Prevenire gli atti autolesivi e i tentativi di suicidio tra bambini, adolescenti e giovani significa innanzitutto intervenire prima che la sofferenza diventi emergenza, costruendo ambienti capaci di sostenere il benessere neuropsichico, riconoscere tempestivamente le situazioni di vulnerabilità e facilitare la richiesta di aiuto, senza timore di essere stigmatizzati. È questo il senso di “Cambiare la narrazione del suicidio”, il tema della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, che pone l’accento sulla necessità di superare la cultura del silenzio e del pregiudizio per promuovere maggiore apertura, comprensione e supporto. In Italia, nei giovani tra i 15 e i 29 anni, il suicidio rappresenta la terza causa di morte dopo gli incidenti stradali e i tumori; nei maschi rappresenta la seconda.
(Foto Telefono Amico Italia)
In occasione della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, che ricorre il 10 settembre, Telefono Amico Italia ha diffuso i dati di quanti richiedono aiuto: sono oltre 4.200 le persone che hanno chiesto supporto a Telefono Amico Italia nei primi sei mesi del 2026 perché attraversate dal pensiero del suicidio o preoccupate per un proprio caro: il 24% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. A preoccupare sono soprattutto i più giovani: la maggior parte delle richieste d’aiuto, il 53%, arriva, infatti, dagli under 35. Le fasce d’età che più hanno contattato Telefono Amico Italia con segnalazioni relative al suicidio sono state quelle 19-25 anni e 26-35. I 19-25enni rappresentano il 20,5% di chi ha telefonato, mentre il 19% appartiene alla fascia 26-35. Il 30% di chi ha scritto su Whatsapp ha tra i 19 e i 25 anni e il 20% tra i 26 e i 35. Infine, tra chi ha scritto al servizio email il 25% ha tra i 26 e i 35 anni e il 17,5% tra i 19 e i 25. Sui problemi di salute mentale dei giovani, ma anche su come aiutare familiari, amici e docenti a riconoscere segnali di allarme abbiamo sentito Michela Gatta, direttrice dell’Unità operativa di Neuropsichiatria infantile dell’Azienda Ospedale-Università di Padova.
(Foto Michela Gatta)
Nella sua esperienza lavorativa ha registrato un aumento dei tentativi di suicidi tra i giovani?
Sì, negli ultimi anni abbiamo registrato un aumento significativo degli accessi in Pronto Soccorso e dei ricoveri per ideazione suicidaria e tentato suicidio tra adolescenti e preadolescenti. È un trend clinico netto, acuito dal periodo post-pandemico, con un abbassamento dell’età media dei primi gesti autolesivi e un aumento della cruenza dei metodi utilizzati.
Sono più vulnerabili i ragazzi o le ragazze?
Si registra una differenza di genere tale per cui le ragazze presentano una frequenza maggiore di ideazione suicidaria, condotte autolesive non suicidarie (Nssi) e tentativi di suicidio. Nei ragazzi i tentativi sono numericamente inferiori, ma spesso caratterizzati da una maggiore letalità e violenza delle modalità scelte.
Qual è il momento più rischioso della giornata per chi attraversa un periodo di fragilità emotiva o psicologica?
La fascia oraria serale e notturna è la più critica.
Con la riduzione degli stimoli diurni, l’isolamento nella propria stanza e la deprivazione di sonno, i pensieri intrusivi si amplificano. L’uso solitario dello smartphone può aumentare la ruminazione mentale e la percezione di angoscia senza via d’uscita.
Cosa pesa di più sulla salute mentale dei più giovani?
A fronte della componente genetica e biologica, pesa un’intensa pressione prestazionale combinata alla fragilità dei legami sociali reali. La paura del fallimento scolastico o sociale, la sensazione di non corrispondere alle aspettative, l’esposizione continua a modelli ideali sui social media, il bullismo e l’assenza di contesti in cui poter fallire senza sentirsi privi di valore sono i principali fattori di rischio.
Quali sono le manifestazioni di sofferenza psichica correlate al rischio suicidio?
Oltre ai sintomi depressivi classici, la sofferenza negli adolescenti si manifesta con autolesionismo, ritiro sociale, disregolazione emotiva con scatti di rabbia imprevisti, disturbi della alimentazione e del sonno, drastico calo del rendimento scolastico e un uso problematico delle tecnologie.
Varie ricerche hanno evidenziato che i più giovani preferiscono confidare le loro pene a ChatGpt piuttosto che ai genitori: che consigli può dare ai genitori per riconquistare le confidenze dei figli?
I giovani cercano negli strumenti digitali un ascolto immediato e privo di giudizio o prediche. I genitori dovrebbero sospendere la tendenza a valutare, correggere o dare soluzioni immediate. Per riaprire il canale comunicativo è utile mostrare disponibilità senza invadenza, validare le emozioni dei figli ed evitare reazioni d’ansia o di rabbia di fronte ai loro sfoghi.
Spesso i genitori dicono: “Non aveva mai dato segni di malessere”. Quali sono i cambiamenti comportamentali minimi – non necessariamente eclatanti – che devono attivare un’allerta in un padre o in una madre?
Bisogna fare attenzione alle variazioni sfumate ma persistenti:
la modifica dei ritmi sonno-veglia, l’abbandono improvviso di passioni o sport amati, il vestirsi sempre con maniche lunghe anche con il caldo (per coprire lesioni), un progressivo isolamento dalle dinamiche familiari e un cambiamento nel linguaggio, che si fa cinico o incentrato sull’inutilità dell’esistenza.
