In un tempo difficile, in cui la pace è brutalmente negata da una violenza sempre più centrale nello spazio pubblico, il Gruppo Teologico del Segretariato attività ecumeniche (Sae) offre un contributo di riflessione con il documento “Il Regno di Dio, profezia di pace – Convocati/e dalla speranza in un tempo di guerra”. Il cammino che ha portato al testo ha preso le mosse dall’invasione russa dell’Ucraina e dalle violenze in Israele/Palestina, dentro un quadro di guerra sempre più pervasiva (Iran, Libano, Venezuela, Sudan, Myanmar…) che scardina ogni ordine giuridico, sia nei rapporti tra Stati sia al loro interno. Teologhe e teologi, cattolici, ortodossi e protestanti di diverse denominazioni, si sono sentiti chiamate e chiamati a dialogare “per individuare le parole con cui meglio esprimere un annuncio di pace condiviso, a partire dall’Evangelo di Gesù Cristo annunciato e tramandato nelle diverse comunità”.
(Foto Sae)
“Noi crediamo che il nome di Dio è pace, che Egli rigetta la guerra e ogni forma di violenza e chiama la famiglia umana a vivere riconciliata sul pianeta Terra.
Noi crediamo che il Padre ha inviato il suo Figlio, Gesù Cristo, nostra pace, per abbattere il muro di separazione tra i popoli. Noi crediamo che la pace è dono e frutto dello Spirito, da accogliere e invocare, perché risani le nostre ferite e trasformi i nostri cuori, rendendoci strumenti di riconciliazione”, si legge nel documento, nel quale si evidenzia: “Noi crediamo che le nostre Chiese, in virtù del dono ricevuto, sono chiamate ad una conversione permanente e alla rinuncia a parole e pratiche di violenza, per una comune testimonianza di pace”.
Nessuna guerra è giustificabile in nome di Dio, ribadisce con chiarezza il documento:
“Ci opponiamo a qualsiasi politica di guerra e di violenza condotte nel nome di Dio.
Ci opponiamo a qualsiasi giustificazione della guerra fondata su riferimenti strumentali e letteralistici a testi sacri o su richiami a tradizioni religiose”. Ma non solo: “Ci opponiamo a strategie politico-economiche incentrate sulla guerra, che rafforzano la corsa agli armamenti, specie nucleari, sperperano risorse necessarie per la qualità della vita sociale e impattano pesantemente sull’ambiente”.
In positivo, sono richiamati alcuni impegni: “Ci impegniamo a smascherare e denunciare l’intreccio di fattori che alimentano la guerra e la violenza, a partire da imperialismo, nazionalismo, totalitarismo (violenza sistematica di un governo contro il proprio popolo), ingiustizia economico-sociale, razzismo, antisemitismo, cristianofobia, islamofobia, asimmetrie di genere, omotransfobia”. E ancora: “Ci impegniamo a coltivare e sostenere pratiche di dialogo e mutuo riconoscimento tra le culture, le religioni e le Chiese, come contributo per una riconciliazione delle memorie e per una convivenza sociale e politica più solidale e giusta”. Inoltre, dicono le teologhe e i teologi, “ci impegniamo a promuovere una cultura e una prassi di cura, sia per persone e comunità – specie le più indifese e vulnerabili – sia per la casa comune in cui abitano tutte le creature”. “La fiduciosa attesa del compiersi del Regno di Dio nutre e sostiene ogni speranza di pace e fonda il nostro credere, le nostre denunce e il nostro impegno”, chiariscono.
Per costruire la pace, viene precisato, “non basta una semplice etica, che prescrive il bene ma, se resta legge esteriore, non ha il potere di rendere buono l’essere umano”.
Occorre spostare l’attenzione dal solo “fare pace” al “modo di esistere” che è la pace.
“La riconciliazione ricorda che la pace con Dio non è un possesso ma un dono da accogliere, uno scopo da raggiungere, un cammino da percorrere; ci è già offerta, eppure dobbiamo lottare per essa”. Questa tensione “non va vissuta solo nel cuore, ma nel mondo, nella relazione fra un essere umano e l’altro, fra una confessione e l’altra, fra un popolo e l’altro”.
