Seguendo su internet una parte (sei ore di diretta metterebbero alla prova anche i meglio intenzionati) dell’illecita ordinazione episcopale compiuta dalla Fraternità San Pio X in Svizzera la scorsa settimana, mi è venuto spontaneo ripensare al capolavoro di Frank Capra del 1944 Arsenico e vecchi merletti. Pizzi, broccati, piviali e pianete, guanti e sovrascarpe liturgiche e altre mercanzie del genere a Ecône davvero si sprecavano. Al momento della consacrazione i quattro vescovi sono stati poi unti e bendati, secondo il rito antico, al modo di Tutankhamon. E non paia il paragone con la mummia di un faraone irrispettoso, perché la riforma conciliare ha di fatto avuto il merito (tra gli altri) di riportare la liturgia cattolica alla nobile semplicità delle origini, epurandola dalle molte incrostazioni che dal tardo impero al medioevo cristiano avevano contaminato i suoi simboli e le sue formule con elementi presi pari pari da quelli del potere temporale dei cesari. Elementi divenuti con la modernità non solo desueti, ma perfino imbarazzanti, soprattutto a voler seguire gli insegnamenti di Uno che raccomandò di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio ciò che di Dio e che suggerì di vestirsi al modo dei gigli del campo e non del ricco epulone.
Ad ogni modo, se tutto si limitasse ai vecchi merletti, l’episodio andrebbe derubricato con indulgenza a un fatto, per l’appunto, di costume. Il problema è che c’è anche l’arsenico. Un veleno mortale che porta alla morte irrigidendo i tessuti, prima quelli della pelle e poi quelli del cuore. Ciò che i seguaci di mons. Lefebvre non accettano non è solo la riforma liturgica, ma la comprensione che la Chiesa, alla luce del Vangelo, ha maturato di sé stessa, in rapporto al mondo e alle altre religioni. Anche nei commenti fatti a margine delle ordinazioni episcopali, risultava chiaro che per la Fraternità San Pio X non vi è alcuna possibilità di salvezza fuori dalla Chiesa Cattolica, che il mondo è tutto irrimediabilmente corrotto dal peccato, che il cattolicesimo deve essere la religione dello Stato e che nella Chiesa solo i ministri ordinati hanno voce in capitolo. Ai laici, e alle donne in particolare, è dato solo, pudicamente e devotamente, di obbedire.
Per trovare tanta intransigenza nella storia del cattolicesimo è necessario tornare non alla lotta antimodernista di San Pio X, ma al fondamentalismo intollerante e liberticida espresso dalla Mirari vos di Gregorio XVI ai tempi della restaurazione. A sostegno di tali posizioni oltranziste, i lefebvriani dipingono furbescamente la crisi attuale della partecipazione religiosa e delle vocazioni come un prodotto del Concilio Vaticano II che avrebbe, a loro dire, svuotato non solo le chiese, ma anche la Chiesa Cattolica del suo messaggio trascendente rendendola così irrilevante agli occhi del mondo. Una lettura ingannevole, che non tiene conto della storia e dei suoi processi, che travisa i dettati conciliari, che mitizza e assolutizza un passato aureo che, a ben guardare, in realtà non è mai esistito. E che, soprattutto, non si comprende come possa armonizzarsi con molti passi del Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, unica cosa davvero immutabile nella Chiesa e per annunciare il quale la Chiesa non ha esitato nel corso dei secoli a cambiare, trovando sempre strade e linguaggi nuovi. Perché la Tradizione è un processo, non un monolite rivestito di damasco.
Irrigidirsi su certe posizioni antistoriche e antievangeliche non può che essere allora l’esito di un avvelenamento dell’anima e del cuore. Vero è che la Chiesa non deve conformarsi al mondo. Ma l’unica via che ha per salvarlo in fedeltà al proprio Signore e Maestro è quello di amarlo. E nel giudizio finale, stando a Matteo 25, non ci sarà chiesta alcuna professione di fede antimodernista, ma solo quanto avremo amato i nostri fratelli più piccoli nel momento della malattia, della povertà e di ogni altra umana fragilità.
Arsenico e vecchi merletti
Scritto il 08/07/2026