Se un genitore intercetta un forte disagio o trova tracce di autolesionismo, qual è il primo passo da fare?
Il primo passo è mantenere la calma ed evitare di colpevolizzare il ragazzo o di farsi prendere dal panico. Occorre trovare un momento neutro ed esprimere con fermezza ma affettività la propria preoccupazione per l’autolesionismo e la richiesta di cosa può essere di aiuto per stare meglio. Bisogna poi proporre subito la consultazione di uno specialista.
Quando la gestione domestica delle crisi non basta più e diventa indispensabile rivolgersi a una struttura come la vostra o al Pronto Soccorso?
Il Pronto Soccorso e l’eventuale successivo ricovero ospedaliero diventano indispensabili in presenza di lesioni fisiche gravi, intossicazioni da farmaci, agitazione psicomotoria acuta o quando il minore esprime un’intenzione suicidaria imminente e strutturata. Quando invece la sofferenza è cronica, con rischio autolesivo continuo che oltrepassa le risorse familiari, serve la presa in carico specialistica presso la Neuropsichiatria infantile (Npia) o il ricovero in strutture terapeutiche residenziali o semiresidenziali.
Anche i docenti e gli altri adulti di riferimento possono giocare un ruolo nella prevenzione?
Assolutamente sì. Gli insegnanti hanno una straordinaria finestra di osservazione quotidiana. La sfida è accorgersene in tempo e farci i conti, superando la tentazione di derubricare i segnali a semplici “crisi di crescita”.
La scuola previene creando ambienti inclusivi e rilevando i primi campanelli d’allarme.
Di fronte al disagio, il docente offre un ascolto riservato, chiarisce che non può garantire il segreto se c’è un pericolo di vita e fa da ponte con lo specialista e la famiglia.
I ragazzi spesso si confidano prima con i coetanei che con gli adulti. Cosa deve fare un adolescente se un amico gli confida l’intenzione di farsi del male o di farla finita?
Un coetaneo non deve gestire questo peso da solo. Deve accogliere il dolore dell’amico senza minimizzarlo, ma rifiutare di mantenere un segreto che mette a rischio una vita. La cosa corretta da fare è avvisare più o meno tempestivamente a seconda dei casi un adulto di fiducia (genitori, docenti, psicologo, educatore, medico di base). Tenere il segreto genera un senso di colpa paralizzante e pericoloso, per entrambi i minori.
A volte gli amici tendono a minimizzare per paura di tradire la fiducia del compagno. Quale messaggio si sente di dare ai giovani per far capire loro che chiedere aiuto a un adulto, in questi casi, non è un tradimento?
Ai giovani dico che rompere il silenzio è il più grande gesto di lealtà e responsabilità. Bisogna comprendere che l’amico in quel momento non è in grado di aiutarsi da solo, proprio come accade nei disturbi alimentari o nelle dipendenze. La sofferenza acuta altera il giudizio.
Chiedere aiuto a un adulto non è un tradimento o una “spia”, ma un atto di salvataggio: l’amico potrà arrabbiarsi nell’immediato, ma la sua vita viene prima di tutto.
E, a livello istituzionale, come si dovrebbe intervenire?
Servono interventi sistemici su più livelli: educazione ai sani stili di vita, educazione emotiva, educazione alla gestione dello stress, psicologi stabilmente presenti a scuola, formazione di genitori, docenti e sanitari, contrasto al bullismo; potenziamento degli organici di Npia e Consultori per abbattere le liste d’attesa, triage psicologici dedicati in Pronto Soccorso, linee di ascolto h24, reparti Npia dedicati; continuità assistenziale post-dimissione, aumento dei posti in comunità terapeutiche residenziali, supporto ai genitori e interventi nelle scuole per elaborare i traumi ed evitare emulazioni.
Quando purtroppo un ragazzo o una ragazza ha già messo in atto un tentativo di suicidio, una volta tornato a casa come deve essere aiutato dalla famiglia e dagli amici?
La famiglia deve bonificare la casa rimuovendo farmaci, oggetti taglienti e sostanze a rischio.
I genitori devono imparare a riconoscere i segnali premonitori di nuove crisi e mantenere una comunicazione aperta, senza colpevolizzazioni, accompagnando il figlio nelle terapie.
Gli amici devono offrire una presenza costante e sobria, riattivando la normalità senza fare domande invasive. Se il rischio autolesivo persiste e la gestione casalinga fallisce, diventa indispensabile il ricovero in una struttura riabilitativa residenziale.
Per l’effetto emulazione è pericoloso parlare di suicidio di adolescenti sui media o sui social? O, al contrario, è giusto per far sentire a quell’adolescente che ha pensieri suicidiari che non è il solo ad avere problemi?
Tacere è un errore perché alimenta lo stigma, ma lo stile sensazionalistico genera il pericolo di emulazione. Bisogna parlare del tema scollegandolo da narrazioni romantiche o da associazioni con fama e successo. Giornalisticamente è bene omettere dettagli su metodi e luoghi, evitare semplificazioni banali (il suicidio è sempre multifattoriale), rifiutare toni celebrativi e inserire sempre in calce all’articolo i contatti dei servizi d’emergenza e supporto (come il 112 o Telefono Amico).

