8.372 bosniaci musulmani massacrati nel cuore dell’Europa sotto gli occhi della comunità internazionale. Trentuno anni dopo il genocidio di Srebrenica, restano le tombe senza nome, le famiglie in attesa di una verità completa e una domanda che attraversa il tempo fino ai conflitti di oggi: Gaza, Ucraina, Sudan, Yemen. Dove eravate allora? E dove siete adesso?
“Dove eravate?”
È una domanda semplice, quasi elementare. Eppure, è anche una delle più scomode che la storia possa rivolgere alla comunità internazionale. Una domanda che risuona ancora oggi tra le colline della Bosnia orientale, dove nel luglio del 1995 si consumò il peggior massacro avvenuto in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Dall’11 al 22 luglio di quell’anno, le truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić entrarono a Srebrenica, enclave musulmana dichiarata “area protetta” dalle Nazioni Unite con la Risoluzione 819 del Consiglio di Sicurezza. Una protezione che si rivelò drammaticamente solo nominale. Quella che avrebbe dovuto essere una zona sicura si trasformò in una trappola mortale.
Mentre il mondo osservava, o forse preferiva non vedere, migliaia di uomini e ragazzi bosniaci furono separati dalle loro famiglie, catturati, uccisi e gettati in fosse comuni. Donne, anziani e bambini vennero deportati. La violenza si abbatté sulla popolazione civile con una brutalità sistematica che la giustizia internazionale avrebbe poi definito genocidio.
Almeno 8.372 persone furono assassinate. Ventimila costrette a fuggire. Numeri che da soli non riescono però a raccontare il dolore di una comunità cancellata, delle madri che hanno atteso anni per ritrovare un frammento di osso da poter seppellire, dei figli cresciuti senza sapere dove fosse finito il proprio padre.
A rendere ancora più insopportabile quella tragedia fu il fallimento della comunità internazionale. I caschi blu olandesi del Dutchbat, presenti nell’area sotto il mandato delle Nazioni Unite, non riuscirono a impedire il massacro. Una responsabilità che negli anni è stata riconosciuta anche in sede giudiziaria. Srebrenica è diventata così il simbolo non solo della ferocia dei carnefici, ma anche dell’impotenza – o dell’inerzia – di chi avrebbe dovuto proteggere.
Nel maggio 2024 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato l’11 luglio “Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica”. Un atto importante, necessario. Ma la memoria, da sola, non basta.
Trentuno anni dopo, infatti, la contabilità della morte non è ancora conclusa. Continuano le identificazioni dei resti recuperati dalle fosse comuni. Continuano i funerali. Continuano le famiglie ad attendere una risposta. A Potočari, ogni anno, nuovi nomi vengono restituiti alla dignità della sepoltura. Ogni bara che scende nella terra ricorda che il genocidio non finisce quando cessano le armi. Continua nell’assenza, nel silenzio, nell’attesa.
Eppure la lezione di Srebrenica sembra non essere mai stata davvero imparata.
Perché la domanda “Dove eravate?” non appartiene soltanto al passato. È la stessa che oggi arriva dalle macerie di Gaza, dalle città distrutte dell’Ucraina, dai villaggi del Sudan travolti dalla guerra civile, dai campi profughi dello Yemen, dalle comunità dimenticate del Corno d’Africa. Cambiano i luoghi, cambiano le bandiere, cambiano i protagonisti. Ma il copione resta inquietantemente simile.
Da una parte ci sono civili intrappolati nei conflitti, bambini, donne, anziani, persone private persino del diritto alla sopravvivenza. Dall’altra ci sono organismi internazionali paralizzati dai veti, dagli interessi geopolitici, dai calcoli diplomatici. In mezzo, il vuoto.
Un vuoto che spesso viene riempito dalla propaganda, dall’indifferenza e dalla progressiva assuefazione alla sofferenza altrui. Le guerre entrano nei notiziari, occupano le prime pagine per qualche settimana e poi scivolano ai margini dell’attenzione pubblica. Ma per chi le vive, le bombe continuano a cadere anche quando le telecamere si spengono.
Srebrenica dovrebbe rappresentare un monito permanente. La prova storica di ciò che accade quando la comunità internazionale rinuncia alla propria responsabilità di proteggere i più vulnerabili. Invece rischia di trasformarsi in una commemorazione rituale, in una ricorrenza scandita da discorsi solenni che raramente si traducono in azioni concrete.
La memoria ha un senso soltanto se produce responsabilità. Altrimenti diventa un esercizio di coscienza che assolve più di quanto interroghi.
Per questo, a trentuno anni dal genocidio di Srebrenica, la domanda resta la stessa. Diretta, scomoda, ancora senza risposta:
Dove eravate?
E soprattutto:
dove siete oggi?
Perché il rischio più grande non è dimenticare Srebrenica. È ricordarla ogni anno senza fare nulla perché non accada ancora. Fino al prossimo massacro. Fino alla prossima fossa comune. Fino alla prossima generazione costretta a chiedere, ancora una volta, al mondo intero: “Dove eravate?”.
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