci dentro una logica di riarmo permanente invece che di sicurezza condivisa. Tutto questo mentre sanità, scuola e infrastrutture sociali aspettano risorse.

Tornando all’altra sponda dell’Atlantico, e nel quadro dei rapporti economici con gli Usa (produzioni, commerci, dazi), potrebbero prossimamente aprirsi scenari più favorevoli per l’Europa?
Il sostegno degli Stati Uniti al progetto europeo è stato fondamentale fin dal Piano Marshall. Oggi il clima è molto diverso. Trump ha detto che l’Unione europea è nata “per fregare gli Stati Uniti”, e la sua amministrazione guarda con favore ai partiti nazionalisti europei. Sul piano commerciale l’accordo di Turnberry ha fissato un tetto del 15% ai dazi per la maggior parte dei prodotti. Certamente, il nuovo Congresso a maggioranza democratica potrà controllare di più la politica commerciale della Casa Bianca, ma non basterà. Se Washington ci guarda come un concorrente, se non come un avversario, gli scenari più favorevoli dipenderanno anzitutto da noi: da un’Europa più unita, che investe insieme non solo per crescere, ma per un progetto politico comune. Gli investimenti pubblici anche per le infrastrutture sociali sono lo strumento con cui l’Unione può costruire il proprio futuro economico, sociale e istituzionale, e la coesione è il fondamento su cui (ri)ricostruire un contratto sociale europeo credibile, che non lasci indietro nessun territorio e nessun cittadino.

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