“La città di Loreto che da poco ho visitato, dove ho desiderato firmare l’esortazione post-sinodale Christus vivit, custodisce un tesoro prezioso: alcune delle pietre della Casa della Famiglia di Nazareth. Ed è significativo che all’ombra di queste pietre che hanno ascoltato il ‘sì’ della giovane Maria siano formati accompagnatori di giovani che camminino con loro ‘lì dove sono’ per arrivare insieme alla vocazione di ciascuno, alla propria gioia”. Era il 10 aprile 2019 quando Papa Francesco firmava di suo pugno queste parole beneauguranti per tutti i partecipanti al Corso di alta formazione in accompagnamento spirituale-relazionale dei giovani, promosso dall’associazione Progetto Nazareth – Terra dei Fioretti in collaborazione con il Servizio nazionale per la pastorale giovanile e l’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni della Cei.
Una proposta ambiziosa e intelligente che in questo 2026 giunge alla settima edizione, prendendo avvio il 28 ottobre con il titolo “Alzati, e va’ verso il mezzogiorno” (At 8,26) e con il medesimo intento di allora: avere “come punto di riferimento la Parola di Dio, la stessa che risuonò all’interno delle mura della Santa Casa”, affinché, sono ancora le parole di Bergoglio, “nell’accompagnamento il giovane sia aiutato a compiere lo stesso cammino integrale umano-spirituale compiuto da Gesù nella sua vita” e “questa esperienza formi accompagnatori che sappiano camminare insieme al giovane nelle strade tortuose delle loro relazioni familiari ed affettive, possano insieme accogliere che l’affettività è un dono per la vita e non un ostacolo”.
Da “Christus vivit” a Leone XIV
Lo stesso invito a non lasciarsi scoraggiare dalle sfide che il mondo di oggi riserva risuona oggi nelle parole di Papa Leone XIV, che, come spiega il team organizzatore, “nel messaggio per la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni ha ricordato come ogni vocazione nasca dalla certezza di essere conosciuti e amati, poiché la vocazione non è un traguardo statico, ma un processo dinamico di maturazione. Inoltre, in più occasioni nel corso dell’anno, il pontefice ha ripetuto ai giovani di non avere paura di chiedere al Signore a cosa li stia chiamando, certo che solo lui conosce i desideri più profondi del cuore. Il corso, di fatto, raccoglie questa eredità e la traduce in un metodo”.
A tenere le lezioni, insieme a Maria Pia Colella, già collaboratrice dei Segretariati della pastorale giovanile nazionale e della pastorale vocazionale nazionale della Cei, saranno anche mons. Gian Marco Busca, vescovo di Mantova, e il filosofo Silvano Petrosino dell’Università Cattolica di Milano. “Tre voci diverse, un solo orizzonte”, prosegue lo staff: “Aiutare chi accompagna a distinguere, in sé e nell’altro, l’emozione che segnala da dove si sta camminando, l’identità che quella stessa emozione sta difendendo”.
Tre moduli, 180 ore
Sempre in una triade si articolano i moduli dell’iniziativa formativa: “Io creatura”, “Io consapevole”, “Io chiamato-vocato”. Ossia, spiegano gli organizzatori, “un nuovo sguardo capace di rileggere il passato senza cancellarlo, una consapevolezza che dà senso al presente distinguendo ciò che si sente da ciò che si è, un futuro che non nasce dalla scoperta di qualcosa di nuovo, ma dal riemergere di un’appartenenza già ricevuta in dono, quella a Gesù Cristo nella Chiesa. Appartenenza, non dipendenza: la differenza è tutta qui, ed è la stessa differenza tra un uomo ancora bambino e un uomo divenuto adulto nella libertà dei figli di Dio”.
Il corso si sviluppa in 180 ore complessive, tra lezioni frontali, seminari e momenti esperienziali, e fino a giugno 2027 scandirà il cammino di sacerdoti, religiosi, laici e sposi, chiamati a diventare per i giovani che guideranno “ciò che le pietre di Nazareth sono state per Maria: silenzio che ascolta, prima ancora che luogo che istruisce. Quello che promuoviamo non è un percorso da imporre, ma una strada deserta su cui incamminarsi, fidandosi che qualcuno, su quella stessa strada, sta già cercando chi gli spieghi le Scritture”.

