Terremoto Centro Italia, dieci anni dopo. “Dall’abisso alla carezza”, la ricostruzione come rinascita delle comunità

Scritto il 22/08/2026
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Dieci anni fa il terremoto in Centro Italia aprì una ferita profonda nel cuore dell’Appennino. La sequenza sismica iniziata nella notte del 24 agosto 2016 provocò 299 vittime, centinaia di feriti. Interi borghi tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. Borghi distrutti, chiese ridotte in macerie, migliaia di famiglie costrette a lasciare le proprie case. Il cratere del sisma comprende 138 comuni distribuiti tra Marche, Abruzzo, Lazio e Umbria, su un’area di circa 8 mila chilometri quadrati abitata da oltre 540 mila persone. Un territorio prevalentemente montano, ricco di patrimoni ambientali, culturali e spirituali, che rappresenta una parte significativa delle aree interne italiane. Una tragedia che ha segnato per sempre la vita di intere comunità e che ancora oggi conserva il volto del dolore e della memoria. Ma accanto a quella ferita si è fatta strada una storia diversa: quella della ricostruzione, della solidarietà e della rinascita.

L’Abisso e la carezza. È questo il significato della mostra “L’abisso e la carezza. Terremoto Centro Italia dieci anni dopo”, presentata al Meeting di Rimini e promossa dal Commissario straordinario alla Ricostruzione Sisma 2016, Guido Castelli, con numerosi contributi scientifici, curata dal poeta e drammaturgo Davide Rondoni. Un percorso che racconta il decennio trascorso tra il 2016 e il 2026 attraverso fotografie, testimonianze, immagini e parole, mettendo al centro non solo la cronaca della distruzione ma soprattutto il cammino di ricostruzione materiale e umana compiuto dalle popolazioni colpite. “L’abisso e la carezza” racconta infatti due dimensioni inseparabili: da una parte il vuoto lasciato dal sisma, dall’altra la risposta di quanti hanno scelto di non arrendersi. Una carezza fatta di soccorso, volontariato, competenze professionali, prossimità e lavoro quotidiano. Una rete di persone e istituzioni che in questi anni ha accompagnato il ritorno alla vita dei territori feriti.

(Foto Uff. Stampa Castelli)

I numeri della ricostruzione. Dieci anni dopo, secondo i dati forniti dal Commissario straordinario Ricostruzione Sisma 2016, la ricostruzione mostra che, al 31 maggio 2026, le domande di contributo per la ricostruzione privata hanno raggiunto quota 36.149, per un valore complessivo di 17,82 miliardi di euro. I cantieri conclusi sono quasi 15 mila, mentre oltre 8 mila sono ancora in corso. Un dato particolarmente significativo riguarda il ritorno delle famiglie nelle proprie abitazioni: dal 2022 a oggi sono rientrati a casa 5.452 nuclei familiari, mentre il numero delle famiglie ancora assistite è sceso da oltre 14 mila a 8.759. Particolare attenzione è stata riservata ai luoghi di culto, elementi essenziali dell’identità delle comunità appenniniche. Su 2.456 edifici religiosi danneggiati, sono stati programmati 1.276 interventi per un valore superiore a 750 milioni di euro. Chiese e santuari, soprattutto nei piccoli centri, rappresentano infatti non soltanto beni architettonici da recuperare, ma punti di riferimento spirituali e sociali, luoghi di memoria e appartenenza.

Restituire vita ai territori. Ma la ricostruzione, sottolineano dall’Ufficio del Commissario straordinario, non può essere letta soltanto attraverso i numeri. L’obiettivo è restituire vita ai territori, sostenere il diritto delle persone a rimanere nei propri luoghi d’origine e contrastare lo spopolamento delle aree interne. Non solo riparazione degli edifici, dunque, ma rigenerazione delle comunità, rilancio economico, innovazione e creazione di nuove opportunità. E nella mostra emerge con forza proprio questo intreccio tra ricostruzione materiale e ricostruzione umana. Accanto alle immagini delle macerie trovano spazio i gesti di cura, la tenacia delle famiglie, il lavoro degli amministratori, delle imprese, delle professioni tecniche e delle comunità ecclesiali che hanno continuato a essere presenza e accompagnamento nei momenti più difficili.

Foto Calvarese/SIR

Laboratorio di futuro. “A dieci anni dal sisma, il Centro Italia continua dunque a essere un cantiere aperto, ma anche un laboratorio di futuro – annota il Commissario Castelli -. Tra le montagne dell’Appennino resta viva la memoria di quanto accaduto, insieme alla consapevolezza che ricostruire significa anzitutto ricucire relazioni, restituire fiducia e permettere alle persone di immaginare nuovamente il proprio domani. L’abisso non è stato dimenticato. Ma la carezza della solidarietà e della speranza continua a indicare la strada della rinascita”.

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