Don Andrea Santoro. La sorella Maddalena: “Ha prestato la sua carne a Cristo”

Scritto il 05/02/2026
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“L’identità cristiana non è un’identità territoriale e neppure semplicemente culturale. È un’identità evangelica: è il sale di Cristo in noi, è la nostra trasformazione in Lui, è il Suo vivere in noi, è la visibilità di Cristo attraverso noi, è lo scrivere il vangelo nel nostro essere, sentire e vivere”. Sono parole di don Andrea Santoro, sacerdote fidei donum della diocesi di Roma, missionario in Turchia ucciso il 5 febbraio 2006, mentre pregava nella chiesa di Santa Maria a Trabzon, in Turchia. In Europa, scriveva in questa lettera da Trabzon datata 18 maggio 2005, “per un cristiano non è tanto importante conquistare un posto, progredire nella carriera o affermarsi in politica. È importante come si è sale in quel posto di lavoro o nell’esercizio di quella responsabilità. … Il Signore ci riconoscerà se troverà in noi le sue stimmate e il mondo ci riconoscerà come discepoli di Gesù se troverà in noi i tratti del Maestro”. E concludeva: “Come granellini di sale lasciamoci gettare da Gesù dove lui voglia. Lasciamoci riempire da Lui per spargere il suo sapore e non i nostri profumi. Anche questa terra di Turchia, anche questo grande e delicato Medio Oriente, anche questo mondo musulmano ha bisogno di presenze ‘cristiane’, disposte a sciogliersi con amore disinteressato come il sale”. Con la sorella di don Andrea, Maddalena Santoro, parliamo dell’eredità che ci ha lasciato il fratello, a vent’anni dalla morte.

In un’epoca segnata da conflitti, crudeltà e indifferenza, cosa può dirci don Andrea, che ha donato la sua vita alla sequela di Gesù?

Don Andrea, come spiegava anche ai parrocchiani tante volte, diceva che la disponibilità a fare la volontà di Dio e ad amare gli altri implica anche l’accettazione del martirio che si presenta sotto vari aspetti e a seconda delle scelte di vita di ciascuno:

si è disponibili a dare la vita nella misura in cui si ama.

Che eredità ci lascia oggi don Andrea come sacerdote?

L’eredità che ci lascia io credo in primo luogo sia proprio il fatto che lui è sacerdote fin nel midollo delle ossa, nel senso che ha sentito forte questa vocazione sin da giovanissimo. In un bigliettino scritto il giorno prima di partire per il Seminario, a 13 anni, affermava: “Malgrado io senta il dispiacere di dovervi lasciare provo però un’immensa gioia perché dopo tanto il mio obiettivo si è realizzato”. Così piccolo già aveva da “tanto” questo desiderio di essere sacerdote.

(Foto Associazione don Andrea Santoro)

Che prete era?

Da un lato, si spendeva molto per i parrocchiani, per dare risposte alle varie povertà materiali, spirituali, familiari, alle fragilità. Ad esempio, nei primi anni Ottanta a Roma circolava tanta droga e capitava che alcuni genitori gli chiedessero in piena notte di andare a cercare con loro il figlio o la figlia e don Andrea andava. Dall’altro, c’era un’inquietudine in lui e a dieci anni dall’ordinazione ha chiesto di poter passare un periodo in Terra Santa per rispondere a una sete di essenzialità e di riscoperta delle origini della fede. Nel settembre del 1980 raggiunse il Medio Oriente ove si fermò, come lui stesso dice, “per un periodo di sei mesi, per un desiderio impellente che sentivo di silenzio, di preghiera, di contatto con la Parola di Dio nei luoghi dove Gesù era passato. Lì ho ritrovato la freschezza della fede e la chiarezza del mio sacerdozio”. Aveva un rapporto vivo con Gesù, un profondo desiderio di una comunione piena con Lui. Anche la scelta di andare in Turchia si può comprendere dalle sue stesse parole:

“Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne”. Questo “prestare la carne a Gesù” è il significato ultimo della sua presenza lì.

