Nei prossimi mesi papa Leone XIV, che sta compiendo ormai il primo anno di pontificato, ha già in programma altri significativi brevi viaggi o “visite pastorali”: oltre all’appuntamento del 14 maggio all’Università La Sapienza, dove, dopo la sosta nella cappella universitaria, avrà un colloquio con la rettrice Antonella Polimeni, visiterà l’eloquente mostra “Sapienza e il Papato” e terrà un discorso a docenti e studenti in aula magna, l’8 maggio, giorno della famosa “supplica”, sarà al Santuario della Madonna del Rosario a Pompei, e poi a Napoli; il 23 incontrerà ad Acerra le popolazioni della tristemente famosa “Terra dei Fuochi”; il 20 giugno è a Pavia per venerare le reliquie del “suo” Sant’Agostino e poi a Sant’Angelo Lodigiano; il 4 luglio, infine, si recherà, sulle orme di papa Francesco, a Lampedusa per la benedizione di una targa dedicata al predecessore e per altri incontri che culmineranno nella celebrazione dell’eucaristia. Un dinamismo non da poco che indica la cura premurosa del pastore per varie realtà, anche nella nostra Italia. Ma val la pena soffermarci, almeno un po’, sul grande viaggio apostolico, da poco concluso, che ha portato papa Leone nel continente africano e ha suscitato l’attenzione non solo del mondo cattolico ma, almeno indirettamente (e in un certo senso anche letteralmente), di tutto il mondo, nel quale ha avuto un’eco in particolare per la fermezza e chiarezza con cui egli ha tenuto testa a chi avrebbe desiderato, per così dire, tarpargli e ali.
Paladino di pace e di giustizia, nel nome del Vangelo, in terre profondamente segnate da tensioni, violenze, guerre, discriminazioni, governate in molti casi da autorità discutibili, egli – come ha ribadito più volte – ha inteso incontrare la gente, i popoli, abbracciarli con il suo cuore di padre, incoraggiarli e orientarli con la voce amorevole del pastore. Ha visitato cattedrali, parrocchie e santuari, università e carceri, orfanotrofi e ospizi per anziani: in undici giorni 18.000 chilometri di spostamenti aerei toccando quattro paesi (Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale) e 11 città, con ben 18 voli complessivi; 26 discorsi e omelie in altrettanti grandi raduni o celebrazioni eucaristiche, accolto con stima e venerazione dalle autorità e con fede e devozione da folle di pellegrini anche non cattolici. E’ stato il primo grande viaggio apostolico di papa Leone, che ha confermato la sua speciale missione di “costruttore di pace”, senza flettere di fronte a nessuno, e ha tracciato la linea anche di altri viaggi futuri. Si può cogliere nella diversità dei quattro paesi, anche per lingua ufficiale, la diversità delle sfide che l’Africa deve affrontare: dal rapporto tra differenti confessioni e religioni nell’araba francofona Algeria, alla ricerca della pace nel Camerun anglo-francese, alla richiesta di maggiore equità nella distribuzione dei beni in Angola, di lingua portoghese, e in Guinea Equatoriale, dove si parla spagnolo, il monito al mondo di non sfruttare il continente, bensì di promuoverne la crescita socioeconomica, culturale e spirituale. Ma vogliamo evidenziare un aspetto che – a nostro avviso – ne riassume in sé, in una sintesi speciale, la dimensione politico-religiosa nel senso più autentico, ed è quello del dialogo interreligioso che egli ha voluto promuovere e rilanciare come strada verso la pace nel nome dell’unico Dio, padre di tutti. Gli eventi e incontri specifici a livello interreligioso sono stati più rilevanti in Algeria e in Camerun, ma anche in Angola e in Guinea Equatoriale, specialmente rivolgendosi alle autorità o al corpo diplomatico, egli ha rimarcato insistentemente che proprio il dialogo tra le religioni, contro ogni blasfema forma di religiosità violenta, è la strada privilegiata verso la riconciliazione, verso una serena stabilità sociale e, ultimamente, appunto verso la vera pace che dovrebbe accomunare tutti i popoli. Visitando ad Algeri la Grande Moschea ha difeso la dignità di ogni persona umana, ricordando che la vera fede “non isola ma apre”, e com’è vero che essa, nelle sue differenti concretizzazioni, “unisce ma non confonde, avvicina senza uniformare” è altrettanto vero che la fede nell’unico Dio non può che “unire gli uomini secondo una giustizia perfetta, che invita tutti alla carità». Anche in Camerun papa Leone ha ricordato il ruolo positivo delle religioni se non sono insidiate dai fondamentalismi: nell’incontro interreligioso tra cristiani, musulmani e religioni tradizionali si è potuto ringraziare insieme Dio perché la crisi che sta vivendo il Paese non è degenerata in una ”guerra di religione”, ma anzi ci si è maggiormente uniti tra credenti facendo causa comune partendo da una sofferenza condivisa come strada verso la riconciliazione. Rivolgendosi ai capi musulmani come ai vescovi, il papa ha sottolineato la responsabilità comune di costruire la pace attraverso un dialogo che sa riconoscere la diversità delle comunità religiose e sa anche promuovere un’autentica riconciliazione. In Angola e in Guinea Equatoriale, infine, non ha mancato di evidenziare valori che tutti possono e devono condividere, cioè la formazione delle coscienze, la libertà religiosa e la preminenza del bene comune. La fraternità vissuta, una fede mai strumentalizzata, responsabili religiosi in prima linea nel superare i conflitti: il dialogo interreligioso, in Africa come ovunque nel mondo, può davvero creare giustizia, costruire pace e assicurare una serena convivenza tra popoli e nazioni.
La fraternità dalle religioni
Scritto il 29/04/2026