Papa in Africa. Don Carraro: “Le famiglie sono centrali, ma hanno bisogno di essere sostenute e riconosciute di più a livello civile”

Scritto il 22/04/2026
da

Le famiglie in Africa hanno un ruolo centrale, ma non ricevono abbastanza sostegno dai governi. Mancano la copertura sanitaria, un sistema di welfare e il lavoro per i giovani. In occasione dell’incontro di oggi, mercoledì 22 aprile, di Leone XIV con le famiglie e i giovani nello Stadio di Bata, in Guinea Equatoriale, nel suo viaggio apostolico in Africa, abbiamo sentito don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm.

(Foto: ANSA/SIR)

Quali sono i punti di forza e quali le difficoltà che oggi incontrano famiglie e giovani in Africa?
L’Africa è un continente grande, ha 54 Paesi, quindi con caratteristiche geografiche di popolazione, di estensione di cultura, di strutturazione sociologica estremamente diverse. Mi riferisco, quindi, ai tanti Paesi che conosciamo e nei quali lavoriamo. In generale tra i punti di forza, c’è il fatto che

la famiglia è molto unita.

Ad esempio, in Karamoja (Uganda) le famiglie vivono insieme in piccoli nuclei e hanno delle frasche che chiudono a recinto intorno al luogo dove vivono per essere protetti dall’esterno e anche per aiutarsi reciprocamente. Un altro punto di forza è il grande rispetto che hanno per gli anziani, considerati saggi e quindi consultati quando si deve prendere una decisione.

Tra le difficoltà maggiori, la mancanza di un sistema di welfare: questo si riflette nella sanità e nella scuola.

In ambito sanitario si stanno sviluppando con molta fatica le assicurazioni sanitarie che coprono solo un 5-10% dei bisogni sanitari di una famiglia, in gran parte la sanità è a pagamento, più sei malato e più sei costretto a pagare. Per la scuola si paga una retta mensile fissa.

In Africa come sono strutturate le famiglie?
Di solito c’è il capofamiglia che ha una moglie, a volte ne ha due, tre, quattro, cinque mogli a seconda anche dello stato sociale, poi i figli. I ruoli sono ben distinti: le donne possono e devono fare alcune cose: innanzitutto i figli, poi devono coltivare il campo vicino a casa, raccogliere la semente e i frutti, eventualmente andarli a vendere al mercato. Qualche volta le donne fanno anche dei lavoretti manuali tipo cestini e vassoi con fibre che seccano al sole. Quando una figlia viene data in sposa, il futuro marito deve pagare, ad esempio il Sud Sudan, alla famiglia della donna 10, 15, 20, 40 capi di bestiame, a seconda anche della bellezza della ragazza. In questo la società è molto diversa dalla nostra, soprattutto nelle zone rurali semidesertiche o seminomadi, penso a Sud Sudan appunto, altro discorso è per le città in zone urbane, penso alle capitali in genere, che cominciano ad avere uno stile e un modo di vivere la famiglia più vicino al nostro.

Nella cultura africana la famiglia gode di rispetto e considerazione?

La famiglia è un nucleo vitale della vita comunitaria e fortemente riconosciuto dalla cultura africana in genere.

Quando io cammino lungo le strade, parlo in particolare delle zone rurali, il nucleo familiare si distingue molto bene, ha un suo ingresso, un suo campo, i confini sono ben delimitati con recinzioni o arbusti che tengono distinta l’area dalla famiglia vicina. Ma proprio perché sono vicini il senso della comunità è tanto forte, per esempio quando una persona è ammalata, oppure quando si vive un momento di festa e di gioia, tante famiglie si mettono insieme e condividono quella gioia o anche il dolore, la fatica. C’è una famiglia che si allarga fino a diventare comunità e, da questo punto di vista, rispetto al nostro mondo isolato e “monopersona” le famiglie delle zone rurali difficilmente si sentono sole.

Quali sono le maggiori esigenze delle famiglie africane?

L’esigenza maggiore è proprio quella di essere riconosciute anche civilmente e sostenute:

le famiglie vivono di coltivazione locale, del reddito quotidiano che produce l’orto, con la vendita dei prodotti al mercato. In Africa una delle maggiori esigenze, come dicevo prima, è proprio quella della cura, dell’assistenza sanitaria, perché sono davvero abbandonate rispetto alle malattie. E quindi le famiglie hanno bisogno di essere protette.

