Israele. Il 27 ottobre alle urne 33 partiti, due blocchi e l’incognita della governabilità

Scritto il 26/10/2026
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Più che una competizione tra singoli partiti, le prossime elezioni israeliane del 27 ottobre si annunciano come una sfida tra due grandi schieramenti chiamati a conquistare la maggioranza dei 120 seggi della Knesset. È questa la chiave di lettura offerta da alcuni esperti intervenuti al briefing organizzato da Tps Il News Agency, agenzia di stampa israeliana indipendente, che hanno illustrato il funzionamento del sistema elettorale israeliano, i possibili scenari post-voto e le principali questioni strategiche che orientano il dibattito politico del Paese.

Sfida tra schieramenti e non tra partiti. Secondo Harel Arnon, avvocato costituzionalista israeliano ed esperto di diritto elettorale, membro del Comitato elettorale centrale, il dato realmente decisivo non sarà individuare il primo partito del Paese ma il blocco in grado di formare una maggioranza di governo. “Formalmente si vota per i partiti, ma la vera sfida è tra due schieramenti”, ha spiegato. Da una parte il blocco guidato dal Likud di Benjamin Netanyahu, dall’altra quello del suo principale oppositore, l’emergente ex-generale Gadi Eisenkot.

“Il dato più importante non sarà quale partito risulterà il primo del Paese, bensì quale blocco riuscirà a conquistare il maggior numero di seggi”.

Per Arnon il sistema appare oggi fortemente polarizzato e, rispetto al passato, “non esistono veri partiti cerniera pronti ad allearsi con l’uno o con l’altro schieramento”, elemento che potrebbe rendere più immediata la lettura dei risultati.

Trentatrè partiti in lizza. A descrivere il funzionamento concreto della democrazia israeliana è stato Jacob Kadar, ex ambasciatore israeliano in Svizzera e Kenya e oggi responsabile delle procedure di voto nelle sedi diplomatiche all’estero. “Esistono numerosi equivoci sul funzionamento della democrazia israeliana. Israele dispone invece di un sistema politico estremamente pluralista e vivace”, ha affermato. Attualmente sono 33 i partiti in corsa, ma “probabilmente soltanto tredici o quattordici riusciranno a entrare alla Knesset”. Lo spettro politico, ha ricordato Kadar, comprende “destra e sinistra, religiosi e laici, ebrei e arabi”, offrendo rappresentanza a quasi tutti i segmenti della società. Un aspetto spesso poco conosciuto all’estero riguarda proprio la presenza dei partiti arabi: “Quando spiegavo all’estero che esistono partiti arabi e che alcuni hanno partecipato anche a coalizioni di governo, molti interlocutori ne rimanevano sinceramente sorpresi”.

Rischio instabilità. Dopo il voto si aprirà la fase più delicata, quella delle trattative. “Se il distacco sarà minimo, non si potrà escludere uno scenario di instabilità e persino il ritorno alle urne nel giro di pochi mesi. Se invece emergerà una chiara maggioranza, il partito più forte, insieme ai suoi alleati, avrà il compito di formare il nuovo esecutivo”. Determinanti saranno i rapporti di forza interni alla coalizione e il peso dei partiti minori, che in alcuni casi possono acquisire “un’influenza politica molto superiore al proprio peso parlamentare”. Un ruolo cruciale sarà giocato anche dai partiti vicini alla soglia di sbarramento, il cui ingresso o mancato ingresso alla Knesset potrebbe alterare significativamente gli equilibri tra i blocchi. Kadar ha inoltre spiegato come il sistema garantisca la continuità istituzionale anche in caso di stallo. “Se un partito non riesce a formare il governo, il mandato viene affidato a un’altra forza politica. Se anche questo tentativo fallisce, il Paese può essere chiamato nuovamente alle urne”. Nel frattempo, però, “lo Stato continua a funzionare” grazie al governo uscente e al meccanismo dei dodicesimi per la spesa pubblica.

Voto cartaceo e disinformazione. Grande attenzione è stata dedicata anche alle procedure elettorali. Israele, ha ricordato l’ex diplomatico, continua a utilizzare un sistema interamente cartaceo. “Il voto avviene interamente in forma cartacea: l’elettore sceglie il tagliando con il simbolo del partito, lo inserisce in una busta e deposita la busta nell’urna”. Uno scrutinio manuale che, a suo giudizio, rende “estremamente difficile qualsiasi tentativo di manipolazione del voto”. Il rischio maggiore oggi proviene piuttosto dalla disinformazione online.

“La sfida oggi proviene dalla disinformazione diffusa attraverso i social media”,

ha avvertito Kadar, invitando gli elettori a verificare le informazioni attraverso i canali ufficiali del Comitato elettorale centrale. “Considero il sistema elettorale israeliano un sistema sicuro, nel quale le possibilità di frode sono estremamente limitate”, ha concluso. “Si tratta di un meccanismo complesso e costoso, ma che garantisce elevati livelli di affidabilità, trasparenza e credibilità dei risultati elettorali”.

Sicurezza nazionale e dossier Iran. Per Joshua Karsh, consulente politico e diplomatico di Tps, le differenze tra i principali partiti sulle questioni di sicurezza nazionale sono meno profonde di quanto spesso si percepisca all’estero. Per Karsh il tema centrale non è Gaza né il Libano ma l’Iran, considerato “il parametro attraverso il quale vengono valutate tutte le altre sfide strategiche”. La percezione della minaccia iraniana “condiziona la visione geopolitica della classe politica e dell’opinione pubblica israeliana e influenzerà inevitabilmente anche gli sviluppi nei dossier di Gaza, del Libano e dell’intera regione”. Particolarmente rilevante continuerà a essere anche il rapporto con gli Stati Uniti, principale partner strategico di Israele, così come il rafforzamento delle relazioni con nuovi interlocutori internazionali, soprattutto in America Latina.

Una società meno divisa di quanto appaia. Karsh invita inoltre a ridimensionare l’immagine di una società israeliana completamente spaccata. “Pur riconoscendo l’esistenza di un confronto politico molto acceso, sulle questioni considerate essenziali per la sicurezza e il futuro del Paese emerge spesso una convergenza più ampia di quanto appaia dall’esterno”. Per questo, nella ‘notte elettorale’, sarà necessario guardare oltre il nome del partito vincitore e concentrarsi sugli equilibri complessivi tra i blocchi e sul comportamento delle liste minori. “Il voto rappresenta soltanto l’inizio del processo politico”, ha osservato, ricordando che le trattative per la formazione del governo potrebbero rivelarsi altrettanto decisive del risultato uscito dalle urne.

L’esito si misurerà sulla capacità di governare. Per i tre osservatori, dunque, il voto rappresenterà soltanto il primo atto. La vera partita inizierà dopo lo scrutinio, quando prenderanno forma i negoziati per costruire una maggioranza stabile. In un sistema politico fortemente frammentato e basato sulle coalizioni, il vincitore non sarà necessariamente il partito più votato, ma il leader che riuscirà a mettere insieme una maggioranza parlamentare capace di reggere alla prova del governo. Sarà allora che emergerà il profilo politico del prossimo esecutivo israeliano e la sua capacità di affrontare le sfide interne, regionali e internazionali che attendono il Paese.

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