Un tribunale di Hong Kong ha condannato giovedì 6 novembre l’attivista Joshua Wong a ulteriori 10 anni di carcere per collusione con paesi stranieri, al termine di un nuovo processo celebrato in virtù della legge sulla sicurezza nazionale. Wong è stata una delle figure più note delle manifestazioni giovanili del 2019 e già da adolescente si era impegnato in prima linea nel movimento degli Ombrelli del 2014. Si trovava in prigione da quasi 6 anni. La sua scarcerazione era prevista a gennaio del prossimo anno, dopo aver scontato quattro anni e otto mesi di detenzione per “sovversione” ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale, imposta nel territorio dalla Cina nel 2020. Nel giugno 2025 però le autorità di Hong Kong hanno fatto ricorso alla sentenza per accusarlo di aver sollecitato paesi ed entità straniere a favorire l’imposizione di sanzioni contro Hong Kong e la Cina. Per questo capo d’imputazione, Wong rischiava fino all’ergastolo, mentre la difesa aveva chiesto una pena più mite compresa tra i tre e i 10 anni. All’ingresso del tribunale, Wong è stato accolto da un gruppo di sostenitori e giornalisti. “Ti aspetteremo quando uscirai”, gli hanno gridato, mentre un imponente dispositivo di polizia era stato dispiegato davanti all’edificio. Dopo la lettura della sentenza, Wong ha ringraziato chi lo sosteneva, salutandoli con la mano mentre veniva portato via.
Immediate le reazioni alla sentenza. L’Unione Europea ha deplorato la condanna, in una nota della Commissione: “La tempistica delle accuse e la loro natura politica – si legge nella dichiarazione – dimostrano un deterioramento dello stato di diritto a Hong Kong e pesano ulteriormente sulla reputazione internazionale della città”. L’Unione europea chiede il suo immediato rilascio. “L’Ue esorta le autorità cinesi e di Hong Kong a rispettare gli impegni giuridici internazionali assunti ai sensi del Patto internazionale sui diritti civili e politici e della Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984, nonché a preservare lo spazio per il pluralismo politico in linea con il principio ‘un paese, due sistemi'”.
Forte la condanna anche di Sarah Brooks, vicedirettrice regionale di Amnesty International, che in una nota ha dichiarato: “La comunità internazionale non dovrebbe accettare la continua criminalizzazione dell’attivismo legittimo come la nuova normalità a Hong Kong. I governi devono continuare a spingere per la protezione dei diritti umani e il rilascio di coloro che sono incarcerati esclusivamente per aver esercitato i propri diritti”.
Interpellato dal Sir, Francesco Sischi, grande conoscitore della Cina e già corrispondente per giornali italiania Pechino, spiega: “Nel 2019, le autorità cinesi hanno ritenuto, a torto o a ragione, che le proteste di Hong Kong potessero rappresentare il primo passo di un movimento destinato, eventualmente, a coinvolgere anche la Cina continentale. Temevano oltre tutto che si trattasse rivoluzioni sponsorizzate dagli Stati Uniti. A quel punto hanno deciso di intervenire anche pesantemente, imponendo nuove leggi e procedendo ad arresti di massa tra gli attivisti. Il più noto è il caso di Joshua Wong, ma ci sono centinaia, se non migliaia, di giovani attivisti che sono stati incarcerati. Alcuni, secondo quanto si sostiene, sarebbero stati trasferiti nella Cina continentale e sottoposti a programmi di rieducazione; di altri, probabilmente, non si conosce nemmeno la sorte”. Oggi, nel 2026, a distanza di circa otto anni dall’inizio di questa vicenda e di sette anni dai primi arresti, le autorità stanno chiudendo definitivamente i conti con il movimento di protesta”. Perché la Cina sta facendo tutto questo? “La Cina – risponde Sisci – vuole rimettere ordine nelle proprie questioni e, soprattutto, lanciare un messaggio innanzitutto a sé stessa e poi al resto del mondo: la situazione di Hong Kong è sotto controllo. Pechino ha il pieno controllo della città”.
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