Cornioli: “Ridare dignità ai profughi è il primo passo per riaccendere la speranza”

Scritto il 09/05/2026
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Don Mario Cornioli è sacerdote della diocesi di Fiesole e fidei donum del Patriarcato latino di Gerusalemme. Dopo anni di servizio pastorale in Palestina, dal 2015 vive e opera in Giordania accanto ai profughi iracheni e siriani, promuovendo progetti di accoglienza, integrazione e formazione sostenuti anche dalla Conferenza episcopale italiana attraverso i fondi dell’8xmille.

“Quando sono arrivato in Giordania nel 2015, dopo tanti anni trascorsi in Palestina al servizio del Patriarcato latino di Gerusalemme come sacerdote fidei donum della diocesi di Fiesole, ho trovato una realtà fatta di accoglienza, ospitalità e grande umanità”. Inizia così la testimonianza di don Mario Cornioli, sacerdote fidei donum impegnato da anni accanto ai profughi in Giordania.
“Ho incontrato un Paese bellissimo e una Chiesa viva, animata da una fede sincera. Ma soprattutto ho visto la dignità e il coraggio di uomini e donne, cristiani e musulmani, che continuano a credere nella convivenza nonostante tutto sembri lavorare nella direzione opposta”, racconta il sacerdote.
La Giordania, ricorda don Cornioli, “ha accolto negli anni circa tre milioni di profughi su una popolazione di dieci milioni di abitanti. Un dato impressionante, soprattutto se si considera che si tratta di uno dei Paesi più poveri al mondo per risorse e disponibilità d’acqua”.
Da qui nasce la missione del sacerdote: “Come fidei donum mi sono messo a servizio di questo popolo con la consapevolezza che la nostra testimonianza, come sacerdoti e come Chiesa, è fondamentale soprattutto davanti ai fratelli musulmani”.
Il cuore dell’impegno pastorale e sociale di don Cornioli è rivolto ai rifugiati iracheni e siriani, segnati da anni di guerra, violenze e precarietà. “L’unico modo per riaccendere la speranza nei cuori di intere generazioni cresciute sotto le bombe è ridare loro dignità”, spiega. “L’incertezza del futuro, l’attesa di poter ripartire per Paesi come Canada, Australia o Stati Uniti, insieme all’impossibilità di lavorare, studiare o accedere facilmente ai servizi sanitari, rende la vita quotidiana molto pesante”.
Per questo, grazie al sostegno della Conferenza episcopale italiana e ai fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica, sono nati due progetti diventati negli anni veri percorsi di rinascita: “Mar Yohanna”, ristorante italiano gestito da profughi, e “Rafedìn”, laboratorio sartoriale di moda.
“Mar Yohanna, nato nove anni fa, ha formato circa 120 ragazzi e oggi dà lavoro a 31 persone. Rafedìn, attivo da dieci anni, ha formato circa 150 ragazze e continua a offrire occupazione a 14 giovani donne”, racconta il sacerdote. “Sono laboratori di vita prima ancora che luoghi di lavoro: spazi sereni dove imparare un mestiere, valorizzare i propri talenti e ritrovare fiducia in sé stessi”.
Secondo don Cornioli, “la cosa più importante è aver restituito dignità e sorriso ai beneficiari”. Dietro questi progetti, aggiunge, “c’è una convinzione profonda: anche dagli scarti possono nascere cose belle”.
“I nostri fratelli profughi sono stati scartati dalla violenza e dall’odio: hanno perso case, terra e futuro. Certo, era necessario aiutarli con cibo, medicine e affitti, ma bisognava andare oltre l’emergenza e iniziare a curare le ferite interiori”, sottolinea.
“Quello che abbiamo fatto – prosegue – è stato semplicemente credere in loro e offrire una nuova possibilità. Quando perdi tutto e non hai più fiducia in nessuno, incontrare qualcuno che ti accoglie, che ti vuole bene per quello che sei e si prende cura delle tue ferite, può permetterti di rialzarti e ricominciare a vivere”.
Per il sacerdote, questa esperienza nasce anzitutto dalla propria fede personale: “Il Signore ha curato prima di tutto le mie ferite e ogni giorno continua a rialzarmi. È questo amore che mi permette di andare avanti nonostante le difficoltà”.
Guardando agli anni trascorsi in Medio Oriente, don Cornioli afferma di aver visto “rifiorire la vita nei volti dei profughi” e di aver sperimentato “la gioia di condividere ciò che si ha con chi ha più bisogno”.
“Essere cristiani oggi in Medio Oriente significa essere eroi”, conclude. “Vuol dire vivere la propria fede da minoranza, senza paura, in contesti spesso difficili. L’unico modo per comprendere davvero questa realtà è condividere almeno un tratto di strada insieme a loro, facendo sentire che i cristiani d’Occidente non li hanno abbandonati”.

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