Il documento parla delle guerre attuali, da quella “portata dalla Russia contro l’Ucraina, con bombardamenti dei quartieri residenziali, deportazione di bambini e tortura dei prigionieri” e con lo sconcertante “ruolo della Chiesa ortodossa russa, che ha coperto con valenze religiose una guerra determinata da una brutale volontà di potenza”, ai massacri compiuti da Hamas e dal Jihad islamico il 7 ottobre 2023 e dalla successiva violenta reazione israeliana, “eventi di portata tale da segnare una data spartiacque”. Accanto ai fattori identitari, “all’origine di molti conflitti vi sono cause legate alla storia economico-sociale e a un sistema profondamente asimmetrico, come la schiavitù, potente fattore di ingiustizia”. Inoltre, “la guerra è anche un potente fattore di distruzione ambientale, un vero ecocidio, sia negli eventi bellici sia per la corsa agli armamenti.
Fare guerra su un pianeta tanto fragile mette a rischio la stabilità dell’ecosistema globale e rivela l’intreccio strettissimo tra giustizia, pace e salvaguardia del creato,
richiamato dal Consiglio Ecumenico delle Chiese fin dalla Convocazione di Seoul del 1990. La preoccupazione cresce constatando il coinvolgimento di potenze nucleari e il riemergere dell’ipotesi del loro uso, poiché già il loro solo possesso crea un’instabilità che va qualificata come peccato grave. L’umanità vive su un ‘crinale apocalittico’, per usare l’espressione di Giorgio La Pira, e deve cambiare rotta passando dalla contrapposizione violenta a una collaborazione cosmopolitica attenta ai beni comuni planetari”.
Il documento riconosce “il ruolo ambivalente delle stesse Chiese, troppo spesso coinvolte in dinamiche identitarie e violente, in forme di antigiudaismo e islamofobia, in contesti di ingiustizia, fino a fornire giustificazione ideologica alla guerra. Le Chiese cristiane sono parte di una storia segnata dal peccato, da cui non sono esenti. Se quindi sono chiamate a pronunciare parole di pace, non possono che prendere le mosse da una confessione di peccato, consapevoli che la violenza vive anche in noi. Solo il riconoscimento senza riserve della responsabilità permette una vera conversione e mostra che la pace non viene da noi ma è dono, da accogliere e coltivare”.
Il mistero della grazia di Dio, presentato nella lettera agli Efesini, viene compendiato nella definizione di Gesù Cristo come “la nostra pace”: “Un’istanza di pace così radicata rende impensabile parlare ancora di guerre giuste, come a lungo hanno fatto le nostre Chiese. Dovrebbe essere evidente che intraprendere azioni militari aggressive è contrario all’Evangelo, così come i gesti orientati a prepararle. Al contempo, in una storia segnata dal peccato, non si può negare la legittimità della difesa di chi è aggredito, ma di difesa si può parlare solo a fronte di un’aggressione in atto, quando sono stati tentati tutti i modi nonviolenti per arrestarla e quando vi è proporzionalità tra ciò che si difende e i danni arrecati. Primario resta soprattutto l’impegno a coltivare la nonviolenza, che non è accettazione passiva del male ma attivo contrasto alle strutture di peccato, espressa tra l’altro nell’obiezione di coscienza al servizio militare, nei corpi di interposizione, nella solidarietà ai popoli colpiti, nel disinvestimento dalle banche che finanziano il commercio di armi”.
Molte prospettive chiedono approfondimento “per una cultura di pace capace di reale cambiamento”. Tra le condizioni di possibilità “è necessaria una riflessione teologico-politica sulla diplomazia, intesa come conduzione delle relazioni internazionali attraverso negoziati”. Per fare pace “occorre tenere insieme giustizia e misericordia, spesso viste nelle Chiese come logiche opposte in un pregiudizio dualista che tocca anche l’interpretazione della Scrittura. Bisogna andare oltre la giustizia retributiva, fondata sul calcolo delle sanzioni, verso una giustizia non solo riparativa ma generativa di futuro, che cura le ferite e apre a nuove alleanze, così come Dio stesso entra nei conflitti per ricreare la vita in pienezza”. Le Chiese possono sperimentare percorsi di giustizia rigenerativa “attraverso la riconciliazione della memoria, la mediazione e l’accompagnamento di chi è vittima di abusi, poiché le divisioni lasciano ferite che chiedono cura e azioni creative”. Per uscire dai loro conflitti, “le Chiese sono chiamate a proseguire il cammino di reciproco riconoscimento, generando una comunione che riconcilia le differenze e le valorizza”.
Teologhe e teologi credono che “l’ecumenismo sia un potente laboratorio di pace”.
Come ricordava Yves Congar, “la diversità delle Chiese non è un incidente da eliminare ma una ricchezza da trasformare in comunione”, “un segno profetico di riconciliazione in cui pace, giustizia e salvaguardia del creato vanno coltivate con cura”.
The post Pace. Gruppo Teologico Sae: “Convocati dalla speranza in un tempo di guerra” first appeared on AgenSIR.