Impossibile derubricare la tragedia climatica di queste ore nel nord del Nepal solo come “alluvione repentina” (flash floods) o fenomeno meteo avverso usando uno dei molti termini tecnici coniati dalla scienza. Lo ‘tsunami himalayano’ (come lo definisce la stampa locale) che ha fatto esondare il fiume Bhote Koshi, al confine con Tibet e Cina, e “si è portato via un’intera valle” uccidendo, secondo le ultime stime, oltre 330 persone, intrappolandone migliaia, è una “emergenza catastrofica senza precedenti”, causata con ogni probabilità, dallo scioglimento parziale di un ghiacciaio. E sconvolge “per la potenza e l’imprevedibilita’. Non si era mai visto niente di simile in quel territorio prima”. A raccontarci l’entità del danno e gli ostacoli alla macchina degli aiuti, con i team locali che non riescono a raggiungere l’area più colpita, è Tommaso Della Longa, portavoce da Ginevra per la Federazione Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (FICR).
“I colleghi della Croce Rossa che lavorano in Nepal riportano testimonianze apocalittiche. Ci hanno raccontato che è la prima volta che accade con questa forza devastante”.
La preoccupazione è per i danni immediati ma anche “per tutto quello che lascia su una comunità già molto vulnerabile”, dice. “La verità rispetto a tutto quello che è successo e la valutazione dell’impatto reale si avrà solo quando l’acqua andrà via e vedremo cosa c’è sotto”, spiega il portavoce di Croce Rossa. Le onde “alte decine di metri hanno raso al suolo ponti, strade, villaggi, edifici, attività commerciali, ed è stato distrutto quindi l’intero tessuto sociale di una comunità già povera, proprio nei giorni tra laltro, in cui ei scolgeva il pellegrinaggio religioso induista”.
Secondo un amministratore locale di Gosaikunda l’onda anomala è arrivata a Timure intorno alle 8,30 del 26 agosto preceduta da un forte rumore e da lì ha ben presto ingoiato tutto. Persino gli elicotteri non possono atterrare. “Era impossibile mettere in allerta le persone: un crollo simile non era assolutamente prevedibile”, conferma Della Longa. La gente dei villaggi, i turisti e i molti pellegrini hanno avuto frazioni di minuti per capire cosa stava realmente accadendo e mettersi in salvo, non sapendo dove fuggire. Da Timure la potente inondazione è scesa lungo il corridoio del Bhote Koshi seppellendo ogni cosa. All’origine della catastrofe ci sarebbero però, non le forti piogge monsoniche stagionali, ma il cedimento di un ghiacciaio. Le prime analisi satellitari mostrano infatti una valanga di ghiaccio e una frana che ostruiscono il fiume Lhende, creando un blocco temporaneo. Successivamente lo sbarramento ha liberato a valle un’enorme quantità di acqua, ghiaccio, rocce e sedimenti, provocando una potente alluvione improvvisa.
Kantipur, uno dei principali quotidiani nepalesi, racconta che a Timure l’elicottero inviato dai soccorritori non è atterrato perché l’eliporto è stato spazzato via dall’acqua; il pilota ha spiegato che dal cielo “il villaggio non era più riconoscibile”.
La piena ha colpito contemporaneamente trasporti, frontiere, infrastrutture energetiche, centrali elettriche e ha spezzato la rotta frequentata da turisti e pellegrini diretti verso il Tibet. “Adesso l’obiettivo è anche riuscire a portare rifornimenti e beni di prima necessità ai soravvissuti: non hanno acqua per bere”, spiega ancora Della Longa. Le prossime ore saranno decisive per coordinare le attività al livello internazionale, cercare di raggiungere i dispersi e portare in salvo chi è sopravvissuto. I Salesiani di don Bosco che sono presenti sull’area fanno sapere di essere attivamente coinvolti nei soccorsi: “stiamo coordinando le attività con le autorità locali, i partner umanitari e le comunità, per capire quali sono le necessità e stabilire dove il nostro intervento possa essere più efficace”, scrivono.
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