Un’attesa durata cinque settimane, per le “elezioni più pazze del mondo”. L’Ufficio nazionale per i processi elettorali (Onpe) del Perù ha finalmente ultimato, ieri, le operazioni di scrutinio del primo turno delle presidenziali che si era svolto lo scorso 12 aprile. Fortuna vuole che, in Sudamerica, l’intervallo tra primo e secondo turno sia solitamente abbastanza prolungato. Così Keiko Fujimori, leader del partito di destra Fuerza Popular, e Roberto Sánchez, leader della lista di sinistra Juntos por el Perù, avranno tre settimane di tempo per tentare di convincere gli elettori, prima del decisivo ballottaggio del 10 giugno. La fragilissima democrazia peruviana, che vive le sue vicende in un contesto istituzionale deteriorato e in molti casi screditato, ha battuto così un altro record, relativo alla lunghezza dello scrutinio elettorale, dopo quelli già stabiliti negli ultimi anni. Alcuni esempi: il numero di presidenti della Repubblica coinvolti in vicende giudiziarie (la quasi totalità a partire dal 2000); il numero di presidenti della Repubblica negli ultimi dieci anni, ben otto, dei quali solo due eletti dai cittadini, altri frutto di numerosi impeachment votati dal Parlamento, dentro a un conflitto istituzionale quasi permanente, che non ha risparmiato alcun potere dello Stato;
il numero di candidati alle elezioni presidenziali dello scorso aprile, addirittura 36, uno dei quali deceduto durante la campagna elettorale, ma ugualmente presente sulle schede.
Frammentazione senza precedenti. L’estrema frammentazione, prodotta da un vero e proprio sfarinamento delle principali forze politiche, è la causa del fatto che vadano al ballottaggio due candidati che hanno ricevuto soltanto poco più del 17% (Fujimori) e del 12% (Sánchez). L’estenuante lunghezza delle operazioni di scrutinio è dovuta anche al fatto che quest’ultimo ha conquistato il ballottaggio solo per poco più di 20mila voti rispetto al terzo classificato: il leader dell’ultradestra e sindaco uscente di Lima, Rafael López Aliaga, il più vicino a Donald Trump tra i candidati alla presidenza e grande sconfitto di questa tornata elettorale, com’era del resto accaduto anche cinque anni fa. Ieri il presidente dell’Onpe, Roberto Burneo, a fronte delle critiche per i ritardi, ha messo in evidenza il grande equilibrio tra i candidati e, di conseguenza, la necessità di attendere fino al termine delle operazioni ufficiali di scrutinio, che anche nelle altre occasioni si erano prolungate di alcune settimane, senza affidarsi all’esito del cosiddetto “conteggio rapido”.
Ballottaggio che spacca in due il Paese. La parola tornerà presto agli elettori. Ed è paradossale il fatto che l’orologio della politica peruviana sia praticamente tornato al punto di partenza, dopo cinque anni nei quali è successo di tutto: l’arresto per tentativo di colpo di Stato del presidente eletto Pedro Castillo, le proteste nelle regioni periferiche represse nel sangue dalla successiva presidente Dina Boluarte, gli impeachment a raffica da parte del Parlamento, fino all’insediamento, nel gennaio scorso, di José María Balcázar, il ritorno in libertà, in seguito ad amnistia, del dittatore Alberto Fujimori, poi deceduto. Si è così tornati, come cinque anni fa, a un confronto tra due visioni opposte, destra contro sinistra, e tra diverse aree geografiche del Paese: Lima contro le periferie andine e amazzoniche. Oltre che frammentato politicamente, il Paese, in occasione del ballottaggio, resta spaccato in due, sia politicamente che geograficamente, con il rischio di ulteriori tensioni e instabilità, senza realistiche vie d’uscita nel breve termine. Insomma, le elezioni “più pazze del mondo” difficilmente daranno soluzione ai grandi problemi del Paese. Keiko Fujimori, figlia del defunto Alberto, è alla sua quarta candidatura presidenziale consecutiva ed è forte a Lima e in alcune altre grandi città, come Trujillo e Chiclayo. Nelle altre tre occasioni ha sempre perso di misura al ballottaggio, scontando una diffusa diffidenza per l’ingombrante cognome. Cinque anni fa era arrivata a poche migliaia di voti dal sorprendente Pedro Castillo, dopo essere arrivata seconda al primo turno. Rispetto alle precedenti tornate, il suo programma, comunque ispirato a una politica liberista e caratterizzato da una forte attenzione alla sicurezza, ha assunto toni di maggiore moderazione, soprattutto rispetto a quello di López Aliaga. Sánchez, già ministro durante la presidenza di Pedro Castillo, ha concentrato la sua campagna sulla critica alle reti di corruzione e al potere politico tradizionale.
Il suo risultato dimostra che attorno alla controversa esperienza politica di Castillo si è solidificato un blocco sociale molto forte nelle regioni andine.
A Lima, però, al primo turno ha conquistato soltanto il 3%, arrivando nono tra tutti i candidati. Proprio a Lima si è concentrata la protesta di Rafael López Aliaga, che non ha riconosciuto il risultato elettorale, convocando numerose marce e manifestazioni in queste settimane. Non sono tuttavia emersi, al momento, elementi significativi a sostegno di tali accuse. La stessa Organizzazione degli Stati americani (Osa), in un comunicato diffuso ieri, ha invitato “a portare avanti un processo con un alto senso di responsabilità democratica, evitando scontri o minacce, così come discorsi che generino divisione sociale”.
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