Uno degli episodi della vita di san Francesco che più ha affascinato gli scrittori è quello delle stimmate, che contrastava con l’iper-razionalismo spocchioso arrivato ai giorni nostri dalle radici sei-settecentesche, attraversando il materialismo della seconda metà dell’Ottocento. E però facendo breccia nell’immaginario di scrittori che ne avevano viste di cose, come Louis de Wohl, una sorta di avventuriero a metà strada tra Casanova e James Bond che aveva iniziato un lento cammino di avvicinamento alla fede. Nel 1958 scrive “The Joyful Beggar”, tradotto in Italia anche come “Francesco, uomo e santo” (Bur, 2013 e poi 2026), in cui l’episodio viene visto come partecipazione alle sofferenze dell’umanità e a quelle di Gesù.
Chesterton contro lo scetticismo borghese
Ma prima ancora, siamo nel 1923, Gilbert Keith Chesterton, un altro antico scettico sulla strada del ritorno alla fede cattolica, aveva messo mano a un libro, il primo dopo la conversione, “San Francesco” (Lindau, 2008), nel quale si avventava contro quello scetticismo borghese che per un periodo lo aveva attratto: “Considerare le stigmate come una cosa vergognosa da toccare con cautela e non senza dolore è come considerare le cinque ferite di Gesù Cristo come cinque difetti della Sua persona”. Il grosso problema di molti intellettuali è, secondo il creatore di padre Brown, di vedere la religione come una filosofia, e non come il reale incontro tra umano e divino.
Un altro cercatore di assoluto, Hermann Hesse, che diventerà celebre con “Il lupo della steppa” e con “Siddharta”, era rimasto sconvolto dalle testimonianze lasciate da Francesco e incontrate nel corso del proprio secondo viaggio in Italia, e non può non ammettere che il santo poteva essere considerato “il saluto di Dio alla terra”. La stupenda definizione è all’interno di “Francesco d’Assisi”, uscito nel 1904. Hesse è nel pieno della sua rivolta contro le istituzioni religiose, che riguardava inevitabilmente anche la figura del padre, missionario insieme alla moglie e predicatore pietista, e sta cercando una ragione di vita che lo salvi dalle crisi depressive e soprattutto gli indichi una fede diversa, oltre le consuetudini borghesi che lo avevano allontanato dal Dio delle religioni istituzionali. E però, di fronte al Poverello, deve arrendersi. Perché tutto è davvero profondamente religioso, anche le stimmate. Quando leggiamo nella traduzione italiana che “la leggenda racconta che fu proprio là (alla Verna, ndr) che gli apparve il Crocifisso, che impresse nel suo corpo le sacre stigmate”, dobbiamo tenere conto che la parola leggenda non è sinonimo di fusione tra realtà e fantasia, ma grafia moderna di legenda, vale a dire racconto o fonte da leggere.
Dallo sguardo del serafino alla “gioia indicibile”
Se Hesse scrive all’inizio del secolo breve, “Io, Francesco” (Cittadella, 1980) di Carlo Carretto appartiene alla sua fase finale, e qui il santo viene raccontato in prima persona, in un suo ritorno tra di noi, mentre ci narra dello sguardo di un serafino. Uno sguardo che abbraccia e che per questo, mentre incide il corpo, emana “una presenza che mi rendeva felice”, perché era, paradossalmente per la logica umana, la soluzione di ogni angoscia, “la porta aperta del paradiso”.
Anche per il francescano spagnolo Ignacio Larrañaga, che trascorse però quasi tutta la sua vita missionaria in America Latina, autore di “Nostro fratello di Assisi. Storia di un’esperienza di Dio” (1978, pubblicato da Edizioni Messaggero Padova nel 1986), le stimmate sono state l’incontro tra la condivisione del dolore assoluto, “sofferenza sovrumana”, e “gioia indicibile”. Da allora Francesco diviene per Larrañaga “il fratello crocifisso” che inizia a salutare gli altri fratelli e che, consapevole del suo non ritorno, dà l’ultima benedizione alla “montagna santa” che aveva assistito alla condivisione estrema, e non dicibile umanamente, della Croce.