Che fratello era?

Noi tre, lui e noi due sorelle, eravamo persone libere e ciascuno ha seguito la propria strada e la propria vocazione fino in fondo. Don Andrea non ci diceva quello che dovevamo fare ma ci invitava così:

“Ascoltate la voce di Gesù e vedete quello che dovete fare”.

(Foto Associazione don Andrea Santoro)

Nei suoi scritti c’è qualcosa che l’ha colpita?

In un suo diario dalla Turchia scrive il 5 settembre 1980: “Ieri sera sono stato a celebrare l’eucaristia dalle suore della Nigrizia e Betania mi ha fatto capire l’eucaristia perché l’eucaristia è Gesù che entra nelle case di Betania, nelle case di Marta e Maria, di Simone il lebbroso, è Gesù che cammina per le strade, incontra le persone e scambia una parola”. E quando Gesù dice “è il mio corpo” vuol dire che noi siamo il Suo corpo e non dobbiamo aver paura di guardarci dentro, perché

“Gesù è lì con noi ,è la nostra carne e noi diventiamo carne di Gesù”.

Mi ha fatto molta impressione questo discorso: l’eucaristia è stare con la gente, con chi è nel bisogno, questa unione profonda tra l’eucaristia e la carità sociale. Un altro brano che mi ha molto impressionato è quello che abbiamo intitolato “Preghiera sulla terrazza”: “Gesù passeggia con me sulla terrazza. Questa è Nazaret, questo è il Nazôraios: Gesù che passeggia con me sulla terrazza, avanti e indietro, parlando, come amici. … Una notte passata in terrazza con lui. Non si dimentica più. Questo è il Regno. Questo è Gesù. Ma ti sarà difficile crederlo quando soffrirai. … La mia carne, Gesù, è come la tua. Siamo della stessa razza, la stessa origine, lo stesso impasto. Sei come me. Sei con me. Mi capisci. Mi abiti. Questo è tutto. Sei qui e lo sarai sempre. E tu dovrai fare la stessa cosa. Nulla di più. Passeggiare con la gente in terrazza. Stare vicino. Essere come me. Essere un Nazôraios. Parlare del Padre, della vita. Infondere fiducia, dare il Regno. Ma semplicemente stando vicino, una notte in terrazza. … La gloria di Dio è la sua umiltà, la sua vicinanza, la sua tenerezza, il suo amore infinito che lo fa nostro prossimo, nostro ospite, consanguineo, familiare, nostra parte, carne e sangue nostro, alito e anima nostra”. C’è questo discorso di non scollegare mai la vita liturgica dalla vita quotidiana.

Cosa possiamo dire del suo secondo e ultimo periodo in Turchia?

In Turchia pregava, studiava la lingua, ma anche rileggeva i Padri della Chiesa, cercava di accostarsi alla gente, stabilire un’amicizia con tutti, cercava di capire anche il vissuto dei musulmani, delle persone che manifestavano una fede nella semplicità della vita quotidiana, ascoltava. Ma questo porsi in amicizia non è sempre gradito da tutti, anche per paura. Per lui era importante riconoscere gli errori gli uni degli altri e chiederci perdono vicendevolmente, guardare l’altro con occhi non di odio, ma di amore, di amicizia, crescere nella stima reciproca. Aveva pensato che sarebbe stato molto bello creare librerie con testi fondamentali delle tre grandi religioni: l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam. Librerie dove promuovere anche l’amicizia, attraverso un angolo per il caffè, dove si potessero incontrare tra di loro giovani universitari. Questo progetto non è riuscito a realizzarlo, ma ci fa capire che le sue intenzioni erano di amicizia, di relazione con l’altro. Lui diceva che Gesù non chiede ai musulmani di diventare cristiani né ai cristiani di diventare musulmani, ma di maturare la simpatia, l’amicizia, l’amore nei confronti degli altri.

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