L’11 settembre 2001 ha segnato il nostro tempo, non solo per l’orrore suscitato dall’attentato alle Torri Gemelle nel cuore degli Stati Uniti, per il numero di morti, per l’insicurezza che ha generato nel nostro Occidente, ma anche per un cambiamento nel mondo dei mass media di fare informazione. Ne parliamo con Adriano Fabris, professore di Filosofia morale e di Etica della Comunicazione all’Università di Pisa.
(Foto Siciliani-Gennari/SIR)
Come quell’evento, così tragico, ha cambiato il modo di comunicare dei mass media?
Ha cambiato anzitutto il nostro modo di pensare e di conseguenza ha cambiato anche il nostro modo di rapportarci comunicativamente gli uni agli altri. C’era stato un momento, nell’ultimo scorcio del secolo scorso, in cui sembrava si fosse arrivati ad un equilibrio globale sotto la direzione del modello economico, sociale e di pensiero degli Stati Uniti; c’era stato chi, come Francis Fukuyama, aveva scritto un libro in cui si parlava addirittura di fine della storia. Non era così: l’attentato delle Torri Gemelle ha cambiato immediatamente questa mentalità, riportando in auge contrapposizioni, estremismi, opposizione amico-nemico.
L’attentato alle Torri Gemelle ha prodotto il brusco risveglio da un mondo in equilibrio a un Occidente desideroso di riprendere le guerre contro nemici identificati in una particolare cultura e religione, l’Islam.
E tutto questo ha avuto una serie di conseguenze davvero dirompenti nel mondo comunicativo.
Quali?
La prima è che
la comunicazione si è trovata a dover prendere una parte.
Quindi, un giornalismo non più neutrale. A livello di stile di fondo, bisognava dire da che parte si stava e fare un giornalismo in cui ci si collocava in questa parte. Quindi, non una comunicazione che cercava uno spazio comune tra i vari interlocutori, non una comunicazione che era al servizio di una mediazione e di una intesa, ma visto che questa mediazione non era più possibile nel contesto polarizzato, la comunicazione era asservita ad una parte e bisognava dichiarare fin dall’inizio da che parte si stava, se con l’Occidente o con Al Jazeera, ad esempio. Più nel concreto, questa situazione l’hanno vissuta, ad esempio, i giornalisti e i corrispondenti di guerra, che si sono trovati concretamente a dover scegliere se fare propaganda proprio per dimostrare di essere da una determinata parte, dalla parte del governo cui appartenevano, oppure se dire la verità. Il discorso del giornalista che andava, verificava e scriveva liberamente in buona parte è stato ridimensionato proprio per il fatto che dire la verità rischiava di rivelare dei segreti, di dare un vantaggio al nemico, di impedire alle forze sul campo di ottenere risultati. E questo certamente è stato un grosso elemento lesivo nei confronti della democrazia e di quella stampa libera che della democrazia è il sostegno più forte.
Questa svolta verso un giornalismo non più neutrale può essere una delle cause anche della perdita di fiducia di cui oggi la stampa e i media in generale soffrono?
L’11 settembre ha richiesto a livello comunicativo un cambiamento anche per quanto riguarda il rispetto della verità, che era subordinato ad altre esigenze. Si è trattato del primo passaggio di quel progressivo allontanamento dalla verità come compito che in tutti i modi doveva essere detto dalla comunicazione pubblica che poi ha trovato con gli sviluppi tecnologici tutte le sue altre varie tappe e le ha conosciute chiamandole fake news. È proprio l’attentato alle Torri Gemelle il primo momento in cui si dice possiamo rinunciare alla verità per un buon motivo – non dare al nemico delle indicazioni – e i giornalisti devono sottomettersi a queste esigenze di più alta e urgente necessità.
La gente ha cominciato a dire addio alla verità.
Il dramma delle Torri Gemelle è stato anche un trauma collettivo, vissuto in diretta televisiva: questo fatto in qualche modo ha anche cambiato il modo di consumare l’informazione?
Certo, questo è un altro aspetto dei cambiamenti della comunicazione che il trauma delle Torri Gemelle ha provocato: abbiamo potuto vivere, in diretta, ogni momento dell’attentato e questo è stato realmente un momento di svolta particolare, che forse ha permesso di sdoganare e di giustificare il fatto che ciascuno di noi può essere giornalista, cioè ciascuno di noi che assiste a un determinato evento lo può riprendere, postare, metterlo all’attenzione di tutti. Ora, anche di fronte a tragedie meno dirompenti e di significato storico, ciascuno di noi si ritiene legittimato a riprendere quello che accade sotto i suoi occhi, magari come è successo nei giorni scorsi, invece di salvare il ragazzo che stava nuotando nell’alluvione, semplicemente riprenderlo con il proprio telefonino.
