Siria. Suor Houda Fadoul (Mar Musa): “La fine del regime è stata una liberazione”

Scritto il 03/10/2026
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Suor Houda Fadoul ha attraversato il regime degli Assad, la guerra civile seguita alla “Primavera siriana”, il Califfato islamico che ha occupato un terzo del territorio e ora il nuovo governo di transizione, dopo la caduta di Bashar al-Assad.

Per circa dieci anni, fino a maggio 2021, lei ha guidato la comunità. È stato difficile custodire e far fruttare l’eredità di padre Dall’Oglio nella tempesta della guerra?
Padre Paolo aveva una profondità e una visione così ampie da farci sentire sempre piccoli. Per me è stato un punto di riferimento durante tutto il servizio come superiora. Gli anni della guerra sono stati profondamente dolorosi anche per la nostra comunità, che ha scelto di restare nel monastero nonostante i pericoli. La posizione di padre Paolo a favore della rivoluzione siriana avrebbe potuto esporci a ulteriori rischi, anche se lui ha sempre cercato di distinguere le sue scelte personali dalla vita della comunità. Uno degli aspetti più difficili è stato non poter nemmeno pronunciare il suo nome o pregare per lui pubblicamente. Tutto era controllato e sorvegliato. Dopo la caduta del regime la gioia è stata immensa: abbiamo finalmente potuto ricordarlo apertamente e ringraziare Dio per ciò che ha fatto per la Siria e per il suo popolo. Oggi molti visitatori ci dicono che percepiscono ancora il suo spirito a Mar Musa. Questo significa che siamo riusciti a custodire viva la sua eredità.

Padre Paolo parlava del dialogo con l’islam non come scelta intellettuale, ma come vocazione. È così ancora oggi?
Non abbiamo mai smesso di vivere questa vocazione. Continuiamo a pregare per i nostri fratelli musulmani e ad accoglierli quando vengono a visitarci con le loro famiglie. Per noi, però, il dialogo non è solo teorico: si esprime soprattutto attraverso l’educazione e la condivisione nel quotidiano. Nel 2016 abbiamo fondato una scuola di musica a Nebek che oggi accoglie 63 ragazzi tra i 6 e i 18 anni. Insegnanti cristiani e musulmani arrivano ogni settimana da Damasco per offrire lezioni individuali. La musica ha aiutato molti giovani a superare i traumi provocati dalla guerra e a guardare al futuro con maggiore fiducia. Abbiamo poi rinnovato l’asilo della parrocchia, coinvolgendo insegnanti cristiani e musulmani. Crediamo che il dialogo passi anche dalla formazione di una nuova generazione capace di crescere insieme e di riconoscersi come fratelli. Persino i piccoli gesti quotidiani hanno un valore simbolico: la signora che lavora nella nostra cucina è musulmana. Anche questo è dialogo, un dialogo semplice e autentico, vissuto da cuore a cuore.

Quali sono oggi le speranze e le paure della popolazione?
La fine del regime è stata una liberazione. Abbiamo scelto di dare fiducia alle nuove autorità e di avere pazienza, consapevoli che il Paese si trova in una situazione disastrosa sotto molti aspetti. Restano numerose difficoltà. Il costo della vita continua ad aumentare, molte famiglie vivono in povertà e si sente il bisogno di maggiore giustizia. I gravissimi scontri interetnici e le violenze avvenuti sulla costa siriana e a Sweida hanno suscitato nuove preoccupazioni. Dopo tanti anni di sofferenza, ciò che la gente desidera davvero è una vita semplice, stabile e dignitosa. Continuiamo quindi a pregare perché la giustizia possa affermarsi e tutti i siriani possano guardare al futuro con speranza.

