“Sto inseguendo il sogno di fare il musicista, studio organo, composizione e direzione al Conservatorio di Milano. Non saprei dire quale strada percorrerò, cerco di tenerle aperte tutte e ogni volta che si presenta l’occasione di suonare non mi tiro indietro: concorsi, concerti con la banda, accompagnare cori, ma anche scrivere canzoni con amici”. Si presenta così Giulio Gianni, poco più che ventenne, residente a Seveso (Monza e Brianza). Assieme all’amico Francesco Marrone, Giulio è autore dell’Inno delle Olimpiadi Milano-Cortina. In questi giorni Giulio e Francesco stanno girando le scuole della cittadina brianzola per portare ai giovani la loro esperienza, che si può certamente descrivere come “straordinaria”. “La musica è tanto bella quanto esigente, lo studio è sempre molto – aggiunge il giovane musicista –, ma nel tempo libero che mi ritaglio mi piace vivere la mia comunità. Sono spesso coinvolto nelle proposte del mio oratorio e sono educatore dell’Azione cattolica ragazzi”.
“Fino all’alba” è stato infatti il brano vincitore del contest – realizzato in collaborazione con il ministero della Cultura e quello dell’Università – che nel 2022 ha coinvolto le bande civili e militari, le corali e i Conservatori di tutta Italia, invitandoli a ideare e proporre brani originali ispirati ai valori olimpici e paralimpici.
Facciamo un passo indietro: quali emozioni hai provato al momento della scelta del vostro pezzo che sarebbe diventato l’Inno olimpico?
Non avevo ancora 18 anni quando “Fino all’alba” fu scelto tra i due finalisti. Allora le uniche preoccupazioni erano portare a casa la pagella e rispettare le rigide esigenze dei maestri del Conservatorio. Ed ero proprio in Conservatorio quando mi chiamarono per dirmi che il nostro brano sarebbe stato cantato durante una serata a Sanremo e che sarebbe potuto diventare davvero l’Inno olimpico. Io ero incredulo, ho chiamato subito Francesco. Eravamo emozionati, per noi era già quella una vittoria enorme: un brano di due ragazzini cantato sul palco dell’Ariston da Arisa. Ovviamente la gioia è stata immensa quando, dopo un mese, abbiamo saputo che era stato il più votato dal pubblico e quindi sarebbe diventato ufficialmente l’Inno delle Olimpiadi invernali 2026. Lì ho capito che tutto quel tempo dedicato allo studio di spartiti aveva dato i suoi frutti. E mi ha fatto perseverare su questo percorso.
Guarderai, oltre la cerimonia di apertura, anche qualche prova olimpica? Fai sport?
Con la mia famiglia abbiamo acquistato i biglietti per l’hockey: non siamo esperti, ma ci incuriosisce. Non posso definirmi un “atleta”, però mi piace tanto la montagna in tutte le sue forme: amo il trekking alpinistico, lo sci e qualche volta mi cimento nell’arrampicata (ma poco, per preservare le dita!). Ho provato persino il parapendio. Quando abbiamo scritto la musica per “Fino all’alba”, la mia mente era sulle piste: io sono innamorato delle Dolomiti innevate e chi ha avuto la fortuna come me di sciare sul Giro dei Quattro Passi può capire quanto quella bellezza non possa che stimolare la creatività.
Restiamo sulla vostra musica. Come nasce “Fino all’alba”? Quale il messaggio che volevate trasmettere con la canzone?
È nata prima la musica, ispirata appunto alle montagne invernali che anche Francesco ama. C’è inoltre una continua “spinta” data dalla successione armonica che abbiamo scelto, che per noi è il sentimento inebriante dell’adrenalina di quando si compete. Il testo è stato più difficile, ma abbiamo scelto di raccontare i valori olimpici nella maniera più naturale possibile: quando sei ragazzo non ti importa dei risultati, vuoi solo correre dietro a un pallone o tirare a canestro con gli amici per il piacere di stare in compagnia e muoverti. Per questo la canzone parla di un “ragazzo come noi”, il quale sogna e questo sogno non si ferma mai. In sintesi, il nostro messaggio è quello di sognare ad occhi aperti come quando si è ragazzini, perché con l’impegno questi sogni si avverano: si avverano per gli atleti che si allenano per ore e ore e si sono avverati anche per noi che volevamo solamente scrivere una canzone. I sogni sono luce nella vita, proprio come un’alba dopo la notte.
La canzone, come dicevamo, è stata scritta da te con Francesco Marrone, dapprima cantata nella demo dalla vostra amica Maria Tresoldi, poi interpretata da Arisa, diretta dal compianto Peppe Vessicchio. Per arrivare al risultato finale il “gioco di squadra” – un po’ come nello sport – è stato importante? In genere le collaborazioni contano nella produzione musicale?
Questa canzone è stata scritta in tutti i suoi due mesi di gestazione a quattro mani. Non credo che sarebbe stato possibile altrimenti. Spesso è più facile lavorare da soli, con i propri ritmi, ma lavorare in squadra è stato molto più stimolante. In primis perché siamo amici dal liceo, e quando l’abbiamo scritta era una scusa per vederci oltre i banchi e fare qualcosa che ci piaceva: musica. Inoltre, l’altro coglie connessioni nelle idee che tu proponi che all’inizio non vedi e questo ha creato una cascata di melodie, una più bella dell’altra, che andavano scelte. Se l’avessi fatto da solo, probabilmente avrei preso scelte sbagliate.
Sport e musica: un binomio fantastico. Due attività umane belle e coinvolgenti, che puntano (o dovrebbero farlo) al meglio, contando su impegno e creatività, mettendo in gioco abilità e virtù, alimentando socialità e divertimento. Potrebbe essere questa una “chiave di lettura” di un Inno olimpico?
La musica è, almeno nella concezione classica, armonia. Quando guardo uno sciatore affrontare uno slalom gigante anche lì vedo un’armonia di movimenti ammaliante. Credo che un Inno olimpico debba essere portatore di armonia, ispirando la società e i popoli verso un’armonia universale. In questo periodo storico, segnato da conflitti, non solo politici ma anche umani, è utopistico, e purtroppo una canzone non può cambiare il mondo, ma spero che il grande evento olimpico, accompagnato dalla nostra musica e dalle bellezze del nostro Paese, smuova qualcosa nella gente.