Quale può essere un ulteriore sviluppo di questa situazione?
L’attentato alle Torri Gemelle è stato visto la prima volta in diretta e ha suscitato orrore e attenzione. Anche io ho passato il giorno a cercare di capire e a vedere. Ma poi quelle immagini sono state trasmesse una seconda, una terza, una decima, una cinquantesima, una centesima volta. In questo modo, per la nostra percezione, l’attentato si è trasformato quasi in una fiction. La ripetizione ha tolto la potenza di realtà, la potenza tragica, l’impatto tragico di questo avvenimento. A forza di rivederlo, magari a ora di cena, ci siamo assuefatti, ci siamo abituati, ha perso lo spessore di realtà e le conseguenze dirompenti che aveva avuto. Questo processo di derealizzazione è qualcosa di nuovo che noi adesso stiamo sperimentando.
La realtà si è trasformata nell’immagine della realtà, così l’immagine della realtà ha preso il posto della realtà stessa. È un’altra faccia dell’addio alla verità
di cui parlavamo prima. L’overdose di comunicazione invece che enfatizzare la situazione reale, tutta la gravità di ciò che sta raffigurando, la trasforma in un’immagine, in una fiction. E forse questo è anche il motivo per cui anche la celebrazione che viene fatta ogni anno, anche se quest’anno è il 25°, diventa sempre più debole, sempre meno partecipata, sempre meno sotto i riflettori. Ed è forse proprio perché l’anniversario ormai riceve meno attenzione, anche il presidente Trump diserterà la celebrazione.
Professore, prima delle Torri Gemelle c’era altrettanto interesse per un aggiornamento continuo delle notizie o anche questo aspetto è un frutto di quell’evento eccezionale?
Sì, è un altro effetto dell’attentato la volontà di sentirsi sempre informati e a partire da qui si è registrato il boom dei canali all news perché offrono questo aggiornamento continuo, costante. Questo dipende dal fatto che riteniamo che ci possa essere, in ogni momento, qualche cosa di interessante, di importante o di curioso, può essere anche qualcosa di banale o stupido, che però deve in qualche modo colpire l’attenzione. Nel caso delle Torri Gemelle l’attenzione era certamente sollecitata da motivi reali e gravi.
Questa necessità di offrire aggiornamenti continui ha anche un po’ intaccato la capacità del giornalismo di verificare e di approfondire?
Ha soprattutto tolto profondità al giornalismo. Bisogna inseguire l’ultima novità e non c’è tempo per approfondirla, per contestualizzarla, per comprenderla. Bisogna colpire l’attenzione con qualche cosa che ci tenga attaccati al video, al social, alla piattaforma di informazione. Siamo tutti riportati alla superficie delle cose. D’altra parte, la piattaforma è il luogo in cui ci sono cose soltanto in superficie, senza andare a fondo. È cambiata la comunicazione: qualsiasi sia il canale di comunicazione – tv, radio, internet, social – ci si preoccupa solo della velocità con cui diamo la notizia, di dare novità o presunte tali, di colpire l’attenzione, però senza capire realmente, senza approfondire.
Dalle Torri Gemelle è cambiata la comunicazione, ora cosa ci riserva il futuro?
Il passaggio successivo è quello dell’intelligenza artificiale, che da questo punto di vista è in grado benissimo di darci cose apparentemente sempre nuove, per tenerci sempre agganciati, per poterci sempre interessare, per farci fare lo scrolling attirando la nostra curiosità, ma senza dare spessore, senza offrire elementi per capire davvero le cose. È più la forma che il contenuto. D’altra parte, non abbiamo scoperto noi questo privilegio della curiosità e dell’attenzione per cose futili o anche inutili. Adesso lo troviamo enfatizzato da determinate forme di comunicazione, ma ne aveva parlato già Sant’Agostino proprio offrendo un’analisi molto attenta di quella che lui chiamava la vana curiositas, cioè una curiosità che ci fa collegare alle cose contingenti e che però poi alla fine non serve a nulla se non a perdere tempo.