Come possono contribuire oggi il monastero, e la Chiesa in generale, alla riconciliazione tra cristiani e musulmani?
La guerra ha spesso deformato l’immagine dell’islam. Per questo abbiamo cercato di raccontare, attraverso incontri e testimonianze, la nostra esperienza di convivenza con i musulmani, mostrando che è possibile vivere insieme e costruire insieme il futuro della Siria. Le ferite sono profonde e il dolore è enorme, ma il nostro compito è aiutare le persone a condividere questo dolore anziché usarlo come motivo di divisione. Da quasi un anno abbiamo avviato un progetto che riprende un sogno di padre Paolo: piccoli gruppi di cristiani e musulmani che visitano le persone ferite dalla guerra, ascoltano le loro sofferenze ed esprimono solidarietà senza guardare all’appartenenza religiosa o sociale. Sono piccoli passi, ma possono diventare semi di riconciliazione e creare vere e proprie oasi di speranza.

C’è un legame profondo tra la vostra comunità e le trappiste di Azeir. Come avete vissuto insieme gli anni più duri della guerra?
La nostra amicizia con le sorelle di Azeir è antica. La loro presenza è segno di speranza per molte famiglie e per tanti giovani. Come loro, anche noi abbiamo deciso di restare accanto alla nostra gente durante la guerra. In quegli anni abbiamo sostenuto le famiglie di Nebek con aiuti concreti: latte per i bambini, medicinali, cibo, riscaldamento, rette scolastiche e universitarie. Grazie anche al sostegno ricevuto da diverse realtà ecclesiali, siamo riusciti a rispondere alle necessità più urgenti. Successivamente abbiamo investito sul futuro dei giovani e sono nate la scuola di musica e altre iniziative educative. Oggi l’asilo legato alla nostra comunità accoglie 170 bambini, dei quali soltanto sette sono cristiani, mentre gli insegnanti appartengono a entrambe le comunità religiose. Questo è un segno concreto della Siria che desideriamo costruire.

Lei ha partecipato alle sessioni del Sinodo dei vescovi. Quale contributo possono offrire le donne del Medio Oriente alla Chiesa universale?
Il Sinodo è stato un momento molto forte della presenza dello Spirito Santo. Ho sperimentato una Chiesa capace di ascoltare e di camminare insieme. Anche la possibilità di incontrare il Papa con semplicità e fraternità è stata molto significativa. La partecipazione delle donne è stata una novità importante, soprattutto perché per la prima volta abbiamo potuto prendere parte anche alle votazioni. Nelle Chiese orientali le donne hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nel servizio, nella vita delle comunità e nella trasmissione della fede. Oggi è importante aiutarle a riconoscere pienamente i loro doni e creare spazi sempre più ampi di corresponsabilità ecclesiale. La mia esperienza di oltre nove anni alla guida della comunità mi ha insegnato che una comunità cresce quando ciascuno mette a disposizione i propri talenti e li condivide con gli altri.

C’è una storia recente che le dà la forza di guardare al futuro con fiducia?
Sono i giovani a darci la speranza più grande. Da due anni offriamo ad alcuni studenti la possibilità di preparare gli esami nel monastero. Quest’anno cinque ragazzi hanno ottenuto ottimi risultati e, per ringraziarci, dedicano parte del loro tempo al volontariato nel monastero. È un segno bellissimo. Anche i ragazzi della scuola di musica vengono spesso a suonare e a pregare con noi. Vederli crescere ci conferma che il lavoro di questi anni non è stato vano. Durante la guerra abbiamo inoltre sostenuto le famiglie dei villaggi affidati allora a padre Jacques Mourad, fornendo medicinali, latte per i bambini, affitti, cibo, vestiti e contributi per gli studi. Non ci siamo occupati soltanto dei cristiani. In una fase particolarmente difficile abbiamo donato un generatore all’ospedale di Nebek, che serve tutta la regione del Qalamun. Ancora oggi molti abitanti ci ripetono: “Ogni volta che usiamo quel generatore, diciamo grazie al monastero di Mar Musa”. È il segno più bello che il dialogo e la fraternità continuano a portare frutto anche nelle situazioni più difficili.

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