Ucraina. Shevchuk: “Non è un territorio, è un popolo. La pace non può essere il silenzio dei cimiteri”

Scritto il 04/11/2026
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“Oggi si parla molto dei territori che l’Ucraina dovrebbe eventualmente cedere o sui quali dovrebbe negoziare. Noi, invece, continuiamo a ripetere: noi non siamo un territorio, siamo un popolo. Vogliamo essere la voce di tutte quelle persone, che proprio nei territori occupati dai russi, sono rimaste senza voce e senza diritti umani, e che hanno enormi difficoltà persino a sopravvivere”. È Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, a parlare di pace e del futuro dell’Ucraina. Lo abbiamo incontrato a Roma dove si è fermato per alcuni giorni. L’intervista parte proprio da qui, dai territori temporaneamente occupati dalle forze russe dove “la vita – dice Shevchuk – è diventata un deserto”. Si è da poco conclusa la missione su Oleshky, la città dove è in atto una gravissima crisi umanitaria e da dove si è riusciti a far evacuare centinaia di persone portandole in salvo su territorio ucraino. “I russi hanno sempre dichiarato di essere intervenuti per proteggere la popolazione russofona, ma non è assolutamente così”, racconta l’arcivescovo maggiore. Oleshky, da questo punto di vista, è una città-simbolo. “E’ stata circondata. Le forze russe hanno persino minato tutte le strade di uscita. Dall’inizio di quest’anno hanno addirittura impedito la fornitura di generi alimentari causando una tragedia umanitaria che l’Ucraina aveva già vissuto negli anni 1932-1933: un isolamento artificiale, accompagnato dalla privazione di ogni risorsa alimentare, con l’obiettivo di lasciare morire di fame la popolazione. Per questo motivo, il Consiglio Pan-ucraino delle Chiese ha lanciato un appello, rivolgendosi sia a papa Leone XIV sia alle massime autorità internazionali, affinché si intervenisse per salvare queste persone”.

Esistono altre “Oleshky”?
Sì, il trattamento riservato alla popolazione civile e le condizioni in cui è costretta a vivere non rappresentano un caso isolato: si tratta di una situazione sistematica. Ci sono altre città e altri villaggi assediati, i cui abitanti si sentono completamente intrappolati: non possono uscire, né ricevere generi alimentari, né dalla parte russa né da quella ucraina. Secondo le informazioni di cui disponiamo, prima dell’occupazione a Oleshky vivevano circa 40.000 persone. Oggi non conosciamo il numero esatto degli abitanti rimasti. Probabilmente, però, ci sono altre persone che si trovano ancora lì. Ma che fine hanno fatto? Non lo sappiamo. È una tragedia umana che è stata portata all’attenzione del mondo intero.

Ma quante persone continuano a soffrire in silenzio, abbandonate a un destino di morte?

Sono ormai trascorsi quattro anni e otto mesi dall’inizio della guerra. L’Ucraina ha pagato un prezzo altissimo. La gente è stanca degli attacchi, delle città colpite, delle scuole e degli ospedali distrutti.
Il prezzo più alto è quello della vita umana, che dovrebbe essere il fondamento della pace. Se, con la pace, non è possibile garantire la vita, allora quella non è vera pace. Per questo, ascoltando il grido di dolore del popolo ucraino, è importante comprendere che la pace non può essere il silenzio dei cimiteri.

Ma considerando il prezzo altissimo che l’Ucraina sta pagando, non sarebbe il caso di porre fine a queste sofferenze attraverso delle concessioni o arrivando a un compromesso?
Questa è una domanda che ci poniamo anche noi. Certamente, l’alternativa alla via militare come strumento per risolvere i conflitti, sono il negoziato, la diplomazia e il dialogo. Ma la finalità dei negoziati non può essere quella di svuotare una terra della sua popolazione o di discutere semplicemente della proprietà di un territorio.

Alcuni, suggeriscono all’Ucraina di capitolare e arrendersi. Ma per noi questo significherebbe consegnarsi alla morte.