Quali sono le necessità maggiori per le famiglie e per i giovani proprio in ambito sanitario?
Per le famiglie l’esigenza maggiore sono quelle basiche, come le vaccinazioni, tanti bambini, ad esempio, non hanno la vaccinazione per il tetano in alcune aree, penso alla Repubblica Centroafricana, al Sud Sudan, con una percentuale di bambini vaccinati pari al 30, 35, 40%, cioè meno di un bambino su due vaccinato per il tetano, così come per il morbillo e la pertosse, sono malattie che uccidono se non si è vaccinati. Altro problema è il controllo dei bambini malnutriti: ci sono Paesi che hanno una malnutrizione cronica che supera il 50% dei bambini; poi ci sono i bambini con malnutrizione severa, acuta, che sono a rischio di morte e devono essere ricoverati. Il terzo problema è il parto: tante mamme ancora muoiono di parto, l’anno scorso sono state 260.000 le mamme morte di parto, quasi tutte nell’Africa sud sahariana. Servono parti assistiti, che vuol dire garantire un taglio cesareo e una trasfusione di sangue. Per i giovani dal punto di vista sanitario, il primo aspetto è far crescere la consapevolezza delle malattie infettive, penso in particolare all’Hiv, specie tra gli adolescenti. Ad esempio, a Beira, in Mozambico, c’è un 7-8 di giovani e adolescenti che hanno contratto il virus dell’Hiv, che va diagnosticato e trattato. Oggi l’Hiv si può curare, però bisogna prendere la terapia ogni giorno. Anche la tubercolosi è un’altra malattia infettiva grave dalla quale i giovani vanno protetti. Un altro problema sono gli incidenti stradali: in tanti casi manca non solo il 118 ma anche un sistema di emergenza che li possa curare in maniera adeguata. Gli ortopedici sono ancora molto pochi, ma una frattura brutta se non viene curata c’è il rischio di restare disabili o di avere la gamba amputata.

Oltre alle questioni sanitarie, quali sono le altre esigenze dei giovani?
Tante volte non c’è neppure la possibilità di studiare, per questo ci sono Paesi dove c’è pochissimo personale sanitario. Non a caso abbiamo in Africa, come Cuamm, due scuole di formazione per ostetriche e infermieri, per dare opportunità di studio, di crescita culturale e professionale a questi giovani e di rimbalzo a queste famiglie. Un altro ambito in cui c’è carenza è quello giuridico-amministrativo, poi mancano ragionieri, tecnici di economia, pianificatori, esperti di scienze sociali, anche esperti di business, mancano esperti specifici nella gestione dell’acqua, tecnici di informatica. Quindi,

la prima grande esigenza del giovane è proprio quella del titolo di studio che dia competenze specifiche.

Un problema che ora sta emergendo in Africa, dei problemi, è che anche chi arriva al titolo di studio non trova uno sbocco professionale o un posto di lavoro dignitoso, con un salario minimamente adeguato.

I governi offrono sostegno alle famiglie, cosa sarebbe necessario?

I governi non sostengono tanto le famiglie perché sono molto poveri,

in parte può capitare che qualche soldo non venga utilizzato bene, fatto sta che ci sono pochissimi soldi per le famiglie. Il Papa ha evidenziato il tema del debito di questi Paesi, ricevono dei finanziamenti a prestito e devono pagare gli interessi su questo debito. In Mozambico il 25% dei fondi del Ministero della Salute per sostenere i costi del sistema sanitario sono impiegati per il debito, un altro 60% serve per pagare i salari, il restante 15% deve garantire tutte le infrastrutture, tutto l’equipaggiamento, il funzionamento e i farmaci.

Che eredità lascerà la visita di Leone XIV in Africa?
Il Papa ha detto parole potenti. I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire. E fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e non si trovano le risorse necessarie a guarire, a curare, a risollevare. Un messaggio potente. E poi ha ricordato che il mondo è distrutto da pochi dominatori, però è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali: queste parole sono un segno di speranza per noi di Medici con l’Africa Cuamm, le ho sentite proprio per me, per i volontari che partono, per quello che facciamo ogni giorno. È un messaggio di speranza potente che Papa Leone ha voluto darci. Credo che queste frasi – anche se i discorsi erano preparati – gli siano uscite dal cuore, perché in un passaggio ha detto di aver ascoltato il grido dei tanti fratelli che stanno soffrendo. È lo stesso grido che ha ascoltato Mosè al quale il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe ha chiesto di andare dal faraone, per liberare il suo popolo. Il Papa ci ha ricordato che la fede cristiana è una spinta potente, tenacissima di liberazione. Dio è vicino al più debole attraverso la solidarietà dei fratelli per liberare finalmente dal male e vivere una vita degna, libera, da figli di Dio.

The post Papa in Africa. Don Carraro: “Le famiglie sono centrali, ma hanno bisogno di essere sostenute e riconosciute di più a livello civile” first appeared on AgenSIR.