Che cosa sta succedendo al mondo? La domanda – posta martedì 9 giugno in auditorium San Nicolò a Chioggia – al centro del terzo incontro del Fondaco e guidata, come moderatore, da Nicola Saldutti, capo della redazione Economia del Corriere della Sera, non ha ricevuto risposte semplici, ma ha offerto al pubblico una chiave di lettura per orientarsi dentro un tempo segnato da guerre, instabilità e nuove paure. Nel confronto tra il corrispondente di guerra Fausto Biloslavo, l’editorialista del Corriere della Sera Francesco Verderami e l’analista di Geopolitica.info Alberto Evangelisti, è emersa con forza l’impressione che l’Europa, convinta per decenni di vivere in una condizione di pace quasi naturale, si sia risvegliata improvvisamente dentro una stagione in cui il conflitto è tornato a essere una presenza concreta, vicina, capace di influenzare non solo la politica internazionale ma anche la vita quotidiana delle persone. A dare corpo a questa percezione è stato soprattutto Biloslavo, che ha riportato il punto di vista di chi la guerra la osserva da vicino, sui fronti e nei luoghi dove si combatte o si sopravvive. Nel suo racconto, il conflitto contemporaneo appare profondamente cambiato: non si combatte più soltanto con artiglieria e carri armati, ma con droni, missili, tecnologie sempre più sofisticate e, soprattutto, con una guerra parallela fatta di propaganda e disinformazione. Eppure, sotto questa modernizzazione degli strumenti, resta immutato il volto umano della guerra: quello dei civili costretti a vivere nei rifugi, delle città svuotate, della paura quotidiana. Il suo richiamo più forte è stato alla necessità della testimonianza diretta, perché soltanto andando sul campo si può davvero comprendere ciò che accade e sottrarre la guerra alla distanza irreale delle immagini consumate sugli schermi. Verderami ha poi spostato lo sguardo sul piano politico e istituzionale, sostenendo con nettezza che il cosiddetto diritto internazionale si è rivelato spesso fragile, quando non apertamente impotente. Le organizzazioni nate nel secondo dopoguerra, ha osservato, hanno funzionato finché hanno retto gli equilibri tra i grandi blocchi; venuto meno quell’assetto, è riemersa la logica del rapporto di forza. Da qui la critica a un’Europa che si scopre impreparata: non solo sul piano militare, ma prima ancora su quello culturale e politico, incapace di affrontare con lucidità il ritorno della guerra e troppo abituata a considerarla come qualcosa di remoto. Il suo ragionamento si è tradotto in un invito alla consapevolezza: non si costruisce la pace nascondendo la realtà, ma riconoscendo il tempo storico in cui si vive. A completare il quadro è stato l’intervento di Evangelisti, che ha ricollocato la discussione dentro una prospettiva geopolitica più ampia. La storia, ha ricordato, non era mai finita davvero: era sembrata finita soltanto a una parte privilegiata del mondo. Oggi, invece, tornano centrali i rapporti di potenza, il controllo delle risorse, il peso degli snodi strategici, la competizione tra Stati Uniti, Cina, Russia e potenze regionali. La guerra, in questa visione, non è soltanto il fragore delle armi, ma anche l’effetto di equilibri globali sempre più instabili. Alla fine dell’incontro, accompagnato dalle domande e dai rilanci di Saldutti, resta una certezza: non è più possibile considerare ciò che accade nei luoghi di guerra come qualcosa di lontano. Le crisi internazionali attraversano ormai l’economia, la sicurezza, l’informazione e perfino la percezione che abbiamo del nostro futuro. Perciò, il senso più profondo della serata è stato forse proprio questo: recuperare memoria, spirito critico e capacità di capire, prima che la complessità del mondo venga ridotta a slogan o a illusioni rassicuranti.
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Scritto il 10/06/2026