Salario minimo e salario giusto. Dopo l’approvazione del decreto primo maggio varato ieri dal Governo farsi strada su questi due concetti appare d’obbligo. A spiegare la differenza è Michele Faioli, professore associato di diritto del lavoro dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. “Il salario minimo legale – spiega il docente – si chiama così perché è fissato da una norma di legge. In Germania, in Francia, in Lussemburgo e, in generale, dovunque esso viene applicato, la legge stabilisce una cifra minima legale, normalmente per ora lavoro, che il lavoratore deve ricevere. Per esempio, 10 o 50 euro a ora”.
Michele Faioli
L’Italia, così come la Danimarca, l’Austria, la Finlandia e la Svezia non applicano questo sistema. Qui a decidere lo stipendio mensile è la contrattazione collettiva, che stabilisce minimi tabellari, mensilità aggiuntive, trattamenti di fine rapporto. Ed è proprio in questo contesto di contrattazione che si inserisce la nuova norma sul lavoro. “Qui si tratta di una tecnica legislativa particolare – continua Faioli -, che ha deciso di utilizzare questo governo. In sostanza si stabilisce che per accedere a un certo numero di incentivi fiscali, i datori di lavoro sono tenuti ad applicare dei trattamenti economici riferibili ai cosiddetti contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni più rappresentative”.
In Italia sono circa 1000 i contratti collettivi depositati al Cnel. Di questi sono meno di 200 gli accordi che Cgil, Cisl Uil hanno firmato con le grandi organizzazioni confindustriali e di Confcommercio. “In pratica, con questa nuova norma si promuove l’applicazione di questi contratti firmati dalle grandi organizzazioni sindacali e datoriali, ritenendo che essi siano più protettivi di altri contratti firmati da organizzazioni minori”, spiega Faioli. Il nuovo decreto-legge mira, così, a contrastare il cosiddetto fenomeno del dumping contrattuale:
“molti datori di lavoro decidono di applicare dei trattamenti inferiori che sono riferiti ai contratti collettivi delle organizzazioni sindacali minori e questo è legittimo. Con il nuovo provvedimento diventa più difficile, perché potranno essere utilizzati solo i contratti più protettivi”.
Per farlo, il decreto insiste sulla digitalizzazione del codice unico alfanumerico dei contratti collettivi da inserire in tutta la documentazione che attiene al rapporto di lavoro. “Dal 2020 ogni contratto collettivo è stato identificato con un codice, che il lavoratore può trovare in ogni busta paga. Questo codice – aggiunge Faioli -, in ragione anche del decreto primo maggio, viene esteso in una serie di piattaforme digitali, per cui, quando si assume una persona, o quando si cambiano condizioni contrattuali, bisogna inserire questo codice. In questo modo, l’ispettorato del lavoro potrà vedere se ci sono delle situazioni anomale, perché capirà con più facilità se la persona viene pagata meno di ciò che dovrebbe e, in sostanza, si possono fare delle ispezioni più mirate. E questo è molto positivo perché si incide su tutte quelle sacche di elusione che esistono nel nostro Paese”.
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