“Sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore. Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte”.
(Foto Sir)
La storia di Davide. Il percorso di Davide nasce dentro una prova estrema. Si risveglia dopo 56 giorni di coma e terapia intensiva, circondato da macchinari e incerto sul proprio futuro. In quell’esperienza limite, racconta, emerge una consapevolezza decisiva: “Mi sono reso conto che non avevo perso tutto. Quello che restava di me, del mio corpo, della mia anima, non me lo avrebbe portato via nessuno”. Da qui prende forma una gratitudine inattesa.
“Potevo non esserci più. Invece ero vivo. E questo mi ha fatto dire grazie”.
La riabilitazione è lunga e dolorosa. Ogni piccolo movimento diventa una conquista. “Quel poco di vita e di movimento che mi era rimasto, quell’alluce che ogni tanto vibrava, era tutto ciò che mi serviva per ripetermi: un giorno mi rimetterò in piedi”. Ma la battaglia più difficile non riguarda il corpo. È la lotta contro il risentimento. “Conosco la rabbia e la frustrazione”, ammette. Eppure aggiunge: “Non odio chi mi ha accoltellato. Dovrei forse odiarlo, ma non ci riesco”. Da questa esperienza nasce una riflessione: “Il perdono – spiega – non è dimenticanza né debolezza. È una forma di liberazione. L’odio sarebbe stato soltanto una macchia nera, un veleno. Ho capito che non volevo vivere così”. E ancora:
“Quando perdoni sei libero di muoverti, di andare avanti, di amare”.
La storia di Chiara. Le sue parole trovano eco nella testimonianza di Chiara Mocchi. L’insegnante racconta che il primo pensiero avuto dopo il risveglio in terapia intensiva è stato proprio l’assenza di rancore. “Mi sono scoperta a parlare da sola e ho detto: che strano, non provo nessun rancore, nessuna cattiveria”. Una consapevolezza che non attribuisce a una particolare virtù personale. “Non ho fatto niente di straordinario nel perdonare chi mi ha accoltellata”, afferma, prendendo le distanze da ogni lettura eroica della sua esperienza. Per Mocchi il perdono ha una natura profondamente gratuita.“Il perdono non è un atto cerebrale, razionale, per avere qualcosa in cambio. Non è un dare per avere. È un dare a titolo totalmente gratuito”. Da qui nasce la consapevolezza che
“Il perdono rende liberi. Ma non si perdona per essere liberi. Si è liberi perché si ha perdonato”.
Una libertà che le consente di guardare avanti senza restare imprigionata nel male subito. “Voglio vivere la libertà. Non sono restata schiava della cattiveria, della rabbia, dell’astio, del rancore. Mi è stato tolto tanto, ma altrettanto mi è stato dato”. Se Chiara legge questa esperienza esplicitamente alla luce della propria fede cristiana, Davide ne descrive soprattutto la dimensione umana e relazionale. Decisivo, nel suo percorso, è stato l’incontro con persone che hanno saputo accompagnarlo. Ricorda in particolare l’avvocato Gianluca Maris, da poco scomparso, che gli parlò di giustizia riparativa e, soprattutto, gli disse: “Ti vedo. Capisco quello che stai facendo”. Per il giovane, quel riconoscimento è stato fondamentale. “Abbiamo bisogno che qualcuno ci dica: ti vedo, ti riconosco. Non sei solo”.
L’appello. Due testimoni e la stessa scoperta: “il male ferisce, ma non ha l’ultima parola sulla vita”. Per Davide, imparare a guardare gli aggressori come “ragazzini arrabbiati col mondo” ha significato riconoscere che dietro l’errore resta una persona. Per Chiara, trasformare la ferita in un ponte ha significato non lasciare che la violenza interrompesse la sua vocazione educativa. Rivolgendosi ai tanti giovani presenti al Meeting, l’insegnante ha lanciato un appello semplice e diretto, che ricorda uno analogo di san Giovanni Paolo II ai giovani:
“La vita è stupenda. È un dono. Auguro a ognuno di voi di viverla in pienezza. Fatene un’opera d’arte, fatene un capolavoro”.
Un invito che si intreccia con quello di Davide, convinto che “non possiamo prendere dal mondo solo quello che ci piace e rifiutare il resto”, perché l’amore ricevuto e le ferite subite appartengono alla stessa storia. “La mia famiglia, i miei amici, tutto l’amore che ho ricevuto fanno parte dello stesso mondo in cui sono stato ferito. E io scelgo di continuare ad amarlo”.

