La guerra, anzi le guerre che funestano il mondo, si moltiplicano. Un numero crescente di Paesi e di popoli ne paga un prezzo elevatissimo. È possibile immaginare, in un futuro prossimo, un mondo finalmente in pace? Ne parliamo con Norberto Julini, che è stato coordinatore del movimento Pax Christi Italia dal 2021 al 2025.
(Foto Julini)
“Vorrei provare a rispondere ricordando Edgar Morin – afferma Julini –, autorevole filosofo e sociologo che ha attraversato da testimone gran parte del secolo scorso per congedarsi da noi lo scorso mese di maggio a 104 anni. “La posta in gioco della storia, oggi come oggi, è la più alta di sempre: nientemeno che i destini dell’umanità come tale. Occorre prenderne coscienza. Altro che ‘non esistono più le grandi cause’ e altri stanchi ritornelli! È mai esistita una causa più essenziale, più vitale, più pura e più bella?”. E, dunque, una causa non solo possibile, ma necessaria. Uno dei più solenni e profetici segni del pontificato di Papa Francesco, quasi un sigillo, fu l’indizione del Giubileo 2025 con la bolla “La speranza non delude”: a quella virtù teologale posta da Dio nel nostro cuore di “templi dello Spirito Santo” quali siamo, dobbiamo fare riferimento per il nostro pensare ed agire: virtù teologale che sostiene la vita e permette di non cadere nella paura. Quale altro pensiamo che sia il peccato “imperdonabile” secondo Gesù se non la perdita della speranza e dunque del senso della vita stessa? Per questo siamo stati chiamati ad essere “pellegrini di speranza”, ben oltre la chiusura dell’anno giubilare.
La speranza può dunque trasformare il mondo?
La speranza è la risposta che noi diamo a un invito che ci arriva dal futuro. Dove il futuro è vita vera. Lo accolgo oggi quando passo dall’irresponsabilità alla responsabilità, dalla guerra alla nonviolenza, dal respingimento all’accoglienza e alla cittadinanza. Il martire della fede Dietrich Bonhoeffer in “Resistenza e resa” scriveva: “Ci sono uomini che ritengono poco serio, e cristiani che ritengono poco pio, sperare in un futuro terreno migliore e prepararsi ad esso. Essi credono che il senso dei presenti accadimenti sia il caos, il disordine, la catastrofe, e si sottraggono nella rassegnazione o in una pia fuga dal mondo alla responsabilità per la continuazione della vita, per la ricostruzione, per le generazioni future. Può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore”. Quale lavoro se non a partire da noi stessi e da quell’altra divina virtù che è la carità: essa è relazione, la grande malata di questi tempi di individualismo consumistico e che ci consuma. Considero per questo la nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” del dicembre scorso un documento che è bussola per il nostro cammino. Educare alla pace è una buona notizia perché dice che la pace ce l’hai già dentro, devi imparare a “tirarla fuori” per metterla a servizio tuo e degli altri. La mia non è una risposta di tecnica politica, ma è una proposta di conversione personale che si fa testimonianza quotidiana di agire politico.
Pax Christi non cessa di diffondere i suoi messaggi di pace. Quali speranze possiamo nutrire davvero?
Nutrire speranze non deve fermarsi ovviamente a tensione puramente spirituale, ma deve farsi capacità di “organizzare la speranza”. Pax Christi è un movimento internazionale per la pace che si è costituito al termine dell’immane tragedia europea e mondiale, assegnandosi come missione di Pregare, Studiare ed Agire. È abbastanza curioso che un movimento si prefigga di studiare, eppure le madri ed i padri fondatori, donne di fede e vescovi francesi e tedeschi, intravidero fin d’allora che occorre conoscere per agire e che “la realtà è più importante dell’idea” (EG, 231) e bisogna fare i conti con i dati, la loro analisi, la lettura dei “segni dei tempi”. Pax Christi sta lavorando intensamente sul tema della nonviolenza. Un istituto internazionale ad hoc è stato costituito a Roma, l’Istituto cattolico per la nonviolenza. Abbiamo pubblicato “La nonviolenza di Gesù. Operare la pace secondo i vangeli” (Zikkaron 2023). E “Poteri e nonviolenza – Organizzare la speranza” (Nerbini, 2026). Questo testo è stato pensato quale laboratorio di idee e di pratiche, e si connota per essere un work in progress aperto da usare quale strumento per dibattiti e lavori di gruppo nelle scuole, nelle parrocchie, in gruppi di amici in modo tale che la riflessione continui e sia generativa di impegno condiviso.
