C’è un filo che lega la neve di Grenoble alla neve di Milano-Cortina. Un filo lungo quasi sessant’anni, che attraversa generazioni di atleti, cambiamenti tecnici, rivoluzioni sportive e culturali. È il filo della storia olimpica italiana nello sci di fondo, e porta il nome di Franco Nones. Nel 1968, ai Giochi di Olimpiadi Invernali di Grenoble 1968, Nones conquistò la medaglia d’oro nella 30 chilometri, diventando il primo italiano a salire sul gradino più alto del podio nello sci di fondo. Un’impresa che allora apparve quasi rivoluzionaria: fino a quel momento, l’oro olimpico nella disciplina era stato territorio esclusivo di atleti scandinavi e sovietici. Quella vittoria spezzò un equilibrio storico e aprì una strada nuova per tutto il movimento italiano. Oggi, mentre le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 vedono l’Italia protagonista nel medagliere, con gli Azzurri capaci di competere ai massimi livelli e di conquistare podi in diverse discipline, il nome di Nones torna ad avere un valore simbolico particolare. È il pioniere, l’uomo che per primo dimostrò che anche l’Italia poteva vincere dove sembrava impossibile. A 85 anni, con la lucidità e la schiettezza di chi ha attraversato epoche diverse dello sport, Nones guarda ai Giochi di oggi con orgoglio e con uno sguardo critico insieme. Parla del suo oro, del significato universale delle Olimpiadi, del cambiamento radicale nella preparazione degli atleti e del valore che lo sport continua a rappresentare per le nuove generazioni.
Lei è stato il primo italiano a vincere l’oro olimpico nello sci di fondo. Che cosa ha significato allora, e che cosa significa oggi, quella vittoria?
Sono stato il primo, sì. E credo di essere ancora la medaglia d’oro olimpica italiana più anziana in vita. È una cosa che mi hanno ricordato da poco. Quando vinsi, nel 1968, fu qualcosa di quasi impensabile: fino ad allora nessun atleta al di fuori della Scandinavia e dell’Unione Sovietica aveva mai conquistato l’oro olimpico nello sci di fondo. Fu una rottura, una svolta per tutto il movimento. Non solo per me, ma per l’Italia intera.
Aveva la consapevolezza di aver scritto una pagina di storia?
A vent’anni certe cose non le realizzi fino in fondo. Capisci di aver fatto qualcosa di grande, ma non misuri la portata storica. Solo con il tempo ti rendi conto di ciò che è accaduto.
Oggi l’Italia è protagonista alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Che impressione le sta facendo questa Nazionale?
È protagonista perché è tra le prime nazioni al mondo per medaglie. È un risultato che non si vedeva da tempo. L’Italia sta vivendo un momento molto positivo, forse come non accadeva da anni.
Secondo lei da cosa nasce questo momento così favorevole?
Ci sono giovani molto bravi. C’è qualità, c’è ricambio. E poi ci sono nazioni che stanno attraversando momenti meno brillanti. La Norvegia resta fortissima, ma altre tradizioni importanti oggi fanno più fatica. L’Italia, invece, sta raccogliendo il frutto di un lavoro serio.
Si sente, in qualche modo, un pioniere di questo percorso?
Per quanto riguarda il fondo, direi di sì. Dopo la mia carriera ho partecipato anche all’organizzazione di grandi eventi. In Val di Fiemme abbiamo ospitato tre Campionati del mondo in 35 anni, oltre alle competizioni olimpiche. Non sono molte le nazioni che possono vantare una tradizione organizzativa così solida. È un lavoro che ha contribuito alla crescita del movimento.
Che cosa significa rappresentare l’Italia alle Olimpiadi?
Le Olimpiadi sono universali. Non sono come un campionato del mondo, che è comunque una grande competizione, ma le Olimpiadi rappresentano il mondo intero. Sono, se vogliamo, una chiave per ricordarci che possiamo volerci bene anche attraverso lo sport. È qualcosa di profondamente positivo.
Dal 1968 a oggi lo sport è cambiato radicalmente. Che differenze vede nella preparazione degli atleti?
Ai nostri tempi c’era la squadra e c’era l’allenatore. Punto. Non avevamo medici al seguito: il nostro tecnico diceva che se uno è sano non ha bisogno del medico, e se è malato deve andare in ospedale. Non si parlava di alimentazione: ognuno mangiava quello che sentiva. Oggi un atleta ha almeno due persone accanto, tra preparatori, nutrizionisti, psicologi. È tutto molto più strutturato.
È un bene o si rischia di perdere qualcosa?
C’è una differenza enorme. Oggi l’organizzazione conta moltissimo, forse più dell’atleta stesso. Una volta era la persona a fare la differenza. Adesso è il sistema che sostiene la prestazione. È un’evoluzione inevitabile, ma bisogna stare attenti a non perdere la filosofia vera dello sport.
Che consiglio darebbe a un giovane che sogna l’oro olimpico?
Prima di tutto di fare sport, perché lo sport fa bene alla mente e al corpo. Poi deve capire che l’agonismo richiede preparazione, spirito, determinazione. Non si può prendere nulla sotto gamba. Vincere una medaglia d’oro è un insieme di fattori: lavoro, orgoglio, responsabilità nel rappresentare il proprio Paese.
Se potesse parlare al giovane Franco Nones prima della gara del 1968, che cosa gli direbbe?
Gli direi di fare esattamente quello che ha fatto. Non sono arrivato lì per caso: ero preparato e convinto di poter vincere. Essere convinto di salire sul podio è una cosa, essere convinto di vincere è un’altra. Ma una medaglia d’oro olimpica, soprattutto su 30 chilometri, non arriva per caso. Io vinsi con quasi un minuto di vantaggio sul secondo: oggi è rarissimo. Fu il risultato di una preparazione fatta con la convinzione di aver fatto tutto il necessario.