La dilagante violenza tra i giovanissimi rappresenta una sfida complessa per la società odierna, ma quale risposta possono trovare la politica e la società di fronte a questa emergenza? Il Governo prova a dare una risposta con il disegno di legge “Modifiche in materia di imputabilità del minore”, approvato dal Consiglio dei ministri il 23 luglio, che prevede “una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere per chi, al momento del fatto, abbia compiuto quattordici anni e non ancora diciotto”. Ma è questa la strada giusta? Lo chiediamo a Gennaro Pagano, psicologo psicoterapeuta, coordinatore del Patto educativo delle diocesi di Napoli, di Pozzuoli e di Ischia.
Gennaro Pagano – foto: F.Carloni/Caritas italiana
Può essere efficace prendere a modello la giustizia degli adulti per mettere un freno alla violenza minorile?
La violenza giovanile rappresenta senz’altro una sfida complessa, è complessa nella sua proprio etimologia, perché ci dice che esistono più parti che in qualche modo devono stare insieme. È assolutamente importante che ci sia la dimensione del controllo e anche della norma, perché una cosa che spesso dimentichiamo è che la norma non è solo repressione, ma ha un valore educativo importante perché ha il valore del limite, è l’insegnamento del limite di cui un ragazzo, un adolescente, un giovane, come un adulto, ha bisogno. Nello stesso tempo, però, prendere a modello la giustizia degli adulti è qualcosa, secondo me, di profondamente sbagliato, perché dobbiamo dirci con molta onestà che la situazione dei percorsi penali, iniziando da quelli detentivi nelle carceri italiane, ci dicono che la giustizia degli adulti non funziona. Noi abbiamo un sistema e un modello di giustizia che sarebbe totalmente da riformare e che in alcuni tratti grida veramente anche vendetta per il calpestio dei diritti e di quella che è anche la Costituzione, che prevede la rieducazione come fine principale. Quindi, già guardare al modello di giustizia degli adulti ci fa capire che, se questo non funziona per gli adulti, figuriamoci per una struttura di personalità come quella adolescenziale in formazione.
È assolutamente sbagliato in questo senso rifarsi a un modello di giustizia per adulti perché significa in qualche maniera non tener conto del propium di un adolescente, di un giovane che sta costruendo la propria identità.
La risposta penale agli errori degli adolescenti, quindi, non può essere uguale a quella degli adulti?
No, non può essere uguale la risposta che si dà per un minore, per un giovane, per un adolescente che sta costruendo la sua identità e che spesso la riceve anche in dote dall’ambiente circostante che ha un’influenza chiarissima sullo sviluppo identitario e quindi sul percorso evolutivo di un adolescente. Non tener conto di questo dato significa non tener conto di un’evidenza e questo è sbagliato. D’altronde, come prima sottolineavo, quale modello di giustizia, quale percorso poi si apre per un adolescente che a 14 anni viene condannato? Gli istituti minorili di pena che andrebbero profondamente riformati? Oppure misure alternative di comunità che pure richiederebbero una maggiore attenzione, una riforma, un investimento maggiore in termini psicologici, sociali, psicopedagogici? Non dimentichiamo che spesso anche questo tipo di percorsi alternativi sono molto deficitari e non guardano al contesto più ampio della vita del giovane perché prendere un ragazzo di 14-15 anni significa doversi interfacciare anzitutto con il suo contesto di provenienza, con la sua famiglia, offrire una presa in carico integrale.Io ho lavorato negli istituti di pena, ho lavorato a Nisida molto tempo e so quanto la giustizia minorile, al di là delle persone che la guidano e cercano di mettersi a servizio dei ragazzi, faccia acqua da tutte le parti, al di là di quelle che possono essere narrazioni. Allora, in qualche maniera è assolutamente impossibile non considerare la fase evolutiva di vita di ragazzi e ragazze autori di reato. È profondamente sbagliato da un punto di vista scientifico e non è etico perché, come diceva don Lorenzo Milani, non c’è nulla di più sbagliato che fare parte tra disuguali e un adolescente non è uguale a un adulto.
C’è il rischio che il limitare la discrezionalità dei giudici in questa fase snaturi la specializzazione del sistema penale minorile, nato proprio in considerazione della delicatezza di quella fase di età?
Il sistema penale minorile non è perfetto, questo ce lo dobbiamo dire, e spesso non è perfetto perché al di là degli aspetti giurisprudenziali e quindi che investono primariamente i magistrati, non ha spesso gli strumenti per intervenire, proprio per quelli che sono i deficit che il sistema giustizia di esecuzione penale ha, partendo dagli istituti di pena minorili per arrivare ai percorsi di comunità o alle misure alternative al carcere. Di conseguenza,il rischio della limitazione della discrezionalità dei magistrati è molto elevato e anche molto pericoloso perché con questi mezzi a disposizione spesso i magistrati cercano di costruire, per quanto è possibile, un vestito su misura che tenga insieme l’aspetto di sanzione di cui ovviamente la legge si fa carico rispetto a un autore di reato, ma anche l’aspetto costituzionale del recupero e della rieducazione che se vale per tutti i detenuti, per tutti gli autori di reato, vale ancor di più per coloro che si trovano in una fase evolutiva e che quindi, in un certo senso, hanno più possibilità di essere salvati, se lo vogliono, ma se vengono offerte loro le giuste opportunità per farlo.Quindi, credo che questo rischio sia veramente pericoloso per il sistema giustizia e quindi per la collettività, perché ogni ragazzo che non viene recuperato, ogni ragazzo che non viene salvato, è un ragazzo che diventa, una volta uscito, ancor più fonte di pericolo per la comunità stessa. Tra l’altro, non dimentichiamo che, per come è oggi il sistema giustizia, spesso più influente di un educatore, di un direttore, di un cappellano, di un volontario in carcere, è il gruppo dei detenuti stessi, con un effetto di contagio, di modellamento molto forte: un sistema che fa entrare ragazzi, che a volte sarebbe possibile recuperare, e li fa uscire da veri e propri “patentati criminali”, perché lo hanno imparato magari in una dinamica di gruppo.
Quale può essere il ruolo delle comunità educanti per rispondere al problema della violenza minorile?
Il ruolo della comunità educante, la capacità di fare insieme dei patti educativi di comunità, è l’unica vera risposta a lungo termine.
Con questo non significa che lo Stato, anche con il sistema legislativo e di sanzionamento, non debba essere presente, perché come dicevo all’inizio la sanzione, la norma, il controllo del territorio non sono solo repressione, sono anche educazione, perché impongono i limiti, ma mentre questo può produrre più o meno dei risultati anche discutibili nel breve termine, nel lungo termine non restituisce nulla alla comunità in termini di reale sicurezza e si offre così una risposta alla pancia delle persone, ma non una risposta lungimirante a una collettività che andrebbe preservata nella sua sicurezza. Ad esempio il cosiddetto modello Caivano ha avuto come effetto quello di riempire in gran parte carceri e comunità, ma a lungo termine non credo che offrirà molti frutti e temo che lo stesso sia per questo tipo di riforma.
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