L’estate e l’inizio dell’anno pastorale portano con sé un momento delicato per le comunità cristiane: il cambio di destinazione dei sacerdoti e la nomina dei nuovi parroci. Un avvicendamento che talvolta genera apprensione o disorientamento tra i fedeli, ma che in realtà custodisce una profonda ricchezza spirituale ed ecclesiologica. La mobilità dei presbiteri non è una mera operazione burocratica o organizzativa, bensì l’espressione concreta dell’esigenza evangelica del “ricominciare”, capace di trasformare la prova del distacco in un’occasione di rinnovamento profondo.
Nessun cammino ecclesiale rimane fecondo se statico. Quando un sacerdote riceve l’annuncio di una nuova missione, si attiva un moto interiore che tocca le corde più intime dell’esistenza, dove la fede si misura direttamente con il limite umano. Il distacco da volti e consuetudini maturate negli anni innesca reazioni complesse – ansia, nostalgia, smarrimento – assimilabili all’elaborazione di un vero lutto, anche quando il cambiamento era desiderato o invocato. Inoltre, l’arrivo in una nuova realtà impone di dialogare con la figura del predecessore, la cui ombra rischia di innescare confronti e tensioni se non gestita con maturità.
Se la cultura contemporanea vede nel ripartire da capo un segno di incompiutezza, la tradizione sapienziale ne ribalta la prospettiva, elevando il nuovo inizio a momento di grazia e rigenerazione. Questa attitudine profonda risuona, ad esempio, nei versi di Rainer Maria Rilke: “Tante partenze / mi hanno formato fino dall’infanzia. / Ma torno ancora, ricomincio, / nel mio ritorno si libera lo sguardo”.
A questa lirica fa eco, in un intimo dialogo a distanza, T.S. Eliot nei suoi Quattro quartetti: “Ciò che chiamiamo inizio è spesso la fine. E fare una fine è fare un inizio. La fine è il punto da cui partiamo”.
Ricominciare, allora, si rivela la cifra stessa di una vita cristiana viva. Questa dinamica si traduce sul piano ministeriale nell’esortazione di San Giovanni Paolo II in Pastores dabo vobis, laddove ricorda che la configurazione a Cristo esige di ritornare costantemente a essere “un’ininterrotta manifestazione, anzi quotidiana realizzazione della sua carità pastorale” (n. 22). Un cammino quotidiano che trova il suo approdo incoraggiante nelle parole di Papa Francesco, il quale ci ricorda che Dio, finanche nei momenti di perdizione, restituisce sempre la gioia di “alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude” (EG, n. 3).
Sul piano ecclesiologico, poi, collocandosi in profonda sintonia con la visione di una Chiesa pellegrinante e popolo di Dio in costante cammino e costitutivamente missionaria (cf. LG, nn. 9-17), l’avvicendamento dei pastori si rivela un prezioso dinamismo spirituale. La previsione di un servizio a tempo determinato non solo custodisce la vitalità e la fecondità delle comunità, ma ne promuove l’armonica maturazione attraverso l’accoglienza di una pluralità di stili e carismi, alimentando un modello di guida autenticamente evangelico, corresponsabile e aperto al continuo rinnovamento. La parrocchia non è mai proprietà del presbitero: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere” (1Cor 3,6). O, per dirla con il decreto Presbyterorum Ordinis: consapevoli che la grazia “trascende ogni forza umana e qualsiasi umana sapienza”, i pastori sono chiamati a una povertà spirituale che li affranchi da ogni “soddisfazione dei propri desideri”, rendendoli liberi di superare il legame con un singolo territorio per servire la missione universale della Chiesa (cf. PO, nn. 10.15).
Accompagnare con cura questi passaggi – attraverso una profonda vita spirituale, una formazione permanente e una delicata fraternità – significa riconsegnare la propria umanità a quella chiamata originante che “non toglie nulla, non vi priva di nulla di ciò che è bello, grande e vero, ma dona tutto” (Benedetto XVI). Rimanendo uniti a Cristo – ha ricordato Papa Leone nell’ultima Giornata di santificazione sacerdotale – “tutto diventa luogo privilegiato del rivelarsi di Dio e del suo amore infinito”.
Ricominciare, allora, non è ripartire da capo, ma ripartire dall’Alto in stile missionario. Per il presbitero e per la comunità, ogni nuovo inizio è l’eco di quel primo “seguimi”: la grazia di gettare di nuovo le reti nel mare della vita, certi che ogni sponda sconosciuta custodisce già la presenza del Signore.
(*) docente di teologia
The post Il tempo delle nomine e degli avvicendamenti nelle Chiese locali. La grazia del ricominciare first appeared on AgenSIR.