Ci sono segnali positivi su pace e non violenza?
Vi è la constatazione che è in crescita, specie nell’ultima generazione dei più giovani, una tendenza al cambiamento di cui si osservano segni incoraggianti. Le straordinarie mobilitazioni dal basso, specie sul tema del conflitto israelo-palestinese, ne sono la prova. C’è voluta la tragedia del genocidio in corso in quella terra che noi chiamiamo santa per risvegliare le nostre coscienze: laggiù sta accadendo qualcosa di tale gravità da indurci a pensare che se consentiamo che ciò accada senza un sussulto di sdegno e un impulso al coraggio di denunciare e di agire per fermare uno scempio di umanità che compromette quel giuramento di un “mai più” la guerra, la sopraffazione, la violazione di ogni diritto umanitario, ci esponiamo a un rischio di caos dal quale nessuno uscirà indenne, ben al di là dei confini di quel piccolo territorio in cui la tragedia si compie.
Una voce chiara e determinata sul versante della pace è quella di Papa Leone, così come lo era quella del suo predecessore, Papa Francesco. Sono parole che possono toccare i cuori dei leader del mondo?
Considero Papa Leone un degno successore di Papa Francesco e penso che sia stato da lui prescelto per garantire la continuità del suo magistero. L’enciclica “Magnifica Humanitas” è da leggersi come ulteriore ed aggiornato sviluppo delle precedenti “Laudato si’” e “Fratelli tutti”. E tutte queste encicliche mi pare traggano spunti dalle quattro “pietre angolari” della “Pacem in Terris”: Verità, Giustizia, Libertà e Carità, su cui costruire una casa comune sulla roccia del Vangelo. Mi chiede se sia possibile che queste parole profetiche tocchino i cuori dei leader: dico che è necessario che ciò avvenga e se non saranno i calcoli delle reciproche convenienze di sovranità in competizione per garantirsi le residue risorse di un pianeta in accelerata consumazione, saranno le dure repliche della storia ad indurli a prenderne atto e a farsi ascolto per conseguenti decisioni. Ma non dobbiamo lasciarli soli rinchiudendoci nell’indifferenza e nel senso d’impotenza: vi è invece necessità di riscoprire la potenza della rivolta sdegnata dei popoli che soffrono e aspirano alla convivenza pacifica. Un principio che sta nei nostri cuori e non un fine che ci sta dinanzi.
Ognuno – si dice spesso – può avere un ruolo nella costruzione di una “pace quotidiana”. Cosa può fare, ogni giorno, nel suo piccolo, ciascuno di noi?
Tante cose! Ciascuno di noi non è piccolo, ha in sé un’origine divina e una vocazione santa: “Siate santi”, ci è stato chiesto dal Vivente in cui crediamo. Il dovere di vivere la nostra “pace quotidiana” è anzitutto esercizio paziente e benevolo di sane relazioni con le sorelle ed i fratelli con i quali viviamo. Dunque, la pace bisogna tirarla fuori da dentro di noi, custodirla, praticarla. Mi soffermerei, però, su tre doveri di delegittimazione. Anzitutto delegittimare la violenza per l’alterità: l’essere umano è creato per una libertà che è soprattutto compito di cura per il fratello e la sorella. L’alterità che mi sta dinanzi può magari essere scomoda e potenzialmente conflittuale, ma io ne sono comunque compartecipe e responsabile. Secondo, delegittimare l’inimicizia: quella prospettiva che fa della dialettica amico/nemico il motore della vita associata. Terzo, delegittimare la guerra: non esiste guerra che si possa dire giusta. Anche dinanzi all’ingiustizia o all’aggressione, la via d’uscita è una resistenza pacifica, che privilegia la vita sulla giustizia, in un amore agli altri che svela la cattiveria dei malvagi non sposandone i metodi. Occorre dedicare un’attenzione privilegiata alla nonviolenza attiva. Possiamo essere noi stessi tessitori di pace all’interno delle comunità, con uno stile nuovo e con prassi concrete. Dobbiamo fare obiezione di coscienza: la difesa della patria non si assicura solo con il ricorso alle armi, ma passa per la cura della civitas, attraverso l’obiezione di coscienza e il servizio civile. È doverosa la presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono la produzione ed il commercio di armi. Anche il mahatma Ghandi ci esortava ad essere ciascuno di noi “il cambiamento che desideri nel mondo”. E possiamo esserlo.