Il 2 febbraio scorso, l’Hospital Universitario Vall d’Hebron di Barcellona ha presentato pubblicamente un intervento (effettuato qualche mese prima) destinato a segnare un precedente nella medicina dei trapianti: un trapianto parziale di volto (porzione centrale, classificato come “tipo I”) eseguito su una paziente di nome (fittizio) Carme. La donna era stata colpita da una grave infezione batterica, insorta dopo la puntura di un insetto, che aveva determinato necrosi estesa dei tessuti facciali, compromettendo funzioni essenziali come respirare, alimentarsi e parlare.
L’operazione, altamente complessa, ha coinvolto circa 100 professionisti tra chirurghi plastici, microchirurghi, anestesisti, immunologi e specialisti della riabilitazione. L’elemento di assoluta novità riguarda però la provenienza dei tessuti: la donatrice aveva richiesto l’accesso all’eutanasia — prevista dalla legge spagnola dal 2021 — e prima della procedura aveva espresso consenso alla donazione, includendo anche i tessuti facciali. Secondo quanto comunicato dall’ospedale, si tratta del primo caso al mondo di trapianto di faccia realizzato con tessuti provenienti da una persona deceduta dopo eutanasia.
Il caso sollecita una riflessione bioetica articolata, che può essere sviluppata lungo due direttrici distinte.
La prima concerne le specificità etiche del trapianto di faccia. Sotto questo profilo, esso non è certamente assimilabile a un trapianto d’organo “salvavita” in senso stretto. Pur potendo incidere su funzioni vitali (come nel caso presente), infatti, esso tocca una dimensione profondamente simbolica e relazionale: il volto è il luogo dell’identità visibile, della riconoscibilità e della relazione interpersonale.
Da qui emergono alcune questioni specifiche e non eludibili. Anzitutto, quella della proporzionalità clinica: l’intervento comporta rischi significativi – rigetto, immunosoppressione cronica, complicanze chirurgiche- che devono essere valutati rispetto ai benefici funzionali e relazionali attesi. In secondo luogo, la qualità del consenso informato del ricevente, che deve essere particolarmente accurato e realistico, includendo anche l’impatto psicologico e identitario del trapianto. Infine, la necessità di un accompagnamento multidisciplinare a lungo termine, che integri dimensione chirurgica, riabilitativa e psicosociale. La straordinarietà tecnica dell’intervento non esime, dunque, da una rigorosa valutazione etica dei criteri di appropriatezza e proporzionalità cliniche.
La seconda direttrice riguarda il nesso tra eutanasia e donazione di organi. In questo caso specifico, si tratta di un nesso “di fatto”, ma dal punto di vista del ragionamento morale, in linea di principio è essenziale mantenere una distinzione netta tra le due azioni. L’eutanasia, infatti, ha come oggetto morale l’anticipazione intenzionale della morte; la donazione di organi è invece un atto di solidarietà orientato alla cura di altri. Si tratta di oggetti morali distinti e differenti, che non possono essere valutati come se costituissero un unico atto.
È dunque possibile — e a nostro avviso giusto e necessario — esprimere un giudizio morale negativo sull’eutanasia e, al tempo stesso, riconoscere il valore positivo della donazione di organi. Confondere i due piani significherebbe compromettere la chiarezza del giudizio etico e introdurre una logica compensativa, come se l’esito benefico per altri (trapianto) potesse “bilanciare” l’atto che provoca intenzionalmente la morte (eutanasia).
Proprio per evitare questo slittamento, la pratica dei trapianti si fonda su un principio etico e deontologico consolidato: la netta separazione tra l’équipe che accompagna la fase di fine vita o accerta la morte, l’équipe che si occupa dell’espianto e quella che realizza il trapianto. Tale distinzione non è una mera formalità organizzativa, ma una garanzia sostanziale contro possibili conflitti di interesse, pressioni indebite e qualsiasi forma di strumentalizzazione del donatore.
Nel contesto dell’eutanasia, questa esigenza si fa ancora più stringente. Anche laddove i protocolli siano formalmente rispettati, la sola percezione di una continuità operativa o relazionale tra la decisione di morire e la pianificazione trapiantologica rischia di generare un “cortocircuito” morale e simbolico: la donazione di organi potrebbe apparire non più come un atto libero e ulteriore, ma come un elemento integrato — o addirittura giustificativo — del percorso eutanasico.
Nel caso spagnolo, le informazioni finora disponibili non consentono di affermare un coinvolgimento improprio dell’équipe trapiantologica nel percorso della donatrice ancora in vita. Tuttavia, la possibilità di una programmazione anticipata dell’intervento — resa possibile dal consenso espresso prima della morte — rende evidente quanto sia decisivo, sul piano etico, non solo che le équipe siano effettivamente distinte, ma che ciò sia chiaramente comunicato e garantito. La tutela della fiducia pubblica nella medicina dei trapianti passa anche attraverso questa forma di trasparenza.
Se la donazione venisse percepita come ciò che “nobilita” o rende socialmente accettabile l’eutanasia, si aprirebbe una deriva seria: la morte volontaria rischierebbe di essere presentata come moralmente buona in virtù dei suoi effetti “secondi”, con possibili pressioni culturali sulle persone più fragili e vulnerabili. È un rischio reale, che una bioetica attenta e responsabile non può permettersi di ignorare.
Trapianto di faccia ed eutanasia: il progresso medico e le distinzioni morali necessarie
Scritto il 27/02/2026