Francesco d’Assisi aveva rinunciato a quello che nella borghesia del tempo era considerato il vero senso della vita, e pure oggi non siamo molto lontani da questa idea di mondo, fatta di benessere materiale. Se fosse vissuto ai tempi nostri avremmo esclamato: “Non rimarrà traccia di lui, sparito com’è in qualche bosco o in un angolo maleodorante a chiedere la carità”. E invece,
a 800 anni dal suo transito, ci accorgiamo che è rimasto nella memoria non solo cristiana, ammirato anche da rappresentanti di altre confessioni, da atei e scettici, materialisti e iper-razionalisti.
Tra gli scrittori troviamo infatti un massone e anticlericale, cantore di un laicissimo risorgimento. Quando nel 1877 Giosue Carducci passò a Santa Maria degli Angeli, rimase basito. Le tracce del santo non erano solo quelle artistiche e architettoniche. Dovette chinare il capo di fronte a qualcosa che non capiva razionalmente, e che lo spinse poi a scrivere una delle sue poesie più celebri, “Santa Maria degli angeli”, appunto. Soprattutto quell’umile transito voluto da Francesco in fin di vita, sulla nuda terra, ritorna come auspicio di un sereno addio alla terra: “Ti vegga io dritto con le braccia tese/Cantando a Dio – Laudato sia, signore,/ Per nostra corporal sorella morte!”.
Una energia indicibile, che va oltre gli steccati, e che aveva colpito un altro scettico, tra l’altro allievo e successore di Carducci all’università, Giovanni Pascoli: il suo “Il fanciullino” rivela una nostalgica anche se indiretta celebrazione della comunione con il creato, mentre nella sua poesia “Paolo Ucello” proprio il santo ammonisce il grande, ma allora povero, artista a non desiderare alcun possesso, neanche quello di un uccellino che gli facesse un po’ di compagnia.
Ma se è per questo la fascinazione di Francesco arriva là dove non ti aspetteresti, e infatti nessuno ne ha parlato, cosa stranissima perché si tratta di un celebre romanzo, “Uno, nessuno e centomila”, di Pirandello, altro laicissimo scrittore, e che però nel suo ultimo racconto, che compie oggi cento anni, racconta di un ricco che rinuncia ai suoi beni, li dona ai poveri grazie alla mediazione del vescovo, e lui stesso, tra la derisione dei suoi concittadini, va a vivere da povero, riscoprendo la bellezza del creato nelle piccole cose a contatto diretto con la natura. A buon intenditore… .
Ma anche un giovane che aveva deciso di intraprendere altre strade che non quelle paterne di pastore protestante, che lo avrebbero portato anche in India, fece tappa nel suo secondo viaggio in Italia ad Assisi. Siamo nel 1903: Hermann Hesse rimane affascinato da testimonianze che lo portarono addirittura a scrivere, l’anno dopo, un libro, “Francesco d’Assisi”. E sì, quello che sarebbe stato ricordato come il cantore di Siddharta ci ha lasciato pagine commosse sul poverello, come quando chiama Francesco “un saluto di Dio alla terra”, che è una delle più belle cose scritte sul santo d’Assisi.
E molti altri hanno scritto di lui: Jørgensen, Chesterton – per lui san Francesco ha riportato l’uomo alla natura –, Louis de Wohl, che fin dal titolo lo ricorda come “il gioioso mendicante”, Auerbach, Carlo Carretto, Carlo Bo che si chiedeva come accoglieremmo Francesco se bussasse oggi alla nostra porta, e tantissimi altri.
Anche se a iniziare tutto, ai primi del Trecento, era stato il genio assoluto della nostra cultura, perché nel suo Paradiso è riuscito a trovare, nonostante i confini della rima e del ritmo, le parole più giuste per fermare il ricordo del Poverello e del suo innamoramento scandaloso per una donna che non piaceva a molti, visto che il suo nome era Povertà.
Una fascinazione che dura da otto secoli, e che proviene da un uomo che aveva deciso di sparire dal mondo.
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