Il diritto alla salute non si arresta davanti ai confini geografici, specialmente quando la medicina diventa l’ultimo baluardo di dignità in scenari di guerra. Con questa consapevolezza, il Policlinico di Bari ha scelto di celebrare i suoi trent’anni come azienda ospedaliero-universitaria autonoma non con una semplice ricorrenza, ma con un gesto concreto: una raccolta fondi destinata alla clinica di Emergency ad Al-Qarara, nella Striscia di Gaza. L’iniziativa si inserisce in un solco umanitario già profondo. Nei mesi scorsi, infatti, l’ospedale barese ha accolto e curato diversi pazienti palestinesi giunti in Puglia tramite corridoi umanitari e, da tempo, sostiene attivamente la candidatura dei bambini di Gaza al Premio Nobel per la Pace.
Una missione oltre il Mediterraneo. La campagna di solidarietà si è diffusa rapidamente sui social attraverso i volti di chi vive il Policlinico ogni giorno: medici, infermieri, specializzandi e studenti. Un coro unanime per ribadire l’universalità della cura. “Il Policlinico non deve limitarsi a fare il massimo per i cittadini pugliesi e italiani: è doveroso guardarsi intorno”, ha dichiarato al SIR il direttore generale Antonio Sanguedolce. “Abbiamo voluto legare questo compleanno a un aiuto tangibile per un territorio dove il bisogno è immenso. Attraverso un semplice QR code, dipendenti e cittadini possono contribuire alla causa”. A oggi sono stati raccolti quasi 3.000 euro, ma lo sguardo è rivolto all’ambizioso traguardo di 50.000 euro.
Il valore della cura di fronte alla guerra. Per una struttura che rappresenta un’eccellenza nella neonatologia e nella pediatria, il dramma di Gaza assume un significato ancora più profondo. “Ogni giorno – ha spiegato ancora Sanguedolce – lottiamo per salvare neonati di appena 500 grammi. Sapere che a Gaza quasi la metà dei pazienti sono bambini stride terribilmente con la nostra missione”. Un pensiero condiviso anche dal direttore sanitario Danny Sivo, che ha richiamato il valore etico della professione medica. “Celebriamo questo anniversario onorando il giuramento che da millenni guida chi cura: assistere tutti, senza distinzioni. Dall’altra parte del mare ospedali vengono distrutti e medici uccisi, non possiamo voltare le spalle. Tra l’altro la guerra sta riportando alla luce malattie che credevamo debellate, come la poliomielite, oltre a focolai infettivi causati dal degrado e dalla proliferazione di roditori”.
La voce dal campo. A prevalere, fa sapere in collegamento da Gaza il dottor Giorgio Monti, medico del Sant’Orsola di Bologna e attuale Clinical Coordinator di Emergency ad Al Qarara, “le infezioni dell’apparato respiratorio e di quello gastrointestinale. I pazienti lamentano dolori muscolari e si registrano numerosi casi di malattie della pelle, infezioni parassitarie, scabbia e pidocchi”. Alle emergenze immediate si aggiungono, poi, le patologie croniche: diabete, ipertensione e malattie cardiovascolari. Non esiste la possibilità di avviare terapie oncologiche e mancano, inoltre, molti farmaci essenziali. “Io credo – ha ribadito Monti – che la guerra sia la malattia dell’umanità. Noi sappiamo che le malattie vanno prevenute e credo che quello che stiamo facendo sia una sorta di vaccino contro questa disumanità, contro una guerra che impedisce perfino di esercitare il diritto alla vita”.
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