Due ore di volo per tornare all’inferno: gli haitiani espulsi dagli Usa

Scritto il 27/09/2026
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Bastano due ore di volo per tornare all’inferno. E arrivarci in catene, come dei criminali. L’aeroporto di Cap-Haïtien, la maggiore città della zona settentrionale di Haiti, registra da settimane un graduale aumento di aerei provenienti dagli Stati Uniti. Da quando, alla fine di luglio 2026, ha posto fine allo status di protezione temporanea (Tps, dall’acronimo inglese) per Haiti, il governo degli Stati Uniti ha espulso parecchie centinaia di haitiani nel loro Paese, dove devono affrontare minacce alla loro vita e alla loro sicurezza e ricevono poco o nessun sostegno. Voli inizialmente mensili, poi settimanali, ora anche quotidiani, in qualche caso a intervalli di sette ore, come testimonia padre Germain Clairvaux, direttore per Haiti del Servizio gesuita ai migranti, emanazione della Compagnia di Gesù. “Una situazione molto triste”, commenta al Sir. “Arrivano qui incatenati, per loro è un’umiliazione. Spesso erano negli Stati Uniti da molti anni, si erano inseriti. Arrivano qui e non hanno nulla, a volte sono senza denaro, documenti, effetti personali: sono molto vulnerabili”.

Impennata di voli dagli Usa. Secondo l’Ufficio nazionale per la migrazione di Haiti (Office National de la Migration), da luglio a inizio settembre oltre 450 persone erano state espulse dagli Stati Uniti verso Haiti. Ma nelle ultime settimane, come accennato, i voli hanno avuto un’impennata. Il Tps, uno strumento datato, concepito inizialmente come temporaneo e spesso legato a fenomeni atmosferici, era diventato però uno “scudo” attraverso il quale molti haitiani, fuggiti sia per la violenza che si vive nel Paese sia per motivi climatici, avevano intrapreso una nuova vita. Molti sono stati separati dai familiari, che sono cittadini statunitensi. “Gli Stati Uniti stanno rimandando persone, alcune delle quali con richieste di asilo in sospeso, in un Paese che non ha la capacità di proteggerle dalla violenza, e tanto meno di aiutarle a trovare cibo e alloggio”, denuncia Human Rights Watch.

Emergenza umanitaria a Cap-Haïtien. Haiti, come è noto, non è un Paese come gli altri. Solo tra aprile e giugno, secondo l’Onu, oltre 1.400 persone sono state uccise a causa delle azioni delle bande criminali e degli scontri con la polizia. Il numero di sfollati interni ha raggiunto il milione e mezzo di persone. Bambini e donne sono costantemente a rischio, esposti a tratta e stupri. Un inferno, appunto. Tanto che l’aeroporto di Port-au-Prince, la capitale, è di fatto impraticabile, e gli aerei vengono fatti atterrare a Cap-Haïtien, la cui popolazione è triplicata a causa dell’arrivo continuo di sfollati dalle zone meridionali e centrali del Paese, quelle con il più alto tasso di violenza. “La situazione è molto caotica”, conferma padre Clairvaux. “Non dimentichiamo che ci sono anche le persone espulse dalla vicina Repubblica Dominicana: ne arrivano mediamente 700-800 al giorno, in camion. Coloro che sono stati espulsi dagli Stati Uniti in gran parte sono originari di altre zone del Paese. In qualche caso cercano i propri familiari, che nel frattempo sono fuggiti dalle loro case”.
A Cap-Haïtien il Servizio gesuita ai migranti non ha, al momento, una propria struttura: “Stiamo cercando una casa, ma siamo presenti per sostenere queste persone, con una prima accoglienza per una notte, un pasto caldo, kit alimentari e di generi di prima necessità”.

“Deportazioni” anche in Paesi africani. Quella di tornare nell’inferno di Haiti, in realtà, è soltanto una delle “alternative” che possono essere offerte ai richiedenti asilo che vivono negli Usa: non solo agli haitiani, ma anche a centroamericani, venezuelani o ecuadoriani. Sempre più spesso molte di queste persone vengono “impacchettate” e spedite in Stati con i quali gli Stati Uniti hanno siglato accordi legati al cosiddetto principio del “Paese terzo sicuro”, lo stesso dell’accordo tra Italia e Albania. In questo caso, però, gli Stati Uniti hanno raggiunto accordi anche con Paesi africani, tredici in tutto, che di certo sicuri non sono: dalla Repubblica democratica del Congo alla Repubblica Centrafricana, dal Sud Sudan alla Sierra Leone. Non è dunque infrequente vedere richiedenti asilo di Haiti, del Nicaragua o dell’Honduras scendere le scalette dell’aereo nel cuore dell’Africa, per attendere lì, in Paesi che non sono in grado di farlo, la presa in carico della loro domanda d’asilo.

Diritti sempre più violati. Ci aiuta a fare un po’ di chiarezza, dalla California, l’avvocata Astrid Montealegre, specializzata in diritto internazionale dei diritti umani, migrazioni e politiche pubbliche, statunitense con genitori nicaraguensi: “Occorre distinguere tra migranti entrati irregolarmente che hanno presentato la domanda di asilo e coloro che finora hanno goduto del Tps. Tale status è legato a situazioni molto datate. Per i nicaraguensi, per esempio, il Tps è stato concesso a suo tempo alle vittime dell’uragano Mitch, del 1998”. Negli ultimi anni, però, tantissimi nicaraguensi sono fuggiti dal loro Paese per la mancanza di libertà e l’oppressione politica. Sta di fatto che l’amministrazione Trump ha deciso di farla finita con tali status di protezione, assimilando chi ne godeva, magari da decenni, ai migranti irregolari. Centinaia di migliaia di persone, come conferma Montealegre: “Si tratta di 370mila salvadoregni, 330mila haitiani, 71mila honduregni, circa 4mila nicaraguensi”. In quest’ultimo caso una cifra più bassa, ma una situazione paradossale, dato che il governo degli Stati Uniti denuncia continuamente la mancanza di libertà che si vive in Nicaragua e la persecuzione di numerose persone costrette a fuggire. Salvo poi cercare di “rispedirle al mittente”.
“L’attuale clima contro i migranti è noto”, riprende la legale. “C’è tanta enfatizzazione verso i migranti entrati senza visto, ma il richiedente asilo non può essere equiparato a un criminale: si tratta di un processo legale. Si stanno eliminando opzioni umanitarie da sempre praticate, come i ricongiungimenti familiari. Il caso dei migranti che vengono portati in Paesi terzi, compresi quelli africani, rappresenta una chiara violazione del diritto internazionale e dei diritti umani. In quei Paesi non c’è alcuna possibilità che vengano date risposte alle domande d’asilo. Ma in questo clima si può fare ben poco, c’è una grande pressione anche verso noi avvocati. Per esempio, ci viene impedito di essere presenti alle udienze in remoto: personalmente, questo comporta che a volte mi devo recare fisicamente dalla California a Miami. Le agende si riempiono, c’è meno disponibilità ad assumere cause di difesa di migranti”.

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