A spalancare le porte su un dramma familiare a Pietralata, quartiere nella zona est della Capitale, sono stati i vigili del fuoco, chiamati dai parenti che non riuscivano a contattare i familiari. All’interno della villetta, giacevano privi di vita un uomo, Luca Ambasciano, 42 anni, tecnico informatico, la moglie Valentina Pambianco, 41 anni, e la figlioletta Bianca, che avrebbe dovuto compiere 6 anni, affetta da una grave disabilità. Dalle prime rilevazioni è emerso che le vittime sono state raggiunte da colpi d’arma da fuoco, esplosi da una pistola regolarmente detenuta e rinvenuta in casa. Anche se restano da accertare le responsabilità materiali sulla dinamica, la presenza di vari scritti indirizzati ai parenti orienta le indagini verso un caso di omicidi seguiti da un suicidio. Nei messaggi i due genitori hanno lasciato scritto: “Da soli non ce la facciamo”, probabilmente in riferimento alla condizione di disabilità della bambina. Con il Sir, Mario Pollo, antropologo dell’educazione, già docente di sociologia e pedagogia all’Università Lumsa, si sofferma sullo scenario di solitudine che a volte avvolge le famiglie che convivono con la fragilità. Oggi “ogni persona – commenta – viene lasciata sola di fronte alla propria esistenza, considerata l’unica responsabile sia dei propri successi sia dei propri fallimenti”.
Professore, la strage familiare pone interrogativi: quali fattori spingono due genitori a sentirsi completamente soli e impotenti di fronte alle difficoltà della vita?
Il primo fattore determinante risiede nella scomparsa dei legami comunitari tradizionali. Come osservava Zygmunt Bauman, la struttura comunitaria si è progressivamente dissolta. In passato, la comunità offriva una rete di protezione reciproca: l’individuo poteva attingere alle risorse collettive per affrontare le difficoltà e, al contempo, cooperava per sostenere gli altri, consapevole che la propria realizzazione non dipendeva mai esclusivamente da sforzi isolati. Oggi questo sistema è completamente privo di consistenza e si è affermata una forma di individualismo estremo e patologico. Ogni persona viene lasciata sola di fronte alla propria esistenza, considerata l’unica responsabile sia dei propri successi sia dei propri fallimenti. Poiché nessun essere umano possiede in sé tutte le risorse necessarie per superare ogni ostacolo, questa solitudine genera un drammatico senso di impotenza. Non si tratta soltanto di un isolamento materiale, che a volte la rete dei servizi sociali o delle risorse tecniche prova a tamponare, ma di un profondo isolamento esistenziale.
In che modo la cultura contemporanea influenza la capacità di affrontare la sofferenza e il dolore?
La cultura contemporanea è incapace di dare un significato alla sofferenza, all’abbassamento e al limite, come accade di fronte alla nascita di un figlio con una grave disabilità. In una società fortemente secolarizzata, dove si sono indeboliti i riferimenti spirituali, trascendenti e la stessa fede religiosa, l’interiorità entra in una crisi profonda. Prevale così una prospettiva strutturalmente nichilista, una mentalità secondo cui la vita ha valore soltanto se risponde a determinate aspettative di efficienza, compiutezza e successo. Ciò che non si adegua a questi canoni diventa oggetto di scarto. Quando ci si trova immersi in un dolore acuto, la cultura dominante non offre strumenti per sopportarlo o interpretarlo, spingendo talvolta a considerare la distruzione o il suicidio come l’unica soluzione possibile.
Cosa porta nei casi più estremi all’annientamento totale di sé e della propria famiglia?
Questo tipo di gesto deriva direttamente dalla convinzione profonda che la vita non abbia più alcun senso. Quando viene meno ogni prospettiva spirituale e ogni supporto comunitario, si consolida l’idea che l’esistenza umana sia fondamentalmente un passaggio insignificante tra il nulla e il nulla. Di fronte alla sofferenza e al fallimento delle proprie aspettative, la distruzione totale finisce paradossalmente per essere vista come l’unica via risolutiva per porre fine al dolore.
Quale visione della vita è necessaria per contrastare questa deriva nichilista e sostenere chi affronta momenti di grave fragilità?
Per superare questa deriva e offrire un sostentamento reale a chi resta o a chi soffre, è fondamentale riscoprire che ogni esistenza umana possiede un valore intrinseco. Ogni vita è un dono e una ricchezza per il mondo, a prescindere da quanto possa apparire imperfetta, fragile o distante dalle aspettative sociali. Prendersi cura di un’altra persona, anche nelle condizioni più complesse, non cancella la sofferenza, ma le conferisce un senso: l’impegno costante nel rendere quella vita il più possibile compiuta e accolta. Si tratta di un’intuizione che nell’Ottocento guidò l’azione dei cosiddetti “Santi sociali” a Torino e che oggi, purtroppo, trova spazio solo in ristrette minoranze. Ricostruire una comunità capace di stare vicina a chi soffre e di testimoniare il valore incondizionato della vita rappresenta l’unica vera risposta al vuoto del nostro tempo.