Ogni negoziato deve essere finalizzato a salvare vite umane. C’è poi un altro aspetto importante da chiarire: purtroppo, la parte russa non riconosce l’Ucraina come un interlocutore alla pari. Perché possa esserci un negoziato, è necessario che vi siano due soggetti disposti a dialogare. Invece, non siamo di fronte a un dialogo, bensì a un monologo.

La situazione della guerra in Ucraina coinvolge numerosi attori internazionali. Le elezioni di medio termine negli Stati Uniti comporteranno inevitabilmente un cambiamento anche sugli scenari geo-politici. Quali prospettive, eventualmente, vi destano maggiore preoccupazione?
Non vorrei commentare i risultati elettorali, perché non è questa la mia competenza. Vorrei piuttosto condividere tre considerazioni. La prima riguarda il modo in cui vengono condotti i negoziati. Sembra che si attribuisca maggiore importanza al prezzo del gas e agli interessi economici piuttosto che alla sorte delle persone, dell’intero popolo. Questo fa molto male e le persone finiscono per sentirsi abbandonate e persino vendute. L’altra considerazione riguarda la leadership. Un politico deve essere profondamente in contatto con la realtà del proprio popolo. Quando si allontana da essa e finisce per vivere in un mondo chiuso, rischia di diventare pericoloso per il suo stesso popolo. L’ultima considerazione riguarda la mancanza di senso di responsabilità, non soltanto nei confronti del proprio Paese, ma anche del resto del mondo. Questa tendenza a ripiegarsi su sé stessi e sui propri interessi, questo egoismo politico e collettivo, rischiano di alimentare una forma di narcisismo politico che finisce per alimentare i problemi e non risolverli. Ma è la storia stessa degli Stati Uniti a indicare strade nuove. E’ stata la sua capacità di attrarre talenti e di accogliere le migliori energie della comunità internazionale a contribuire alla grandezza degli Stati Uniti. Non l’egoismo nazionale ma la capacità di essere un punto di riferimento e di attrazione per il mondo intero.

Quale auspicio?
L’auspicio è che gli Stati Uniti continuino a essere una grande nazione. Ma potranno rimanere tali soltanto se sapranno svolgere un ruolo di guida nella comunità internazionale di oggi non soltanto come leader economici e tecnologici, ma soprattutto come promotori dei valori fondamentali dell’umanità. Senza il rispetto del diritto, dei diritti umani e del diritto internazionale, non potrà esserci pace nel mondo. Non ci sarà neppure un fondamento sul quale costruire e sottoscrivere qualsiasi trattato di pace.

Per questo ci auguriamo che nel mondo di oggi possano emergere grandi uomini e grandi leader, la cui grandezza non sia determinata dal proprio ego, ma dalla loro umanità e dalla capacità di assumersi la responsabilità delle sorti del mondo.

In questi scenari, quali caratteristiche stanno emergendo dalla diplomazia di Papa Leone?
Quella del Santo Padre è una voce profetica che sembra irritare i potenti di questo mondo, ma che costituisce l’unica luce da seguire per costruire davvero la pace. Innanzitutto, il Papa è un autentico maestro di umanità. Parla continuamente della necessità di salvaguardare l’umanità nel mondo moderno evitando che l’uomo diventi vittima dei prodotti della propria intelligenza e delle proprie stesse creazioni. Il Santo Padre, inoltre, condanna con decisione l’idea che possa esistere una guerra santa. Lo ha affermato chiaramente anche nel suo recente intervento ad Assisi. Molti, oggi, ritengono che la violenza e la guerra siano strumenti legittimi per risolvere i problemi. Ma questa è una terribile falsità.

Se un Paese pretende di costruire il proprio futuro e la propria prosperità distruggendo gli altri, finisce per distruggere sé stesso.

Questo è un principio fondamentale e il Papa è una delle poche voci che oggi ha il coraggio di affermarlo. La pace non è un valore aggiunto agli interessi economici o agli affari politici: deve essere ricercata come un fine in sé, come il valore ultimo da perseguire. Credo che oggi il Papa rappresenti una delle poche autorevoli voci morali capaci di annunciare al mondo questi principi fondamentali: difendere l’umanità, denunciare la violenza e la distruttività della guerra e proclamare che la pace è il valore ultimo da perseguire, sempre, in ogni negoziato.

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