“Ordinariamente la gioia cristiana è accompagnata dal senso dell’umorismo, così evidente, ad esempio, in san Tommaso Moro, in san Vincenzo de Paoli o in san Filippo Neri”. Così Papa Francesco nell’Esortazione apostolica “Gaudete et exsultate” (2018). E proprio sul sorriso, sull’umorismo, con cui si affronta la testimonianza del Vangelo si interroga il regista toscano Giovanni Veronesi con il suo ultimo film “Dio ride”, titolo di chiusura dell’83ª Mostra del Cinema della Biennale di Venezia e nelle sale dal 29 ottobre. Una commedia che sconfina nel dramma, il racconto – di finzione – di un frate francescano nella Toscana del Seicento che viene preso di mira da nobiltà e Chiesa per il suo raccontare di Gesù con umorismo gentile. A interpretarlo è Pierfrancesco Favino, in una prova che ancora una volta ne rimarca talento e versatilità. Nel cast anche Silvio Orlando, Francesco Gheghi, Alma Noce, Paolo Rossi e Maurizio Lombardi. Una produzione Indiana, PiperFilm e Netflix.
“Dio ride” (al cinema dal 29 ottobre)
La storia. Toscana, XVII secolo. Frate Leopoldo da Casamacchia è un religioso umile, orfano e cresciuto in una comunità di frati francescani. Durante la peste trova riparo in un nuovo monastero guidato dal rigido fra Monaldo; lì si fa subito apprezzare dagli abitanti del luogo per lo spirito genuino e il suo modo solare, coinvolgente, di parlare di Gesù. Ben presto però il suo eccessivo entusiasmo viene visto in malo modo da Monaldo e dal nobile Cosimo Del Debbio. Fra Leopoldo viene attenzionato al tribunale dell’Inquisizione e una segnalazione giunge al Papa, il quale manda un suo uomo di fiducia, il card. Maculani. Stanco e insofferente, il cardinale si accosta con sospetto al frate. Tra i due il dialogo è complicato, ma ben presto, grazie alla mediazione di Isabella Del Debbio, Maculani inizia a guardarlo con altri occhi. L’Inquisizione però si è già messa in moto…
Veronesi, “Una storia di fede e libertà”
“Ho sempre pensato che la comicità fosse una cosa estremamente seria e che proprio per questo il potere l’abbia sempre temuta”. Così Giovanni Veronesi nel presentare il suo nuovo film, una commedia amara, puntellata da dramma, scritto insieme a Gianluca Bernardini, Nicola Baldoni e Nicola Deorsola. “Ho cercato di raccontare non soltanto una storia di fede religiosa, ma una fede più ampia: quella nelle proprie convinzioni, nella libertà di pensiero e nel coraggio di restare fedeli a ciò che si è. Per questo il personaggio di Leopoldo non è un eroe consapevole, ma un uomo puro, incapace di rinunciare alla propria natura”. Una storia di finzione, che però chiama in campo alcune figure della Chiesa. “Ho consultato gli archivi vaticani e i racconti sugli eretici – ha aggiunto – e mi sono ispirato in modo molto libero alla storia di San Filippo Neri, che prima di diventare santo era stato sul punto di essere perseguitato dall’Inquisizione”.
Il sorriso che sfida il potere
Classe 1962, Giovanni Veronesi è un regista-sceneggiatore di lungo corso, con una carriera cinematografica di oltre quarant’anni. Suoi la trilogia “Manuale d’amore” (2005-11), “Moschettieri del re” (2018) e “Romeo è Giulietta” (2024). Il suo terreno di elezione è la commedia brillante. Con “Dio ride” prova a spingersi oltre il consueto perimetro narrativo, chiamando in campo potere, Chiesa e fede. Un racconto storico che però si muove nella finzione, con evidenti rimandi a figure ben note, san Filippo Neri in primis.
Con “Dio ride” Veronesi ci racconta una storia di ieri, nella Toscana del Seicento, ma offre suggestioni anche al nostro presente, volgendo lo sguardo a istituzioni e potere arroccati tra rigidità e controllo. L’autore mette in contrapposizione la Chiesa di palazzo e quella di strada sull’onda del fascino per il pontificato di Papa Francesco e il suo continuo richiamo a una Chiesa in uscita, rivolta agli ultimi.
Fra Leopoldo incarna sia lo spirito francescano di umiltà e povertà sia la favella allegra, popolare e coinvolgente di san Filippo Neri – il pensiero va a Johnny Dorelli in “State buoni se potete” (1983) e a Gigi Proietti in “Preferisco il paradiso” (2010) -, ponendosi come un discepolo di Cristo inascoltato, dileggiato e mortificato. Un uomo acceso dalla fede che non arretra davanti alle intimidazioni del potere, della società nobiliare del tempo e della Chiesa stessa, ma abbraccia la sua croce facendosi “figura Christi”.
In campo anche il card. Maculani, sagomato con ironia e finezza da Silvio Orlando, inizialmente espressione di una Chiesa stanca, chiusa in se stessa, distante dalla gente. Chiamato a indagare su fra Leopoldo, Maculani vede in lui il pericolo di una voce diversa, problematica; a spingerlo a un confronto più attento è Isabella Del Debbio, nobildonna prigioniera di un matrimonio infelice, segnato da violenze. Lei per prima – insieme alla povera gente – ha saputo riconoscere quel linguaggio nuovo, accessibile con cui fra Leopoldo parla di Gesù. Una genuinità che spaventa i potenti e infiamma i cuori degli ultimi. E proprio Isabella riesce a instillare il dubbio nel cardinale, che alla fine non si dimostra così inflessibile, ma apre all’ascolto e alla possibilità di ravvedersi.
“Dio ride” è un film che dimostra qualità di regia, messa in scena e valore degli interpreti, un’opera di certo acuta, brillante e vibrante che si rivolge a un pubblico ampio, pronto a essere accolto e approfondito anche in ambito pastorale per i suoi numerosi spunti, soprattutto sulla fede e sulla testimonianza gioiosa. Consigliabile, problematico-poetico, per dibattiti.