“A Kyiv, ormai da molto tempo, non c’è quasi più differenza tra il giorno e la notte. Allarmi aerei, il ronzio dei droni, colpi d’arma da fuoco, esplosioni: tutto questo si ripete quasi ogni ora. Anche la celebrazione della messa si svolge sotto il rumore della guerra. Poche ore fa ho celebrato la santa messa accompagnato dal rumore degli spari e delle esplosioni”. È mons. Oleksandr Yazlovetskyi, presidente di Caritas-Spes Ucraina, a raccontare al Sir come si vive nella capitale ucraina. Lo abbiamo contattato dopo che il Papa ha lanciato un appello affinché nel mese di ottobre si reciti il Rosario per chiedere alla Madonna la fine di ogni conflitto e ostilità nel mondo. “Poco fa, passando accanto a un parcheggio sotterraneo, ho visto un gruppo di bambini con i loro insegnanti scendere nel rifugio: con sé portavano il necessario per continuare le lezioni sottoterra”, racconta mons. Yazlovetskyi. “È un’immagine oggi purtroppo abituale dell’infanzia ucraina”. Mentre la testimonianza viene raccolta, sopra il centro di Kyiv continuano a volare droni russi. “Sento il rombo dei loro motori. Poco fa una forte esplosione ha fatto tremare il nostro edificio di diversi piani. E in quei momenti non sai cosa significhi esattamente quel rumore: un drone abbattuto oppure un edificio colpito. Lo scoprirai soltanto più tardi”.
La giornata a Kyiv anche oggi è stata segnata da numerosi attacchi. Secondo quanto riferito, nella capitale 28 persone sono rimaste ferite, tra cui tre bambini, e una donna è morta. “I russi stanno perdendo sulla linea del fronte e la loro rabbia si riversa sulle città ucraine, sui luoghi in cui vivono persone comuni, in cui vivono le famiglie dei militari”, è la lettura del presidente di Caritas-Spes. “Questa rabbia arriva fino a noi sotto forma di missili balistici e centinaia di droni”.
A pesare è soprattutto la stanchezza psicologica.
Le esplosioni notturne impediscono di dormire, mentre durante il giorno gli allarmi interrompono i trasporti, fanno chiudere negozi e fermano il lavoro delle istituzioni. “Di fatto, paralizzano la vita normale della città. E questo accade giorno dopo giorno”. La situazione viene descritta come “probabilmente la più difficile dall’inizio dell’invasione su vasta scala”, non soltanto per gli aspetti militari, ma anche per il cambiamento nel modo di percepire il mondo circostante.
“Ci sentiamo più soli”.
All’inizio dell’invasione, racconta mons. Yazlovetskyi, “gli ucraini sentivano con grande forza che il mondo europeo e civile era con noi. Non eravamo soli. Oggi questa sensazione si sta indebolendo”. Anche il ritorno in Ucraina di persone che avevano trovato rifugio all’estero viene indicato come un segnale di questa trasformazione. Alcuni rientrano persino in città, piccoli centri e villaggi vicini alla linea del fronte. Alla base, secondo il presidente di Caritas-Spes, ci sarebbero anche le difficoltà incontrate nei Paesi di accoglienza: riduzione dei sussidi, chiusura di programmi di sostegno e atteggiamenti sempre più ostili. A risentirne maggiormente sono donne e bambini, mentre molti mariti e padri continuano a combattere. “Non dimenticheremo mai” la solidarietà ricevuta nei primi mesi della guerra, quando “le persone aprivano le loro case agli ucraini e li aiutavano in ogni modo possibile”.
Ma, con il passare degli anni, “non è soltanto il popolo ucraino a essere stanco della guerra: anche il mondo si è stancato di questa guerra”.
E oggi tra gli ucraini cresce sempre più la dolorosa sensazione che, per molti al di fuori del Paese, la guerra sia diventata semplicemente un disagio. Un problema del quale non si vuole più sentir parlare. “Ma qui ogni giorno muoiono delle persone”, dice mons. Yazlovetskyi, “e nel frattempo alcuni politici accusano l’Ucraina per l’aumento dei prezzi del carburante o dei prodotti alimentari. E allora nasce una domanda molto amara: davvero, per qualcuno, la soluzione più comoda a questo problema sarebbe che l’Ucraina si arrendesse semplicemente alla Russia?”.
A rendere ancora più difficile la situazione è l’arrivo dell’inverno. “Per molte persone a Kyiv, e soprattutto nell’est dell’Ucraina, sarà estremamente difficile. Per qualcuno, temo, potrebbe essere l’ultimo. Dio voglia che non ci siano gelate particolarmente intense”. In questo scenario, la solidarietà della Chiesa cattolica viene indicata come una fonte di forza. “La sentiamo costantemente. Sentiamo la preghiera, il sostegno e l’aiuto dei cattolici di diversi Paesi del mondo”. Un ringraziamento particolare viene rivolto al Papa: “Per i cattolici di tutto il mondo il Papa rimane un punto di riferimento morale, e per noi è estremamente importante sapere che l’Ucraina non viene dimenticata, che si prega per noi e che la nostra sofferenza non è diventata semplicemente un’altra notizia”.
La conclusione è un appello alla preghiera: “In questi anni abbiamo imparato a vivere accanto alla guerra, ma abituarsi alla guerra è impossibile”, dice il presidente di Caritas-Spes. “Preghiamo per la pace. E chiediamo anche a voi: pregate insieme a noi. Pregate per l’Ucraina. Pregate per i nostri difensori, che versano il loro sangue al fronte. Pregate per le loro mogli e per i loro figli, che li aspettano a casa tra il suono delle sirene e delle esplosioni. Pregate anche per la conversione di Putin e di coloro che lo circondano. Per la conversione di chi dà l’ordine di uccidere. Per la conversione di tutti coloro che sfruttano questa guerra per il proprio profitto, per arricchirsi o per perseguire i propri interessi politici.
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