Giornata internazionale dell’educazione. Frigenti (GpE), “l’educazione è il prerequisito perché il futuro possa accadere”

Scritto il 24/01/2026
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“Spesso si pensa che l’educazione sia un settore in competizione con altre priorità dello sviluppo. In realtà è l’esatto contrario: l’educazione è il prerequisito perché tutto il resto possa accadere. Qualsiasi progresso – nella sanità, nelle infrastrutture, nell’economia, nel settore privato – dipende dalle persone che hanno le competenze per renderlo possibile”. E’ una battaglia soprattutto “culturale” quella portata avanti da Laura Frigenti, direttrice generale di Global Partnership for Education, il principale partenariato mondiale dedicato a rafforzare i sistemi educativi nei Paesi a basso reddito. Frigenti è in questi giorni a Roma e il Sir l’ha intervistata per conoscere meglio la campagna “Multiply possibility” che il Global Partnership for Education ha lanciato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e che ha il suo cuore più importante da gennaio a giugno 2026. L’obiettivo della campagna che l’Italia co-presiede con la Nigeria, è raccogliere 15 miliardi di dollari – 5 miliardi in donazioni e 10 miliardi attraverso forme innovative di finanziamento – e raggiungere 750 milioni di bambini. “Siamo convinti che il finanziamento dell’educazione non può più basarsi esclusivamente sull’aiuto pubblico allo sviluppo, che purtroppo è in contrazione”, spiega Frigenti. Che aggiunge: “Continuare a mettere i settori in competizione tra loro – sanità contro educazione, acqua contro istruzione – è una logica sterile”. La vera sfida è attrarre verso l’istruzione quegli investitori che normalmente non si avvicinerebbero a questo settore. Ma Frigenti sottolinea:

“Questa campagna chiede un impegno finanziario importante, ma genererà benefici altrettanto importanti e duraturi. È un investimento che può cambiare il futuro dell’educazione e, con esso, il futuro delle società”.

Laura Frigenti, direttrice del Global Partnership for Education

Se dovessimo scattare una fotografia sullo stato di salute dell’educazione oggi a livello globale, quale quadro emergerebbe?

Purtroppo, la situazione non è buona. L’educazione si trova a combattere una battaglia su due fronti. Il primo è quello di garantire l’accesso alla scuola e assicurare che bambini e giovani acquisiscano le competenze di base – lettura, scrittura, calcolo. E su questo fronte i dati sono preoccupanti. Ci sono ancora oltre 270 milioni di bambini fuori dal sistema scolastico. È il risultato di diversi fattori. Il Covid ha dato un colpo di grazia. In molti Paesi africani le scuole sono rimaste chiuse per due, in alcuni casi quasi tre anni. Alla riapertura, i bambini non sono tornati in classe come ci si aspettava, e il fenomeno è stato ancora più marcato per le bambine. Questo ha conseguenze gravissime: quando le bambine non frequentano la scuola, aumentano i matrimoni precoci, le gravidanze precoci e tutti i problemi di salute e di diritti che ne derivano. Il secondo dato, ancora più allarmante, riguarda i bambini che a scuola ci sono: molti non apprendono ciò che dovrebbero. Nei Paesi a basso e medio reddito, sette bambini su dieci arrivano alla fine della quarta classe senza essere in grado di leggere o scrivere una semplice frase di due righe. Si aggiunge un’altra sfida: quella del mercato del lavoro che sta cambiando a una velocità impressionante, spinto dalle tecnologie e dall’intelligenza artificiale. Il sistema educativo deve adattarsi altrettanto rapidamente, altrimenti non riuscirà più a svolgere la sua funzione principale: facilitare una transizione efficace dalla scuola al lavoro.

Quali sono oggi le minacce che più vi preoccupano perché rendono più difficile l’accesso all’educazione?

Le principali minacce derivano da una serie di shock che colpiscono le famiglie e, di conseguenza, i bambini. Il primo riguarda gli shock climatici: la desertificazione e la perdita di mezzi di sussistenza costringono molte famiglie a migrare, soprattutto in Africa e in alcune regioni dell’Asia. Quando una famiglia si sposta, reinserire i bambini in un percorso scolastico diventa complicato. Il secondo fattore è rappresentato dai conflitti. Ci sono guerre di grande portata, ma anche conflitti locali e latenti che generano instabilità. In questi contesti, i bambini sono sempre i più vulnerabili e i primi a subire l’interruzione dell’istruzione. A tutto questo si aggiunge la carenza di risorse finanziarie. Questo impedisce ai Paesi di ampliare il sistema scolastico in modo adeguato alla crescita demografica.

Le nuove generazioni sono sempre più numerose, ma l’offerta educativa non riesce a tenere il passo.

Laura Frigenti, direttrice del Global Partnership for Education

Nei vostri comunicati scrivete che un anno in più di istruzione può ridurre il rischio di conflitti fino al 20%. Perché?

In realtà la spiegazione è abbastanza semplice. I conflitti, nella grande maggioranza dei casi, nascono e si consolidano in società attraversate da malessere, instabilità e mancanza di prospettive. Se le persone percepiscono di avere opportunità di crescita economica e la possibilità di costruire un futuro migliore per sé e per le proprie famiglie, è molto meno probabile che siano disposte a mettere tutto questo a rischio sostenendo movimenti violenti o destabilizzanti. L’istruzione gioca un ruolo decisivo proprio perché offre alternative di vita e futuro. Ecco perché anche un solo anno in più di scuola può ridurre in modo significativo il rischio di violenza e instabilità.

Ci parli della campagna di finanziamento “Multiply Possibility”?

Prima di tutto vorrei soffermarmi sul titolo, perché racchiude un messaggio importante. Tutti riconosciamo che l’educazione trasforma la vita degli individui: è evidente. Ma spesso si dimentica che l’educazione non cambia solo le vite individuali: cambia le società. È il principale strumento per ridurre la povertà e le disuguaglianze. Società più istruite sono società più stabili, più coese. Questo equilibrio tra istituzioni pubbliche e società civile è fondamentale, soprattutto oggi, in un mondo dove la fragilità dei sistemi politici è evidente non solo nei Paesi in via di sviluppo, ma anche in quelli industrializzati. L’educazione moltiplica le possibilità di successo degli individui, ma moltiplica anche le possibilità di successo delle società nel loro insieme.

C’è un messaggio che vuole dare?

Senza professionisti formati, nessuna riforma, nessun investimento, nessuna innovazione può davvero decollare.

E questo accade solo se esiste un sistema educativo capace di formare quei profili. Il rischio di non investire nell’educazione non riguarda quindi solo la scuola in sé: significa rallentare lo sviluppo di tutti gli altri settori. Significa trovarsi senza le persone in grado di far funzionare ciò che vogliamo costruire. Per questo il mio messaggio, soprattutto in vista della Giornata mondiale dell’educazione, è molto diretto: senza educazione, poco succede. È la base su cui si regge tutto il resto.

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